Dopo il primo approfondimento affidato al professor Augusto Ancillotti, il secondo momento centrale dell’incontro “Alla scoperta degli antichi Umbri. Acqua e cibi rituali nelle Tavole Eugubine”, svoltosi ieri al Complesso di San Benedetto, ha visto protagonista la professoressa Maddalena Fagiani, docente dell’Istituto Mazzatinti e studiosa di glottologia, che ha guidato il pubblico dentro uno dei temi più affascinanti e insieme più accessibili delle Tavole: il rapporto tra acqua, alimentazione rituale e vita religiosa nella comunità degli antichi Eugubini.
Il suo è stato un intervento denso ma molto chiaro, costruito con l’intento dichiarato di rendere comprensibile a tutti un patrimonio che troppo spesso viene percepito come lontano o riservato agli specialisti. E proprio da qui Fagiani è partita, ringraziando il Comune di Gubbio e in particolare l’assessore Paola Salciarini per aver promosso una iniziativa di divulgazione capace di affrontare le Tavole da una prospettiva precisa e coinvolgente.
“Fa enormemente piacere trovare occasioni in cui si può divulgare quello che purtroppo per tanto tempo è stato all’interno di un ambiente accademico”, ha spiegato la studiosa, richiamando anche il lavoro svolto negli anni dall’IRDAU, impegnato non solo sul piano scientifico ma anche su quello divulgativo, attraverso scuole, conferenze, rappresentazioni teatrali e incontri pubblici.

Uno dei passaggi più immediati del suo intervento ha riguardato proprio il rapporto tra le Tavole e la consapevolezza collettiva. Fagiani ha osservato come spesso nemmeno i giovani eugubini abbiano piena coscienza del valore eccezionale di questo documento. Nei libri scolastici, ha ricordato, le civiltà italiche vengono liquidate in poche righe, e questo non basta certo a trasmettere la misura di un’eredità come quella delle Tavole Eugubine.
Da qui la scelta di introdurre il tema dell’acqua e dei cibi rituali partendo prima da un quadro generale: che cosa raccontano le Tavole, quale società vi si riflette, quale struttura religiosa e civile esprimono.
Fagiani ha spiegato che i riti di cui parlano le Tavole appartengono alla Tota Iovina, cioè alla comunità eugubina in età italica preromana. La tota era una comunità autonoma sotto il profilo politico, sociale, economico e culturale, qualcosa che possiamo avvicinare all’idea di una piccola città-Stato. Questa comunità si identificava in un Ocri, un monte sacro facilmente accessibile, sulla cui sommità si trovava uno spazio consacrato chiamato nelle Tavole Eku.
Non bisogna immaginare, ha precisato, un santuario monumentale nel senso classico del termine, ma piuttosto un’area sacra delimitata, forse con palizzate o strutture leggere, dove si svolgevano riti pubblici di grande importanza. È un’immagine che colpisce anche il pubblico di oggi perché restituisce un sacro radicato nel paesaggio, nei rilievi, nei boschi, nei passaggi della comunità.
Altro punto importante toccato dalla studiosa è quello dell’identità umbra. Nelle Tavole, ha osservato, non compare il termine “Umbri”, ma compare la comunità specifica di Iguvium. Per delineare chi fossero gli Umbri, Fagiani ha richiamato la celebre definizione di Plinio il Vecchio, che li chiamava gens antiquissima Italiae, popolo antichissimo d’Italia.
Ha quindi ricostruito sinteticamente l’ampiezza di una Umbria molto più vasta di quella odierna, inizialmente estesa dal Po al Tevere e all’Adriatico, poi progressivamente ridimensionata nel corso della storia. Un modo, anche questo, per far capire al pubblico che le Tavole non parlano di una realtà marginale, ma di una delle grandi culture dell’Italia preromana.

Uno dei nuclei più interessanti dell’intervento è stato quello dedicato al tipo di religiosità che emerge dalle Tavole. Fagiani ha insistito sul fatto che non si tratta di devozione popolare nel senso più immediato, quella testimoniata per esempio dagli ex voto o dai bronzetti italici, ma di una religione istituzionale e ufficiale, fondata su riti pubblici e comunitari.
Questa ritualità si svolgeva in luoghi diversi: sull’Ocri, presso le porte della città, nei boschi sacri, talvolta vicino a grotte o ad aree aperte. Due erano le grandi cerimonie mobili che regolavano la vita della comunità: la purificazione della Tota, cioè dell’intera città, e la purificazione degli uomini in armi, vale a dire del popolo in assetto militare.
Si tratta di elementi che, anche per il lettore contemporaneo, rendono evidente come nelle Tavole la religione non sia separata dalla vita civile, ma coincida con la protezione stessa della città, delle sue mura, del suo esercito, del suo patto interno.
Molto efficace è stata anche la ricostruzione topografica proposta da Fagiani. Secondo la studiosa, l’abitato della Tota Iovina aveva probabilmente forma circolare e si sviluppava in una zona più alta rispetto alla città medievale. A sostegno di questa ipotesi ha ricordato i ritrovamenti archeologici del 2007 in via dei Consoli, dove sono emerse urne cinerarie dell’XI-XII secolo avanti Cristo, collocate fuori dal pomerio, cioè dallo spazio sacro dell’abitato.
Attorno alla città si aprivano tre porte fondamentali: la Treblana, la Tessenaca e la Veia. Dalla prima partiva la grande processione di purificazione che ruotava intorno all’abitato con sacerdoti e animali destinati al sacrificio. La porta Tessenaca si collegava invece al campo delle esercitazioni militari e alla via augurale, da cui si raggiungevano le rocce utilizzate per l’osservazione del volo degli uccelli sacri. La porta Veia, infine, era quella attraversata dai traffici più pesanti, in direzione di Gualdo Tadino e Fossato.
È una descrizione che restituisce un’immagine vivissima dell’antica Gubbio: una città in cui religione, spazio urbano e organizzazione civile si intrecciavano in maniera indissolubile.
Venendo al tema specifico dell’incontro, Fagiani ha mostrato come nelle Tavole il termine che designa l’acqua sia udor, corrispondente al greco hydor. Nelle sezioni scritte con alfabeto etrusco il termine appare adattato graficamente, ma il significato resta chiaro.

