Non un semplice appuntamento divulgativo, ma un vero ritorno al cuore identitario della città. Si è svolto ieri, al Complesso di San Benedetto, l’incontro pubblico dal titolo “Alla scoperta degli antichi Umbri. Acqua e cibi rituali nelle Tavole Iguvine”, promosso dal Comune di Gubbio in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, con la collaborazione del Museo Civico di Palazzo dei Consoli, della Biblioteca Sperelliana e dell’IRDAU – Istituto di Ricerca e Documentazione sugli Antichi Umbri.
L’iniziativa si inseriva nel più ampio percorso di valorizzazione delle Tavole Eugubine, di proprietà del Comune dal 1456, oggi conservate a Palazzo dei Consoli e sempre più al centro di una strategia culturale che guarda anche al riconoscimento UNESCO.
La parte centrale del convegno è stata affidata al professor Augusto Ancillotti, già ordinario di Glottologia all’Università di Perugia e tra i massimi studiosi delle Tavole. Il suo intervento, primo di due momenti di approfondimento, ha assunto il tono di una lezione insieme scientifica e civile, tutta orientata a chiarire un punto essenziale: le Tavole non sono un oggetto remoto per specialisti, ma un patrimonio che appartiene alla comunità. A portare il saluto dell’amministrazione comunale è stata l’assessore alla Cultura Paola Salciarini, intervenuta nella parte finale dell’incontro.

Ancillotti ha esordito con un ringraziamento all’amministrazione comunale, sottolineando come il fatto stesso che le Tavole siano poste al centro di incontri pubblici abbia un significato preciso. Per lo studioso, che ha dedicato decenni della propria vita a questo campo di ricerca, esse sono naturalmente centrali; molto meno scontato, ha osservato, è che lo siano davvero nella coscienza della città.
Da qui il suo primo messaggio, netto e quasi programmatico: “Non c’è bisogno di essere glottologi per sapere quello che le Tavole raccontano”. Secondo Ancillotti, il problema non è l’inaccessibilità del documento in sé, ma la distanza che spesso si crea tra la ricerca e la comunità. Proprio per questo ha insistito sul ruolo della pubblica amministrazione, chiamata a coinvolgere scuole, cittadini e associazioni in un percorso stabile di conoscenza e partecipazione.
Era, in fondo, il tono di tutto il suo intervento: togliere le Tavole dall’aura di oggetto difficile e restituirle come narrazione viva, leggibile, condivisibile.
Uno dei passaggi più forti della relazione ha riguardato la scoperta materiale delle Tavole. Ancillotti ha voluto sgombrare il campo da ricostruzioni alternative che, a suo giudizio, non reggono al vaglio della tradizione documentaria e degli studi consolidati. Le Tavole, ha ribadito, furono trovate a Gubbio, certamente prima del 1456, anno in cui il Comune di Gubbio le acquistò con un atto notarile redatto da messer Guerriero, notaio personale di Federico da Montefeltro e al tempo stesso attivo anche per il Comune.
Su un punto, però, lo studioso ha invitato alla prudenza: la data del 1444, talvolta indicata come anno del ritrovamento, può essere discussa. Gli appare infatti una data in parte costruita, anche per il suo legame simbolico con l’elezione di Federico quale difensore della città. Ma il dato certo, per Ancillotti, è un altro: il fatto che Gubbio abbia acquistato quelle tavole e le abbia rese da subito un proprio bene identitario.
In controluce, il professore ha lasciato intravedere anche il peso politico e culturale di Federico da Montefeltro in quella decisione. Non un dettaglio marginale, ma il segno di come già nel Quattrocento il valore delle Tavole fosse percepito come straordinario.
Ancillotti ha poi ricostruito la lunga storia degli studi. Le Tavole furono subito oggetto di attenzione da parte dei grandi umanisti, che le esaminarono con entusiasmo. Ma, ha spiegato, tra Quattrocento e Settecento mancavano ancora gli strumenti tecnici per comprenderle davvero. Prima dell’Ottocento, in sostanza, è quasi impossibile dire che fossero state capite nel loro contenuto.
Eppure furono ugualmente decisive. Il motivo è che recano testi in due alfabeti diversi, uno etrusco e uno latino, pur esprimendo la stessa lingua, l’antico umbro di Iguvium. Questo parallelismo permise già agli studiosi della scrittura, soprattutto dal Settecento, di chiarire almeno il valore delle lettere, ponendo le basi delle future interpretazioni filologiche.
Il testo, insomma, non si lasciava ancora leggere interamente, ma già insegnava a decifrare se stesso.

