L’ipotesi dell’arrivo di McDonald’s anche a Gubbio riporta inevitabilmente alla memoria una delle più note polemiche legate all’ingresso della multinazionale americana in Italia. Era il 1986 quando, a Roma, l’apertura del primo ristorante della catena in Piazza di Spagna a ridosso di Piazza Mignaneli, provocò un acceso dibattito culturale destinato a segnare un’epoca.
Tra le voci più autorevoli che si levarono contro quell’iniziativa vi fu quella dello stilista Valentino Garavani, scomparso proprio in questi giorni, che parlò apertamente di uno “sfregio al cuore estetico e culturale della capitale”.
Il McDonald’s inaugurato nel marzo del 1986 sorse in uno dei luoghi più iconici della città, in un’area che rappresentava non soltanto un simbolo turistico, ma anche uno dei centri nevralgici dell’alta moda e dell’eleganza romana.

Non a caso, la sede storica della maison Valentino si trovava proprio in Piazza Mignanelli, nello stesso spazio urbano coinvolto dall’apertura del fast food. Un dettaglio tutt’altro che marginale, che contribuì a rendere la vicenda particolarmente sentita e a trasformarla rapidamente in un caso mediatico di portata nazionale.
La protesta dello stilista, dunque, non nacque da una posizione astratta o ideologica, ma da una percezione diretta di ciò che stava avvenendo nel luogo che rappresentava anche la sua identità professionale e creativa.
Valentino Garavani intervenne pubblicamente per difendere l’idea che esistessero spazi urbani nei quali il valore simbolico, estetico e culturale dovesse prevalere su qualsiasi logica commerciale. Parlò di un rischio di banalizzazione e di perdita di armonia, sottolineando come Roma non potesse essere trattata alla stregua di una qualunque metropoli priva di stratificazione storica.

Le sue parole ebbero grande risonanza proprio perché provenivano da una figura che incarnava, nel mondo, l’immagine del Made in Italy e dell’eleganza italiana.
La polemica non rimase confinata alle dichiarazioni di un singolo personaggio. Nei giorni successivi all’apertura si moltiplicarono prese di posizione, manifestazioni simboliche e dibattiti pubblici che portarono quella vicenda sulle prime pagine dei giornali.
Da quel clima nacque, pochi mesi dopo, il movimento Slow Food, fondato da Carlo Petrini come risposta culturale alla standardizzazione del gusto e all’omologazione alimentare. Il caso romano divenne così uno spartiacque nel rapporto tra globalizzazione e identità locale.
A quarant’anni di distanza, lo scenario appare profondamente mutato. L’Italia di oggi non è più quella del 1986, e anche il ruolo dei grandi marchi internazionali è cambiato.
McDonald’s è ormai una presenza diffusa e consolidata, integrata nel tessuto urbano di centinaia di città, spesso adattata alle specificità locali e percepita come una delle tante offerte del mercato della ristorazione.
È per questo che il confronto con quanto potrebbe avvenire a Gubbio risulta improprio. L’eventuale nuovo ristorante non sorgerebbe in un’area storica né in un luogo simbolico della città, ma in piena periferia, in una zona già destinata a funzioni commerciali.
Non vi sarebbe alcuna sovrapposizione con il patrimonio monumentale, né alcuna alterazione del tessuto medievale che costituisce l’identità profonda di Gubbio.

Opporsi oggi a questa ipotesi rischierebbe di trasformarsi in una battaglia di retroguardia, incapace di cogliere la trasformazione dei tempi. In una città che fatica da anni a trattenere i più giovani, la presenza di servizi già diffusi altrove può rappresentare anche una cerniera di collegamento con il mondo esterno, consentendo di trovare a Gubbio ciò che oggi molti sono costretti a cercare in altri centri umbri.
L’identità, del resto, non si difende rifiutando ogni novità. Si tutela con altri strumenti: con la cultura, con la qualità urbana, con politiche attente al centro storico e non con la politica dello struzzo, che finge che il mondo non esista.
La protesta del 1986 resta una pagina importante della storia culturale italiana. Ma appartiene a un’altra epoca. Applicarla meccanicamente al presente significherebbe non coglierne il vero insegnamento.