I tre mesi di primavera riaccendono la natalità delle aziende, ma la velocità di crociera resta ancora distante dai ritmi del resto del Paese. Tra aprile e giugno l’Umbria registra 347 imprese in più, frutto di 1.055 nuove iscrizioni e 708 cessazioni, portando lo stock complessivo regionale a 89.186 attività. Un segnale d'ossigeno che fissa il tasso di crescita al +0,39%, un valore inferiore alla media nazionale dello 0,56% e che relega la regione al terzultimo posto in Italia, davanti solo a Sicilia (+0,36%) e Basilicata (+0,30%). Sullo sfondo resta un bilancio annuale in perdita di 1.122 unità, all'interno del quale spicca la risposta della provincia di Terni (+0,50%), capace di avanzare più rapidamente di Perugia (+0,35%), e il ritorno in terreno positivo dell’artigianato con 55 attività guadagnate, pur a fronte di una profonda riorganizzazione delle professioni e di un progressivo rafforzamento delle società di capitali a discapito delle ditte individuali.

L'analisi dei dati Movimprese, la rilevazione statistica trimestrale promossa da Unioncamere e InfoCamere sulla base delle risultanze del Registro delle imprese delle Camere di commercio, evidenzia come il passo della regione stenti ad allinearsi alle dinamiche del Centro Italia. Se la macroarea centrale guida il Paese con un incremento dello 0,64%, trainata da Lazio (+0,73%), Toscana (+0,60%) e Marche (+0,51%), il territorio umbro mostra una ripartenza più faticosa.
A livello nazionale il trimestre si manda in archivio con un saldo di 32.709 imprese in più (83.169 iscrizioni contro 50.460 cessazioni al netto dei provvedimenti d'ufficio), spinto in prevalenza dai comparti dei servizi e delle costruzioni, per uno stock complessivo che tocca quota 5.823.863 attività.
La spinta congiunturale primaverile non basta tuttavia a colmare il vuoto strutturale accumulato nei dodici mesi. Tra il secondo trimestre 2025 e il medesimo periodo del 2026, l’Umbria cede 1.122 imprese, soffrendo una flessione pari all’1,2% dello stock, leggermente peggiore rispetto al dato medio italiano (-1%).
Come evidenziato da Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “I dati consegnano all’Umbria un trimestre positivo, ma invitano a distinguere il movimento dalla tendenza: 347 imprese in più rappresentano un recupero, mentre la perdita di 1.122 attività nell’arco di un anno segnala una debolezza ancora presente. Il punto non è soltanto aumentare il numero delle imprese, ma creare le condizioni perché quelle nuove superino i primi anni di vita, investano e producano occupazione stabile”.

Analizzando la mappa provinciale emerge uno scenario caratterizzato da ritmi differenti. La provincia di Terni fa registrare 283 iscrizioni e 177 cessazioni, chiudendo il trimestre con un saldo netto di 106 imprese in più. L'incremento dello 0,50% colloca il territorio ternano a ridosso dei parametri medi nazionali.
Dall'altro lato, la provincia di Perugia apporta il contributo numerico più rilevante allo stock regionale con 241 attività guadagnate (effetto di 772 nuove aperture e 531 chiusure), ma archivia un tasso di crescita relativo più contenuto, fermandosi allo 0,35%.
Le traiettorie intraprese dalle due realtà amministrative confermano la necessità di adottare strumenti d'intervento mirati per ciascun bacino economico. Su questo aspetto si concentra il commento di Giorgio Mencaroni: “Le differenze tra Terni e Perugia mostrano inoltre che la ripresa non procede ovunque alla stessa velocità e che le politiche di sostegno devono tenere conto delle diverse condizioni territoriali. Il compito della Camera di Commercio è accompagnare questa evoluzione, aiutando le imprese non soltanto a nascere, ma soprattutto a diventare più solide, innovative e capaci di competere”.
Tra i dati salienti del secondo trimestre figurano le dinamiche dell'artigianato. Dopo una lunga contrazione strutturale, il comparto segna un saldo positivo di 55 unità, frutto di 298 iscrizioni e 243 cessazioni (+0,29%). Pur rimanendo inferiore alla media italiana (+0,43%) e ai valori registrati nelle vicine Lazio, Marche e Toscana, il settore ritrova momentaneamente il segno più.
Anche in questa categoria la provincia di Terni guadagna terreno più rapidamente su scala relativa (+0,33%, 15 imprese in più nate da 81 iscrizioni e 66 cessazioni), mentre Perugia cresce dello 0,27% (40 unità in più, con 217 aperture e 177 chiusure). Sul lungo periodo, però, il computo annuale resta in rosso, con 447 imprese artigiane disperse tra giugno 2025 e giugno 2026.
I numeri rispecchiano una mutazione profonda della figura dell'artigiano. A livello nazionale, nel triennio 2022-2024, gli estetisti sono saliti del 7,7%, i tassisti del 5,8% e i tecnici ICT del 5,4%, a fronte del calo di falegnami (-7,1%), imbianchini (-8,5%) e autotrasportatori (-1,7%).
In Umbria la transizione segue direttrici specifiche: salgono gli estetisti da 579 a 615 (+6,2%), i tassisti da 78 a 80 (+2,6%) e i serramentisti da 281 a 312 (+11%), con i trasportatori locali che avanzano in controtendenza nazionale (+5,1%). Arretrano invece i falegnami, scesi da 279 a 263 (-5,7%), e gli elettricisti, calati da 862 a 820 (-4,9%).
Sulla trasformazione del comparto, Giorgio Mencaroni sottolinea: “Merita attenzione anche il ritorno al segno positivo dell’artigianato, che oggi comprende attività molto diverse da quelle del passato e intercetta nuovi consumi, servizi alla persona e competenze digitali. Sarebbe prematuro parlare di un’inversione duratura, perché il saldo annuale resta negativo, ma ignorare questa trasformazione significherebbe leggere l’economia umbra con categorie ormai insufficienti”.

Il quadro della demografia d'impresa evidenzia infine una riorganizzazione delle forme giuridiche scelte dagli imprenditori. Nel corso del secondo trimestre le società di capitali - categoria che include S.p.A., S.r.l. e cooperative - aumentano di 270 unità, raggiungendo un incremento annuale pari a 637 aziende.
Queste realtà organizzative rappresentano oggi il 29,53% del tessuto produttivo umbro: il picco più alto mai raggiunto nella serie storica regionale, nettamente superiore al 22,16% rilevato nel 2016, per quanto ancora distante dal 34,2% della media italiana.
Contemporaneamente, il computo annuale registra la cancellazione di 1.341 imprese individuali. Pur rimanendo la tipologia d'impresa prevalente con il 48,93% sul totale regionale (un dato aligned al 49,31% nazionale), l'arretramento delle ditte monopersonali evidenzia lo spostamento graduale del sistema verso assetti organizzativi più complessi.
Come sintetizza il presidente Giorgio Mencaroni: “La crescita delle società di capitali indica che il sistema regionale sta lentamente rafforzando la propria struttura, anche se la distanza dalla media italiana rimane significativa”. I dati integrali della rilevazione sono resi disponibili da InfoCamere ed esaminabili mediante la dashboard dedicata presente sul portale ufficiale dell'istituto.