Ampio spazio è stato dedicato anche alle indagini più recenti. Ancillotti ha ricordato gli studi condotti negli anni Duemila dal professor Luciano Agostiniani, che sottopose le Tavole a esami fotografici e chimico-fisici, dimostrando che erano state realizzate con il metodo della cera persa e non incise successivamente con il bulino.
Ma il punto forse più affascinante della sua ricostruzione ha riguardato la ridatazione scientifica compiuta di recente dal professor Calderini con il coinvolgimento di studiosi di fisica e chimica. Il risultato, ha sottolineato Ancillotti, è stato sorprendente solo in apparenza: gli strumenti scientifici più moderni hanno confermato in pieno ciò che gli studiosi della scrittura avevano già intuito da tempo.
Le cosiddette Tavole III e IV sarebbero state fuse attorno al 320 avanti Cristo. Le Tavole I e II, benché chiamate così da secoli, sarebbero in realtà posteriori e risalirebbero circa al 180-185 avanti Cristo. La Tavola V si collocherebbe attorno al 145 avanti Cristo, mentre le grandi Tavole VI e VII sarebbero da datare intorno al 90 avanti Cristo, negli anni finali del conflitto tra Mario e Silla.
Un quadro cronologico che rafforza la solidità della tradizione di studi e mostra come il sapere umanistico e quello scientifico possano convergere.
Ma per Ancillotti la fusione delle Tavole non coincide affatto con la nascita dei loro contenuti. Questo è stato uno dei nuclei più densi della sua lezione. I testi, ha spiegato, non furono composti al momento della fusione su bronzo. Al contrario, rappresentano il punto d’arrivo di una lunga storia precedente, fatta prima di trasmissione orale e poi di scrittura su materiali deperibili: cortecce, pelli, supporti vari destinati naturalmente a scomparire.
Da un punto di vista culturale, sociale e ambientale, i contenuti delle Tavole rinvierebbero addirittura a un’evoluzione che affonda le proprie radici tra la fine dell’età del bronzo e l’inizio dell’età del ferro. In altre parole, i testi che leggiamo sulle lamine bronzee sono molto più antichi delle lamine stesse.
Questo spiega perché le Tavole siano, per Ancillotti, non soltanto un documento epigrafico, ma la sedimentazione scritta di una civiltà remotissima.
Qui il professore ha toccato forse il punto più alto del suo ragionamento. L’importanza delle Tavole, ha detto, non si esaurisce nella descrizione dei riti religiosi, pur decisivi per gli studiosi della storia delle religioni. Sarebbe riduttivo fermarsi lì.
Le Tavole, infatti, lasciano trasparire senza volerlo un intero mondo sociale, proprio come accade nei grandi testi della letteratura. Ancillotti ha evocato implicitamente un paragone con Dante: non descrive sistematicamente il Medioevo, ma attraverso i suoi versi quel mondo si ricostruisce lo stesso. Così avviene nelle Tavole Eugubine.
Da esse emerge, secondo lo studioso, il profilo dell’Italia antica preromana, il sistema di valori, i rapporti tra religione, diritto, gerarchie e comunità. Ed è proprio qui che il discorso si è allargato alle radici di Roma.

Con grande forza polemica, Ancillotti ha contestato l’idea semplificata di una Roma nata soltanto dai Latini. La Roma più antica, quella delle origini e dei re, si sarebbe nutrita in misura decisiva del mondo sabino-italico, e le Tavole Eugubine costituirebbero la testimonianza più ampia e organica proprio di quella civiltà.
La lingua degli antichi Eugubini, ha spiegato, è strettamente affine a quella dei Sabini. E poiché dei Sabini propriamente detti restano solo pochissimi frammenti, sono le Tavole di Gubbio a consentire di comprendere davvero il terreno culturale da cui Roma è emersa.
In questo senso, le Tavole non aiutano tanto a capire la religione della Roma classica, già profondamente grecizzata, quanto piuttosto la religione più antica, quella arcaica, più vicina al mondo italico originario. “Rappresentano le forme di religione estremamente più antiche”, in sostanza il sostrato che sta dietro la Roma dei re.
Verso la conclusione, Ancillotti ha richiamato il lavoro compiuto negli ultimi tempi per il riconoscimento UNESCO delle Tavole come memoria dell’umanità, ricordando anche il contributo di Roberto Borsellini e la decisione del Comune di trasmettere al Ministero della Cultura la documentazione necessaria, poi sottoscritta dal ministro Alessandro Giuli e inviata a Parigi.
Qui lo studioso ha insistito su una distinzione fondamentale: il valore delle Tavole non sta nel bronzo come materia. “Non sono importanti perché sono sette pezzi di bronzo”. Sono importanti perché sono un documento, e un documento il cui valore emerge solo se se ne comprendono lingua, traduzione, contenuti, contesto, stratificazione storica.
È una posizione che rovescia ogni sguardo puramente antiquario o archeologico e che restituisce alle Tavole la loro vera dimensione: quella di testo, voce, memoria.
L’intervento di Augusto Ancillotti, primo dei due previsti nel convegno di ieri, è stato in definitiva molto più di un excursus storico. È stato un invito alla città a riappropriarsi delle proprie Tavole, a considerarle non come reliquia difficile, ma come chiave di accesso alle radici più profonde della civiltà italica.
Il secondo intervento, quello della professoressa Maddalena Fagiani, merita naturalmente un approfondimento autonomo, perché sviluppa un altro versante del discorso, legato più da vicino ai contenuti rituali e simbolici evocati dal titolo dell’incontro.
Ma intanto resta l’impronta lasciata da Ancillotti: quella di uno studioso che, pur con commozione e fragilità dichiarate, ha ricordato a Gubbio che nelle sue Tavole non c’è solo il passato della città, ma una parte decisiva della storia europea.