Si è impiccato nella propria camera di pernottamento. Aveva 45 anni, era di origine tunisina, ristretto in regime di media sicurezza per reati legati agli stupefacenti, rapina e contro il patrimonio. L’allarme è scattato immediatamente, gli agenti di Polizia Penitenziaria e il personale sanitario sono intervenuti con rapidità, ma ogni manovra di rianimazione si è rivelata vana. L’uomo è stato dichiarato morto poco dopo. A denunciare l’ennesima tragedia nel cuore dell’Umbria è il SAPPE, il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria: “Un nuovo, drammatico fallimento dello Stato”, accusa Fabrizio Bonino, segretario regionale del SAPPE Umbria, puntando il dito su organici ridotti, assenza di psicologi dedicati e mancanza di un piano serio di prevenzione del suicidio.

Il detenuto, del quale non sono state diffuse le generalità, si trovava da tempo nella Casa di reclusione di Spoleto. Il gesto estremo è stato compiuto all’interno della stanza in cui trascorreva le ore notturne, un ambiente che nel circuito della media sicurezza non prevede un monitoraggio continuativo. Quando gli agenti lo hanno trovato, hanno immediatamente attivato la catena dei soccorsi, ma il tempo a disposizione era già esiguo. “Il gesto è stato compiuto all’interno della camera di pernottamento - osserva Bonino - a dimostrazione della cronica incapacità di garantire un monitoraggio minimo anche nei circuiti ordinari. Le carenze organiche impediscono qualsiasi forma di osservazione continuativa. E intanto si muore, e gli agenti restano soli, senza supporto psicologico né riconoscimento".
La morte del quarantacinquenne tunisino non rappresenta un caso isolato. Il fenomemno dei suicidi negli istituti penitenziari italiani continua a essere una ferita aperta, con numeri che restano drammaticamente costanti e nessuna inversione di tendenza all’orizzonte. Ogni volta, dall’interno delle celle, emerge lo stesso copione: un uomo solo, uno strappo alla sorveglianza dovuto alle piante organiche ridotte, un intervento tempestivo che arriva troppo tardi.
Fabrizio Bonino non usa giri di parole. “Ancora una volta un uomo si toglie la vita dentro un istituto penitenziario, nonostante la presenza di agenti che intervengono con coraggio e professionalità. Che si tratti di alta o media sicurezza, il problema è lo stesso: organici insufficienti, assenza di psicologi dedicati, nessun piano serio di prevenzione del suicidio. Lo Stato guarda altrove, mentre il personale resta a raccogliere i corpi e a farsi carico di un dolore che non gli appartiene".
Il SAPPE Umbria chiede un intervento immediato su scala nazionale. L’appello è secco e articolato: assunzione straordinaria di psicologi e mediatori culturali, rafforzamento immediato degli organici del Corpo di Polizia Penitenziaria, e l’istituzione di un tavolo permanente sulle morti in carcere che coinvolga sindacati, amministrazione penitenziaria e ministero. Senza questi passaggi, secondo il sindacato, ogni dichiarazione sulla sicurezza e sulla dignità delle persone detenute rischia di restare carta straccia.
“Non possiamo più assistere a queste scene - conclude Bonino -. Se lo Stato non interviene ora, ogni proclama sulla sicurezza e sulla dignità delle persone detenute è solo carta straccia. Il nostro pensiero va agli agenti che hanno tentato di salvare il detenuto e alla sua famiglia, a cui rivolgiamo le più sentite condoglianze".