19 Jul, 2026 - 07:30

Il declino demografico dell'Umbria: persi 10mila giovani in dieci anni, a rischio il mercato del lavoro

Il declino demografico dell'Umbria: persi 10mila giovani in dieci anni, a rischio il mercato del lavoro

Negli ultimi dieci anni l’Umbria ha perso oltre diecimila giovani tra i 15 e i 34 anni, passando da 175.041 a 164.288 residenti in questa fascia d’età, pari a un calo del 6,1 per cento contro il 4,3 per cento della media nazionale, secondo l’indagineMeno giovani, più pensionati: chi lavorerà in Italia nel 2030?” dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre.

Dentro questo quadro, Perugia e Terni tengono insieme la fotografia di una regione che si sta lentamente svuotando proprio nelle generazioni chiamate a reggere il mercato del lavoro nei prossimi vent’anni. Nel Perugino gli under 35 scendono da 132.206 a 124.506, meno 5,8 per cento, mentre nel Ternano la flessione è più netta: da 42.835 a 39.782, meno 7,1 per cento. È il segnale di un’area che non riesce ad attrarre nuovi giovani e si prepara a fronteggiare, tra il 2025 e il 2029, l’uscita dal lavoro di 44.800 addetti da sostituire.

Il divario strutturale tra le province e la mappa del declino giovanile

L'arretramento demografico umbro si muove a due velocità differenti, disegnando scenari provinciali speculari ma convergenti verso una medesima contrazione. L'Ufficio studi della CGIA registra per la regione una variazione complessiva che la colloca nella parte bassa della classifica nazionale: pur non raggiungendo i livelli di emergenza acuta di territori come la Calabria o la Sardegna, la tendenza descrive un calo strutturale consolidato.

Nel dettaglio, la parabola di Perugia mostra una perdita più lenta ma costante, registrando 7.700 residenti in meno tra i 15 e i 34 anni nell'arco del decennio analizzato. Una performance che posiziona il territorio perugino a metà della graduatoria delle 107 province italiane, distante dalle eccellenze del Nord come Bologna, Gorizia e Trieste, capaci di segnare incrementi significativi fino al 14 per cento grazie alla forza attrattiva esercitata sui flussi migratori esterni e interni.

Al contrario, la provincia di Terni sperimenta un'erosione ben più marcata, con una contrazione del 7,1 per cento che si traduce nella perdita netta di 3.053 giovani, un dato peggiore sia della media nazionale sia di quella regionale, che avvicina l'area ternana a contesti inseriti nel blocco delle aree in controtendenza negativa come Pescara e Latina.

La faglia geografica del Centro Italia e la polarizzazione dei flussi migratori

Il fenomeno umbro si inserisce in una più ampia frattura geografica che sta penalizzando l'intera macro-area del Centro Italia. Mentre le regioni del Nord Ovest e del Nord Est vedono progredire la propria base giovanile rispettivamente del 3,9 e del 4,2 per cento - guadagnando complessivamente oltre 217mila under 35 -, le regioni centrali arretrano perdendo 74.555 giovani, pari a una contrazione del 3,1 per cento. Lo scenario diventa poi drammatico nel Mezzogiorno, che crolla del 14,1 per cento con quasi 690mila ragazzi in meno.

L'Ufficio studi della CGIA interpreta questo divario come l'effetto di una dinamica selettiva che favorisce il settentrione, trainato dall'aumento dei cittadini stranieri e dallo spostamento dei giovani provenienti dal Sud, con la Liguria, la Lombardia e l'Emilia Romagna che registrano incrementi significativi.

L'Umbria si ritrova così stretta in una morsa demografica: schiacciata tra un Meridione che si spopola e un Nord capace di drenare risorse umane, la regione non riesce a invertire il segno della propria curva demografica, riflettendo una vulnerabilità nazionale che, a livello complessivo, vede gli under 35 scendere da 12.691.529 a 12.144.743 unità.

Il nodo occupazionale e la crisi di ricambio nelle piccole imprese locali

Le conseguenze di questo svuotamento si riflettono direttamente sulla capacità di tenuta del sistema economico e produttivo locale. Nel quinquennio compreso tra il 2025 e il 2029, i dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere-Anpal indicano che la domanda di sostituzione in Umbria raggiungerà i 44.800 lavoratori, chiamati a rimpiazzare i dipendenti privati, pubblici e gli autonomi in uscita verso la quiescenza. A livello nazionale la cifra supera i 3 milioni di addetti, un quadro che secondo la CGIAdesta forte preocupazione, poiché mette a rischio, tra le altre cose, anche la tenuta del sistema occupazionale nazionale”.

