17 Jan, 2026 - 20:00

Violenza tra i giovani, l’analisi della sindaca Ferdinandi: fragilità vere, ma senza andare fino in fondo

Violenza tra i giovani, l’analisi della sindaca Ferdinandi: fragilità vere, ma senza andare fino in fondo

L’uccisione di un giovane studente a La Spezia per mano di un coetaneo ha riaperto, con drammatica urgenza, il tema della violenza tra i giovani. Un fenomeno che scuote l’opinione pubblica e chiama in causa non solo l’ordine pubblico, ma il funzionamento profondo della società contemporanea.

A intervenire è stata la sindaca di Perugia Vittoria Ferdinandi, psicologa e guida di una giunta di centrosinistra, che ha offerto una lettura articolata del fenomeno, ponendo l’accento sul disagio emotivo e psichico che spesso si cela dietro gesti estremi.

«Un episodio drammatico che scuote la nostra città e le nostre coscienze: una giovane vita, un coltello, un gesto che nessuna comunità dovrebbe mai vedere», ha affermato.

La violenza come linguaggio del dolore

Nel suo intervento, la sindaca ha respinto l’idea che si tratti di episodi isolati o di pura devianza criminale.

«La violenza tra i giovani non è un fenomeno isolato né solo un problema di ordine pubblico, ma spesso esprime un disagio emotivo e psichico che non trova parole né ascolto», ha dichiarato.

Secondo Ferdinandi, quando un ragazzo compie un gesto violento, «parla del suo dolore attraverso la ferita inflitta agli altri». Una lettura che richiama la psicologia del disagio adolescenziale e individua nella fragilità emotiva un elemento centrale.

Un’analisi che coglie un punto reale: molti giovani appaiono oggi incapaci di dominare le proprie emozioni, di gestire frustrazione, rabbia e senso di fallimento.

Digitale, solitudine e bisogno di riconoscimento

La sindaca ha inoltre richiamato il ruolo del mondo digitale, dove il confine tra reale e virtuale tende ad assottigliarsi.

«Oggi la violenza non è più legata a ideali collettivi, ma al bisogno disperato di essere visti e riconosciuti», ha spiegato, sottolineando come gli ambienti digitali possano amplificare la fragilità emotiva, banalizzando persino la morte.

Anche in questo caso, l’osservazione intercetta una realtà evidente: la solitudine relazionale, mascherata da iperconnessione, e la difficoltà crescente dei giovani a costruire un’identità solida nel mondo reale.

Ascolto e regole: una sintesi condivisibile

Nel suo intervento, Ferdinandi ha tenuto insieme due piani: quello dell’ascolto e quello della fermezza.

«Comprensione e ascolto sono indispensabili, ma da soli non bastano», ha affermato.
«Prevenzione educativa e lavoro psicologico devono andare di pari passo con regole chiare, controlli efficaci e una risposta repressiva credibile».

E ancora: «Ridurre la facile disponibilità di armi e affermare che certi comportamenti hanno conseguenze non è cattivismo, ma tutela dei giovani e della comunità».

Parole equilibrate, che rifiutano sia il permissivismo assoluto sia la sola risposta securitaria.

Il punto mancante: da dove nasce davvero la fragilità

Eppure, nell’analisi della sindaca resta un vuoto significativo. Si parla di fragilità, ma non si va fino in fondo sulle cause strutturali di quella fragilità.

La crisi non riguarda soltanto emozioni individuali. Riguarda soprattutto le istituzioni educative, a partire dalla scuola, che negli ultimi decenni hanno progressivamente eroso il ruolo della famiglia come primo luogo di guida e formazione.

Sempre più spesso la scuola tende a sostituirsi ai genitori, non integrandone il compito ma sovrapponendosi ad esso, con il risultato di produrre confusione educativa anziché crescita.

Educazione politicizzata e giovani disorientati

Un altro nodo irrisolto è la politicizzazione dell’educazione. L’istruzione dovrebbe essere uno spazio neutro, orientato allo sviluppo critico della persona, non un laboratorio ideologico.

Quando l’educazione viene caricata di slogan, parole d’ordine, linguaggio burocratico e narrazioni precostituite, il giovane non viene formato come essere libero, ma indirizzato come soggetto da orientare.

Non si cresce attraverso formule astratte, né si educa usando il linguaggio ingessato del burocratese.

Un adolescente non interiorizza valori perché glieli si enuncia, ma perché li vede incarnati da adulti credibili. E questi devono essere in primis i genitori.

Il ruolo smarrito degli adulti

In questo senso, la fragilità dei giovani è spesso lo specchio della fragilità degli adulti. Genitori delegittimati, insegnanti compressi da direttive e modulistica, istituzioni più preoccupate di “trasmettere messaggi” che di costruire persone.

Dire dei no, come ha giustamente ricordato la sindaca, è fondamentale. Ma i no devono essere autorevoli, non amministrativi. Devono nascere da una relazione educativa vera, non da regolamenti impersonali.

Senza adulti capaci di assumersi responsabilità educative, nessuna politica di prevenzione può funzionare davvero.

La violenza come sintomo, non come causa

«La violenza non è mai normale. La violenza non è un linguaggio accettabile», ha ribadito Ferdinandi.

È vero. Ma la violenza è anche un sintomo, non l’origine del problema. Punirla è necessario. Comprenderla è doveroso. Ma soprattutto occorre intervenire prima, ricostruendo un patto educativo tra famiglie, scuola e istituzioni.

Senza questo patto, ogni analisi rischia di restare corretta nelle parole ma insufficiente nei risultati.

La fragilità dei giovani non nasce nel vuoto. Nasce dove l’educazione smette di formare persone libere e comincia a produrre individui smarriti. E su questo terreno, oggi, si gioca la vera sfida del futuro.

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Mario Farneti
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