Un’onda anomala di 469 milioni di euro di costi aggiuntivi si abbatte sul sistema energetico umbro. A fotografare lo scenario è uno studio del centro studi Sintesi commissionato da CNA Umbria: i consumi di elettricità e gas passeranno da 1,88 miliardi di euro del 2025 a 2,35 miliardi nel 2026, con un balzo del 23% per l’energia elettrica e del 28% per il gas. Il peso maggiore graverà sull’industria, che assorbe da sola il 41% del gas consumato in regione. A farne le spese sarà soprattutto la manifattura, dove si concentrano le imprese più energivore, ma i rincari coinvolgeranno anche trasporti e servizi. Lo scenario è una diretta conseguenza degli effetti indiretti del conflitto in Medio Oriente sui prezzi delle fonti fossili. E se non arriveranno correttivi immediati, il tessuto produttivo umbro rischia di andare in frantumi.
Non si tratta di una previsione catastrofista, ma di una stima puntuale elaborata sui dati di consumo regionali e sugli attuali trend dei mercati energetici. Il presidente di CNA Umbria, Michele Carloni, non usa mezzi termini: “Se la situazione internazionale non cambierà, nel 2026 in Umbria si prevedono quasi 500 milioni di euro di maggiori costi rispetto all’anno precedente per luce e gas, di cui la gran parte verrà sostenuta dalle imprese. Se non vogliamo il collasso del sistema produttivo servono correttivi urgenti a livello europeo, nazionale e regionale per sostenere i comparti più colpiti, a cominciare dalla manifattura, dove si concentrano le imprese più energivore, ma anche dai trasporti su gomma di merci e persone”.

Lo studio del centro Sintesi scende nel dettaglio di una ripartizione che lascia pochi spazi all’ottimismo. Il comparto industriale (che include anche le circa 8mila imprese artigiane della regione) è il primo utilizzatore di gas in Umbria con una quota del 41%. Seguono le centrali di produzione elettrica (22%) e gli utilizzatori domestici (21%). Numeri che, tradotti in termini di esborsi, significano 180 milioni di euro aggiuntivi solo per il gas nel 2026, di cui 74 milioni direttamente a carico dell’industria. Sul fronte dell’energia elettrica, il maggior esborso stimato è di 289 milioni di euro, con la manifattura chiamata a sostenere da sola oltre la metà di questa cifra, vale a dire più di 150 milioni.
Ma l’effetto valanga non risparmia nemmeno il terziario. Le imprese dei servizi dovranno farsi carico di un costo aggiuntivo complessivo di circa 70 milioni di euro, di cui 20 milioni destinati a gravare sulle attività commerciali. Un’emorragia che, se non arginata, rischia di tradursi in chiusure, cassa integrazione e desertificazione industriale in un territorio già provato da anni di crisi consecutive.
La distribuzione territoriale dei rincari, inoltre, racconta di un’Umbria spaccata in due, ma accomunata dalla stessa morsa energetica. La provincia di Perugia si vedrà addebitare il 56% dei maggiori costi per l’energia elettrica, pari a 162 milioni di euro. Alla provincia di Terni andrà il restante 44% , ovvero 127 milioni di euro. Un divario che riflette la diversa densità industriale dei due territori, ma che non alleggerisce la pressione su nessuno dei due.
Di fronte a questi numeri, Carloni lancia un appello a tre livelli istituzionali. “Non è pensabile che la manifattura regionale possa reggere questo ulteriore shock senza un sostegno da parte delle istituzioni a tutti i livelli” , avverte. Il primo fronte è europeo: “Servirebbe un allentamento dei vincoli del patto di stabilità che consenta agli Stati l’adozione di misure ad hoc per le imprese” . Il secondo è nazionale: “Va rivisto nei contenuti e rifinanziato il decreto Energia già adottato dal governo”. Il terzo, infine, è regionale: “Non possiamo che ribadire la richiesta di misure di sostegno all’autoproduzione di energia da parte delle imprese e all’efficientamento degli immobili produttivi”.
Il presidente di CNA Umbria non nasconde, però, che qualsiasi politica di sostegno rischia di essere vana se non si interviene sulla causa primaria. “Ovviamente tutto questo deve andare di pari passo con iniziative diplomatiche che portino alla cessazione del conflitto, anche se le previsioni non sono rosee, tant’è che la Commissione europea ha già invitato gli Stati membri a predisporre piani strategici sull’energia che potrebbero condurre anche al razionamento della circolazione dei mezzi. Insomma, la situazione è grave e richiede una risposta adeguata da parte delle istituzioni, alle quali deve essere chiaro che la difesa del sistema produttivo è prioritaria per la tenuta complessiva dei Paesi”.