L’Umbria scende al settimo posto nella classifica delle regioni più “mother friendly” d’Italia, perdendo tre posizioni rispetto alla precedente rilevazione. A certificarlo è l’undicesima edizione del rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026”, elaborato da Save the Children in collaborazione con Istat.
Un dato che, pur mantenendo la regione nella fascia alta della graduatoria nazionale, evidenzia un rallentamento significativo e segnala criticità emergenti, in particolare sul versante del lavoro, ambito in cui si registra un peggioramento diffuso su scala nazionale.
Con un punteggio complessivo di 103,517, l’Umbria scende al settimo posto nella classifica nazionale, guidata dall’Emilia-Romagna, che conquista il primato tra le regioni più favorevoli alla maternità. La Provincia autonoma di Bolzano arretra in seconda posizione, mentre in fondo alla graduatoria si conferma la Sicilia.
Il Mothers’ Index regionale, cuore del rapporto, misura le condizioni di vita delle madri attraverso sette dimensioni - demografia, lavoro, rappresentanza, salute, servizi, soddisfazione soggettiva e violenza - analizzate mediante 14 indicatori. Un sistema articolato che restituisce una fotografia complessa e multilivello del contesto socio-economico. Nel quadro generale emerge un dato rilevante: per la prima volta si registra un peggioramento della condizione lavorativa in tutte le regioni italiane, senza eccezioni.
È proprio la dimensione occupazionale a rappresentare l’elemento più problematico per l’Umbria. La regione perde quattro posizioni, attestandosi al 14/o posto, in linea con una tendenza nazionale negativa. Nel 2025, infatti, l’indice lavoro scende a 88,3 punti in Italia, con un calo significativo rispetto agli anni precedenti.
In Umbria aumentano le donne impiegate in lavori a termine da almeno cinque anni, passando dal 18% al 20,7%, mentre cresce anche il numero di dimissioni tra le madri con figli tra zero e tre anni, salite da 5,15 a 7,41 ogni 1.000 donne occupate. Dati che evidenziano una fragilità strutturale del mercato del lavoro femminile, caratterizzato da precarietà e difficoltà di permanenza, soprattutto nella fase più delicata della maternità.
Non meno rilevante è il peggioramento registrato nella dimensione demografica. L’Umbria scende dal 16/o al 18/o posto con un punteggio di 88,0, riflettendo una tendenza nazionale al calo della natalità e all’invecchiamento della popolazione.
Anche sul fronte della salute si osserva un arretramento: la regione passa dal terzo all’ottavo posto, con un indice di 104,956. A incidere è soprattutto l’aumento del quoziente di mortalità infantile nel primo anno di vita, salito da 1,83 a 2,94 per 1.000 nati vivi.
A livello nazionale, il valore della dimensione salute si attesta a 101,023, in lieve flessione rispetto all’anno precedente, mentre la Provincia autonoma di Bolzano si conferma al primo posto grazie a una rete di consultori particolarmente sviluppata.
Più stabile, invece, la dimensione dei servizi, dove l’Umbria si conferma al 15/o posto con un punteggio di 102,046, mantenendo la stessa posizione delle ultime tre edizioni. A livello nazionale si registra un miglioramento, trainato dal rafforzamento dell’offerta per la prima infanzia, il tempo pieno scolastico e le mense.
Segnali positivi arrivano anche dalla dimensione della rappresentanza, che evidenzia una crescente partecipazione delle donne alla vita politica locale. L’indice nazionale raggiunge quota 108,108, confermando una tendenza in miglioramento.
Sul piano della soddisfazione soggettiva, l’Umbria si colloca tra le regioni con valori medio-alti, conquistando il quarto posto con un punteggio di 113,260. Un dato che suggerisce una percezione complessivamente positiva della qualità della vita da parte delle donne.
Più critico, invece, il quadro relativo alla dimensione della violenza. La regione perde sei posizioni, scivolando dal sesto al 12/o posto con un indice di 109,824. Un arretramento che riflette una distribuzione disomogenea dei centri antiviolenza e delle case rifugio sul territorio.
Nel complesso, il rapporto evidenzia un peggioramento della situazione italiana rispetto agli ultimi due anni. L’indice nazionale scende a 101,460, in calo rispetto al 102,635 del 2024 e al 102,002 del 2023. Una flessione attribuibile principalmente al deterioramento delle dimensioni della demografia, del lavoro e della salute, che rappresentano i pilastri fondamentali per garantire condizioni favorevoli alla maternità.
Il quadro delineato dal rapporto “Le Equilibriste 2026” restituisce un’immagine complessa, in cui l’Umbria mantiene una posizione relativamente favorevole ma mostra segnali di fragilità che richiedono attenzione e interventi mirati. L’arretramento in classifica, unito alle criticità sul fronte occupazionale e demografico, pone interrogativi sulle politiche di sostegno alla maternità e alla conciliazione tra vita lavorativa e familiare.
In questo contesto, il rafforzamento dei servizi, la stabilizzazione del lavoro femminile e l’ampliamento delle reti di supporto rappresentano leve strategiche per invertire la tendenza e consolidare i risultati raggiunti. La sfida, ora, è trasformare i dati in azioni concrete, capaci di restituire centralità alla maternità non solo come dimensione privata, ma come tema strutturale di sviluppo sociale ed economico.