Molti eugubini, talvolta anche tra i ceraioli, lo confondono con Sant’Antonio da Padova. Ma il Santo del Cero nero è Sant’Antonio Abate, l’eremita egiziano nato a Coma intorno al 251 dopo Cristo e morto nel deserto della Tebaide il 17 gennaio del 357.
A ricordarne la figura è il professor Luigi Girlanda, illustre teologo, in un lungo articolo pubblicato da Vivo Gubbio. Un testo costruito come una sorta di racconto in prima persona, nel quale il Santo sembra rivolgersi direttamente agli eugubini per spiegare chi sia davvero l’uomo che ogni 15 maggio viene portato sulle spalle dai ceraioli.

Uno dei passaggi più suggestivi riguarda la fiamma che Sant’Antonio tiene nella mano sinistra. Non è un semplice ornamento iconografico, ma il segno di una lunga storia di dolore e misericordia.
Nel Medioevo, il cosiddetto fuoco di Sant’Antonio non indicava l’herpes zoster come oggi, ma una malattia devastante provocata da un fungo che contaminava la segale. Colpiva soprattutto i poveri, che di quel cereale si nutrivano, causando bruciori insopportabili, convulsioni, allucinazioni e nei casi più gravi gangrena.
Attorno alle reliquie del Santo nacque l’ordine degli Antoniani, che fondò ospedali in tutta Europa per curare i malati del “fuoco sacro”. La fiamma, dunque, rappresenta il male vinto e domato, non un simbolo di potere.
Il cuore del racconto di Girlanda è però la conversione di Antonio. Rimasto orfano a circa diciotto anni, erede di una casa, di una sorella minore e di trecento campi di grano, avrebbe potuto condurre una vita agiata e ordinaria.
Tutto cambiò quando, entrando in chiesa, ascoltò il passo del Vangelo di Matteo rivolto al giovane ricco: vendere tutto, donarlo ai poveri e seguire Cristo. Antonio prese quelle parole alla lettera.
Da quel momento iniziò la sua avventura spirituale più radicale: donò i beni ai poveri, affidò la sorella a una comunità di donne cristiane e si ritirò nel deserto. Non una fuga dal mondo, ma una scelta assoluta di sequela evangelica.
Uno degli episodi più potenti della vita del Santo è il lungo romitaggio nel deserto egiziano. Dopo una prima fase vissuta ai margini del villaggio, Antonio attraversò il Nilo e si chiuse in una fortezza abbandonata presso Afroditopoli.
Vi rimase per circa vent’anni, ricevendo solo raramente del pane calato oltre le mura. Il resto era silenzio, preghiera, solitudine e lotta interiore.
Girlanda insiste proprio su questo punto: le celebri “tentazioni di Sant’Antonio”, rappresentate nei secoli da pittori con demoni e mostri, furono prima di tutto una battaglia dell’anima. Nel deserto, senza distrazioni, l’uomo si trova davanti a se stesso, alle proprie paure, ai propri desideri e alla tentazione di tornare indietro.

Quando Antonio uscì dalla fortezza, non tornò semplicemente nel mondo. Divenne un punto di riferimento spirituale. Uomini attratti dal suo esempio cominciarono a raccogliersi attorno a lui.
Da quella esperienza nacque la tradizione dei Padri del Deserto, che avrebbe influenzato profondamente tutto il monachesimo cristiano. Attraverso percorsi lunghi e complessi, quella radice arrivò fino a Benedetto da Norcia e ai monasteri medievali, luoghi decisivi per la cultura, l’assistenza e la conservazione del sapere in Europa.
Girlanda collega poi la figura del Santo alla Festa dei Ceri. Il Cero di Sant’Antonio ha infatti un percorso particolare: la mattina compie una girata in più in Piazza Grande, inizia la mostra da un punto diverso e durante la corsa si ferma simbolicamente nella piazzetta di Sant’Antonio.
In mezzo alla festa più corale e rumorosa della città, il Cero nero conserva così un momento tutto suo, quasi appartato. È come se anche nella Festa dei Ceri restasse un frammento del deserto egiziano, un segno della natura profonda del Santo eremita.
L’articolo non si limita alla ricostruzione storica. Diventa anche un richiamo spirituale rivolto agli eugubini. La Festa dei Ceri, ricorda Girlanda attraverso la voce immaginaria del Santo, è nata per Sant’Ubaldo, e Sant’Ubaldo è nato per Cristo.
Togliere questa radice significherebbe impoverire la Festa, riducendola a spettacolo o identità senza fondamento. Da qui anche il richiamo contro le bestemmie e contro ogni gesto che ferisca il significato religioso della giornata.

Il merito dell’articolo è quello di restituire a Sant’Antonio Abate una fisionomia viva, forte, quasi narrativa. Non una statua portata sul Cero, ma un uomo che ha vissuto il Vangelo fino alle estreme conseguenze.
Un Santo del deserto, della povertà, della lotta interiore e della fedeltà. Una figura che Gubbio porta sulle spalle ogni 15 maggio e che forse, proprio per questo, merita di essere conosciuta meglio.