Una lunga analisi pubblicata da Marco Regni, comunicatore pubblico ed ex assistente parlamentare del senatore Ronconi, riapre il dibattito sui conti della Regione Umbria all'indomani della parifica di bilancio approvata dalla Corte dei Conti. Se da un lato il via libera dei magistrati contabili certifica l'assenza di criticità finanziarie immediate, dall'altro l'esame condotto da Regni sulla relazione della Giunta all'assestamento di bilancio 2026 svela un quadro differente, guidato dalle osservazioni del Ministero dell'Economia e delle Finanze.
Secondo i rilievi del MEF citati nel report, infatti, la Regione starebbe incassando cifre molto più alte rispetto alle stime iniziali fissate con la legge regionale n. 2 del 2025. Nello specifico, le casse regionali starebbero registrando un surplus di 52 milioni di euro nel 2025 e di ben 66 milioni di euro all'anno per il triennio 2026-2028.
A questo proposito, l'analista politico osserva: “Mi risulta che il consigliere regionale Enrico Melasecche abbia già depositato da alcuni giorni una interrogazione per il question time che sarà discusso a breve durante il quale auspico che venga resa pubblica la nota del MEF del 27 novembre 2025”.
La manovra finanziaria regionale era stata inizialmente presentata agli umbri come un intervento destinato a drenare dalle tasche delle famiglie e dai bilanci delle imprese una cifra pari a 184 milioni di euro per coprire poresunti buchi della sanità regionale. Tuttavia, il ricalcolo basato sulle variazioni e sui dati di assestamento mostra un quadro economico proiettato su numeri decisamente differenti.
In sede di assestamento di bilancio, la Regione ha incrementato le entrate correnti di natura tributaria, contributiva e perequativa per un totale complessivo di 36,2 milioni di euro. Di questa somma, quasi 24 milioni di euro sono frutto dell'intesa Stato-Regioni sul riparto sanitario. Come spiega Regni nel suo intervento: “In sostanza, quella manovra che finora è stata presentata agli umbri come capace di far uscire dalle tasche delle famiglie e dai bilanci delle imprese la già stratosferica somma di 184 milioni di euro, produrrà in realtà un esborso secondo le mie stime al 2028 di almeno 320 milioni di euro e di oltre 400 milioni di euro nell’arco dell’intera legislatura se come probabile la maxi-stangata sarà prorogata anche al 2029”.
Per comprendere l'evoluzione della pressione fiscale complessiva, è significativo mettere a confronto le previsioni di bilancio elaborate dalle ultime due amministrazioni regionali per l'anno 2026, analizzando la voce delle entrate correnti.
Sotto la gestione della giunta guidata dalla Presidente Tesei (legge regionale n. 29 del 2019, a tassazione invariata), le previsioni per il 2026 indicavano entrate per imposte, tasse e proventi assimilati pari a 239,4 milioni di euro, tributi destinati alla sanità per 1,6 miliardi di euro, compartecipazioni di tributi per 104 milioni di euro e fondi perequativi centrali per 263 milioni, per un totale complessivo di quasi 2,2 miliardi di euro.
Con l'amministrazione guidata dalla Presidente Proietti (legge regionale n. 11 del 2025 sommata alle variazioni di assestamento), le stesse voci registrano numeri più elevati: le imposte e tasse salgono a 327 milioni, i tributi per la sanità raggiungono 1,64 miliardi di euro, le compartecipazioni toccano 105 milioni e i fondi perequativi si attestano a quasi 263 milioni di euro, portando il totale delle entrate correnti a 2,33 miliardi di euro.
Riguardo a questo divario di oltre 157 milioni di euro su base annua, la riflessione di Marco Regni pubblicata su Facebook evidenzia che: “queste somme provengono direttamente dalle tasche dei cittadini e dai bilanci delle imprese. Per capirci: con le maggiori risorse aggiunte con l’assestamento si sarebbe potuto, ad esempio, sterilizzare del tutto il maxi aumento dell’Irap imposto alle imprese che vale (almeno) 14 milioni all’anno, considerando che già senza questa variazione le entrate sono ben maggiori rispetto alle stime della manovra”.
L'aumento del prelievo fiscale locale ricade direttamente sui bilanci personali dei contribuenti, come emerge dal confronto con le regioni limitrofe sull'addizionale regionale IRPEF.
Per un reddito lordo annuo di 35.000 euro - tipico di un lavoratore dipendente, un infermiere o un pensionato -, il versamento per l'addizionale regionale in Umbria ammonta a 721 euro all'anno. Si tratta di un esborso di 200 euro in più rispetto a chi risiede nelle Marche e di 300 euro in più rispetto a un cittadino del Veneto. Nel caso di redditi più elevati, come un medico ospedaliero con un imponibile medio, la trattenuta regionale arriva a 2.172 euro annui, ovvero 900 euro in più del parametro marchigiano e oltre 1.200 euro in più di quello veneto.
Commentando questa disparità all'interno del suo post di analisi, Regni dichiara: “Una manovra presentata con l’alibi della sanità si sta trasformando nel bancomat utilizzato per finanziare decine e centinaia di spese che con la sanità non hanno nulla a che vedere. Il problema è che quei soldi non sono il frutto di una gestione più efficiente, non sono il frutto di una riduzione di costi derivante dall’innovazione dei servizi, di risparmi, di una spending review o di nuovi modelli capaci di attrarre risorse attraverso la compartecipazione dei privati”.
L'evidenza di un extra-gettito strutturale rispetto alle previsioni iniziali pone ora una questione politica legata all'utilizzo effettivo dei fondi e alla sostenibilità economica per il territorio. Se la giustificazione principale dell'aumento delle aliquote era legata alla necessità di coprire le spese del comparto sanitario, l'aumento effettivo degli incassi apre il dibattito sulla possibilità di modulare al ribasso le imposte per alleviare il carico fiscale su famiglie e imprese.
Nell'epilogo del suo intervento social, Marco Regni conclude: “La Giunta deve dire agli umbri, fino all’ultimo euro, quanto sta realmente incassando, dove finiranno queste risorse e perché, nonostante un gettito così superiore alle previsioni, famiglie e imprese debbano continuare a subire la tassazione più pesante d’Italia per il ceto medio. Se l’alibi era la sanità e le entrate sono molto più alte del previsto, la conseguenza politica dovrebbe essere una sola: ridurre subito la pressione fiscale”.