Secondo la ricostruzione proposta, non si tratterebbe di un’acqua qualsiasi, bensì di un’acqua di sorgente, utilizzata per la purificazione e la consacrazione. Un’acqua viva, dunque, distinta da quella più comune o convogliata artificialmente. La studiosa ha messo in relazione questo dato con il mondo osco e con altre testimonianze dell’Italia antica, mostrando che già allora esisteva una percezione diversa dei tipi d’acqua: una più quotidiana e una più sacra, legata alla forza vitale e al rito.
È un aspetto che parla molto anche al presente, in un’epoca in cui il valore dell’acqua viene spesso affrontato in chiave ambientale e civile, ma raramente in quella simbolica. Le Tavole ricordano invece che l’acqua era prima di tutto elemento di purificazione, passaggio obbligato per entrare in rapporto corretto con il divino e con la comunità.
Fagiani ha poi accompagnato il pubblico nella lettura di alcuni passi delle Tavole in cui compaiono i principali elementi dell’offerta rituale. In una sequenza prescrittiva, tipica dei testi liturgici, si ordina di portare farina, vino, acqua, sale macinato, salamoia, parti della vittima, asciugamani, recipienti per liquidi e per solidi.
Colpisce l’estrema precisione di queste prescrizioni: ogni sostanza ha il suo ruolo, ogni gesto deve essere compiuto senza difetto, ogni contenitore deve essere adatto alla sua funzione. In questo mondo rituale non esiste improvvisazione.
Particolarmente interessante è il riferimento alla salamoia, miscela di acqua e sale, che richiama da vicino la muries del rito romano arcaico e che trova perfino un’eco nel termine dialettale ranno, usato ancora in epoche successive per designare miscugli di acqua, sale e altri elementi. Anche qui il passato sembra gettare fili lunghi fino al presente.
Uno dei momenti più suggestivi dell’intervento è stato quello dedicato ai cibi rituali, soprattutto ai diversi tipi di pane e di impasti citati nelle Tavole. La farina, ha spiegato Fagiani, è probabilmente la sostanza consacrante per eccellenza. Da essa derivano varie preparazioni: pani di farro, pani a strati, focacce, impasti particolari e persino quella che la studiosa ha accostato, con prudenza ma anche con simpatia, a una sorta di antenato del brustengo.
Particolarmente evocativo è il termine mefa, interpretato come una specie di focaccia o crescia che poteva anche servire da base, da “mensa” commestibile per altri cibi. Un’immagine affascinante, che richiama antiche continuità alimentari e rende il testo meno remoto agli occhi del pubblico contemporaneo.
Fagiani ha più volte sottolineato che non sapremo mai con esattezza quali fossero i piatti degli antichi Umbri, ma è legittimo pensare a una continuità di materie prime e sensibilità alimentari, dal farro ai pani rituali, in un territorio che resta in fondo lo stesso.
Naturalmente le Tavole non parlano solo di offerte incruente. Fagiani ha ricordato anche la presenza di sacrifici animali, con vittime bovine, ovine e suine. Le carni venivano in parte offerte al fuoco e in parte probabilmente consumate in un contesto che la tradizione di studio ha interpretato come banchetto rituale conclusivo, la cesna.
Anche qui il rito non va visto come gesto cruento isolato, ma come parte di una economia sacra e comunitaria: chi officiava sosteneva un costo, metteva a disposizione gli animali, e il sacrificio si concludeva in una forma di redistribuzione e di verifica della qualità delle offerte. Persino gli strumenti di cottura – spiedi, alari, sostanze grasse o impasti di condimento – compaiono nelle Tavole, restituendo un livello di dettaglio sorprendente.
Il merito maggiore dell’intervento di Maddalena Fagiani è stato forse proprio questo: aver mostrato che nelle Tavole Eugubine non c’è un reperto morto, ma una civiltà leggibile anche oggi. Dietro l’acqua di sorgente, il vino, il sale, la farina, i pani rituali e le processioni attorno alla città si intravedono temi attualissimi: il rapporto tra comunità e territorio, il valore simbolico del cibo, la distinzione tra uso quotidiano e uso sacro delle risorse, la centralità dei gesti collettivi.
E non è stato un caso che l’incontro si sia concluso con una degustazione enogastronomica ispirata agli ingredienti citati nelle Tavole, curata da Lorenzo Diamantini. Un modo intelligente e concreto per tradurre in esperienza sensibile ciò che la filologia e la glottologia consegnano alla conoscenza.
In fondo, è questo il punto: le Tavole Eugubine continuano a parlare non solo perché raccontano un passato remoto, ma perché dentro quel passato si riconoscono ancora i gesti fondamentali di una comunità – bere, mangiare, pregare, purificare, condividere. E forse è proprio da qui che deve ripartire la loro vera divulgazione.