Per il tessuto produttivo umbro, storicamente imperniato sulle micro e piccole imprese, l'incrocio tra l'esiguità delle nuove generazioni e la necessità di coprire 20.100 posti nel solo settore privato rischia di tradursi in un corto circuito operativo. Gli analisti avvertono che per molti imprenditori “trovare personale è una missione quasi impossibile”, evidenziando come le piccole realtà artigianali e industriali soffrano di una capacità attrattiva nettamente inferiore rispetto ai grandi gruppi, esponendo le filiere locali a un concreto pericolo di paralisi strutturale.

I limiti della risposta migratoria e i vincoli formativi del Piano Mattei

Di fronte a un simile vuoto, il dibattito si sposta inevitabilmente sulle soluzioni di medio termine, a partire dall'apporto dei flussi migratori. Su questo punto, la posizione espressa dall'Ufficio studi della CGIA è netta e priva di concessioni a soluzioni semplicistiche: “Chi sostiene che gli immigrati possano, nel tempo, colmare i vuoti occupazionali che si creeranno nel nostro Paese si sbaglia clamorosamente”. Tuttavia, il documento non nega l'utilità dei flussi d'ingresso su scala temporale ridotta, subordinandoli però a una rigorosa pianificazione formativa nei paesi di origine.

Il modello indicato guarda alle linee guida del Piano Mattei, richiedendo l'attivazione di corsie preferenziali nell'assegnazione delle quote d'ingresso per quei lavoratori extracomunitari che abbiano già completato corsi di lingua italiana e conseguito qualifiche professionali coerenti con le specifiche richieste delle imprese.

Si tratta di una strategia che scarica responsabilità precise anche sul sistema imprenditoriale privato, al quale “spetta il compito di garantire a queste maestranze un’occupazione stabile e un aiuto concreto nella ricerca di un alloggio dignitoso e a prezzo accessibile”, elemento cruciale per assicurare una reale integrazione occupazionale.

La tenuta dei conti previdenziali e l'ombra delle future pensioni povere

Lo sbilanciamento della piramide demografica proietta ombre lunghe anche sulla sostenibilità complessiva del sistema del welfare e sulla stabilità finanziaria dei futuri assegni. Le stime elaborate dall'Istat e dal Ministero dell'Economia indicano un incremento transitorio della spesa previdenziale rispetto al Prodotto Interno Lordo, destinata a salire dal 15,4 per cento attuale fino a un picco vicino al 17 per cento intorno al 2040, per poi flettere sotto la soglia del 14 per cento entro il 2070.

Se da un lato l'analisi contabile suggerisce che “sembra che nel tempo il sistema sia in grado di autosostenersi”, dall'altro emerge l'allarme sociale legato all'adeguatezza delle prestazioni future. Per i giovani attuali, caratterizzati da percorsi professionali frammentati, contratti discontinui e livelli retributivi compressi, l'Inps finirà per erogare “assegni contenuti, difficilmente sufficienti a garantire una vita dignitosa”.

A fronte di una previdenza complementare che stenta a decollare tra le fasce più giovani, lo studio indica come urgente la possibilità di “aderire, su base volontaria, a un risparmio previdenziale nominativo presso l’Inps”, volto a consentire la costruzione di una rendita integrativa tutelata.

L'impatto sul sistema sanitario e il primato europeo della degiovanizzazione

Non meno severa è la pressione che si profila sul comparto della sanità pubblica nazionale e locale. Attualmente, la popolazione degli over 65 rappresenta un quarto del totale dei residenti in Italia ma assorbe già il 60 per cento dell'intera spesa sanitaria nazionale. Le proiezioni indicano che entro il 2050 questa componente arriverà a incidere per il 35 per cento sul totale della popolazione, determinando un incremento imponente dei costi legati all'assistenza sociale e alla gestione della non autosufficienza.

Un incremento che gli esperti ritengono arginabile soltanto estendendo in modo sostanziale l'aspettativa di vita in buona salute, che oggi in Italia si ferma alla media di 58,1 anni. Per una sanità regionale come quella dell'Umbria, già pesantemente sollecitata dal nodo delle liste d'attesa e dalla carenza cronica di personale sanitario, l'intersezione tra la rarefazione dei giovani e l'espansione della terza età rappresenta un fattore critico di prima grandezza.

Nel contesto internazionale, d'altronde, l'Italia si conferma il paese più “degiovanizzato” dell'Unione Europea, con una contrazione degli under 35 del 4,3 per cento a fronte di una stabilità dell'Area Euro (-0,4 per cento) e di nazioni in netta controtendenza come la Spagna (+5,3 per cento) o i Paesi Bassi (+11,5 per cento, “momentaneamente, grazie in particolare agli immigrati”). Le previsioni Istat per il medio termine stimano un crollo a 10,1 milioni di giovani entro il 2045: una perdita secca di due milioni di unità che per province come Perugia e Terni rende la sfida del ricambio del lavoro una transizione complessa e dai contorni obbligati.

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Federico Zacaglioni
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