La stenosi aortica, in Umbria, non è più soltanto una diagnosi che si legge sui referti dei cardiologi. È diventata una vera e propria emergenza silenziosa, che avanza con l’età e che, nei pazienti sintomatici non trattati, condanna a una sopravvivenza che raramente supera i due, massimo tre anni. A lanciare l’allarme, con il linguaggio asettico ma inequivocabile dei numeri, è stato il convegno “Stenosi aortica: percorsi diagnostici e terapia innovativa”, svoltosi nella Sala congressi Paolo Candelori di Palazzo Montani Leoni a Terni. L’incidenza della patologia è in progressivo aumento, soprattutto tra gli ultra settantenni, tanto da collocarla tra le patologie valvolari più rilevanti del momento. Un’incidenza stimata tra il 2 e il 3 per cento nella popolazione sopra i 70 anni che, tradotta in termini clinici, significa una sfida sanitaria destinata a crescere con il progressivo invecchiamento della popolazione umbra.
A coordinare scientificamente i lavori è stato il dottor Carlo Bock, responsabile della SSD Emodinamica dell’Azienda ospedaliera Santa Maria di Terni. Ed è proprio Bock a tracciare il perimetro della questione: senza un intervento tempestivo, la prognosi è infausta.
“I pazienti con stenosi aortica severa sintomatica hanno una prognosi sfavorevole se non operati, con una aspettativa media di vita di 2-3 anni”, ha ricordato nel corso dell’incontro. Parole che suonano come un campanello d’allarme per medici di famiglia, geriatri e tutti gli specialisti che quotidianamente si trovano di fronte a ottantenni affaticati, con un soffio al cuore spesso sottovalutato.
Il dato epidemiologico è chiaro: la stenosi aortica severa non è più una patologia di nicchia. L’aumento dell’aspettativa di vita ne ha fatto una delle malattie valvolari più frequenti nei paesi industrializzati, e l’Umbria non fa eccezione. Durante il convegno è emerso che l’incidenza di nuovi casi è in costante aumento, trainata proprio dall’invecchiamento della popolazione. Un fenomeno che impone un cambio di passo nei percorsi diagnostici, perché la stenosi aortica - lo hanno ribadito più relatori - non è una semplice conseguenza dell’età. È una malattia progressiva, subdola, che per anni può rimanere asintomatica e poi manifestarsi con dispnea, angina o sincope. A quel punto, però, il tempo a disposizione è poco.
La diagnosi precoce diventa quindi l’arma più potente. E qui si gioca una partita cruciale per il sistema sanitario umbro. “La terapia medica, da sola, non è in grado di modificare la progressione della malattia”, è stato ribadito durante i lavori. Significa che aspettare non è un’opzione. Per questo il convegno ha messo al centro l’importanza di percorsi strutturati, che partono dal sospetto clinico del medico di medicina generale, passano per l’ecocardiografia e arrivano fino alla valutazione dell’Heart Team. Parola che non è un vezzo anglofono, ma la sintesi di un approccio multidisciplinare obbligatorio: cardiologi, cardiochirurghi, anestesisti, radiologi, internisti, geriatri, infermieri e tecnici sanitari tutti intorno allo stesso tavolo. Una macchina complessa, ma necessaria, per non perdere per strada nessun paziente.
Se la diagnosi è il primo passo, la scelta della terapia è il cuore della questione. Oggi, per la stenosi aortica severa, i medici dispongono di due armi principali. Da un lato la sostituzione valvolare aortica chirurgica tradizionale, un intervento a cuore aperto con circolazione extracorporea che per decenni è stato il gold standard. Dall’altro la TAVI (impianto transcatetere di valvola aortica), una procedura mininvasiva che sta rivoluzionando il trattamento, soprattutto nei pazienti anziani e fragili. “Abbiamo a disposizione due terapie interventistiche: la sostituzione valvolare aortica chirurgica e la TAVI”, ha spiegato il dottor Bock, sottolineando come non esista una soluzione valida per tutti. La scelta terapeutica deve essere personalizzata attraverso il lavoro dell’Heart Team, tenendo conto delle caratteristiche cliniche del paziente, delle comorbidità, del rischio operatorio e delle aspettative di qualità della vita.
Il convegno di Terni ha dedicato ampio spazio proprio alla TAVI, procedura che richiede competenze tecniche elevate e dispositivi ad altissimo contenuto tecnologico. Non a caso, tra i partecipanti c’erano anche i tecnici sanitari specializzati, quelli che in sala di emodinamica preparano e gestiscono valvie che sono il frutto di anni di ricerca e innovazione. Eppure, accanto alla tecnologia, è emerso con forza un altro elemento: la centralità del paziente. Spesso anziano, spesso fragile, quasi sempre spaventato. Anche nelle relazioni più tecniche - raccontano i presenti - è emersa con forza l’attenzione alla dimensione umana della cura. Un richiamo all’umanesimo medico che non è retorica, ma necessità clinica.
La fotografia conclusiva del convegno, con i professionisti in posa davanti a Palazzo Montani Leoni, racconta proprio questo: non solo un incontro scientifico, ma una significativa occasione di confronto tra specialisti che, pur operando in contesti ad alta tecnologia, hanno ritrovato una dimensione di collegialità. E sullo sfondo, le istituzioni. La presenza dei rappresentanti politici e della dirigenza sanitaria, in particolare nella tavola rotonda finale, ha aperto il dibattito su sostenibilità economica ed equità di accesso alle cure. Perché la stenosi aortica non è solo una sfida clinica: è anche una prova per il sistema, chiamato a garantire le stesse opportunità terapeutiche a un ottantenne di Terni come a uno di Perugia. E su questo, il messaggio del convegno è stato chiaro: la strada è tracciata, ma serve coraggio e investimenti.