Una sentenza attesa per anni, che chiude uno dei casi più delicati degli ultimi tempi in città e restituisce finalmente voce alle vittime. Il Collegio penale del tribunale di Perugia ha condannato a 10 anni e 8 mesi di reclusione il 56enne ritenuto responsabile di una lunga serie di molestie sessuali, episodi avvenuti tra il 2012 e il 2014 e riconducibili a quello che è stato definito il caso del “palpeggiatore seriale”.
All’indomani della sentenza, a riportare al centro il valore della denuncia è l’ex consigliera comunale Emanuela Mori, tra le donne coinvolte nella vicenda, che ha scelto di rendere pubblica la propria esperienza, trasformandola in un appello rivolto a chi si trova in situazioni analoghe. “Oggi, finalmente, con questa sentenza di condanna, voglio dirlo ad alta voce a tutte le persone che si trovano dove mi trovavo io: denunciate! Non è semplice, non è indolore, ma protegge anche chi verrà dopo”.
Il procedimento giudiziario ha ricostruito una sequenza di episodi avvenuti nel territorio perugino, delineando un quadro fatto di aggressioni ripetute e condotte analoghe ai danni di più donne. Un contesto che ha richiesto anni di indagini, testimonianze e udienze, fino all'attesa pronuncia della sentenza di primo grado.
La decisione del tribunale rappresenta un punto fermo sotto il profilo giudiziario, pur in attesa delle motivazioni, e segna un passaggio rilevante per tutte le parti coinvolte. Oltre alla pena, sono stati disposti risarcimenti in favore delle vittime costituite parte civile.
Nelle sue parole, Emanuela Mori restituisce con lucidità e intensità il vissuto che segue una violenza, fatto non solo dell’episodio in sé ma delle sue conseguenze nel tempo.
“Ci sono notti in cui ti svegli con il cuore in gola - ha affermato Mori - e non riesci a capire se quello che ricordi è un sogno o qualcosa che è davvero accaduto. Io quelle notti le conosco bene. Le ho vissute per anni, in silenzio. Certe cose non si dimenticano, si portano dentro, nel modo in cui si evitano certi posti, certi orari, certi sguardi. Nel silenzio che si costruisce intorno a un episodio che però continua a parlare, sottovoce, ogni giorno.”
La scelta di denunciare, sottolinea l’ex consigliera comunale, non è stato tuttavia un periodo privo di ostacoli. Il percorso processuale si è rivelato lungo e complesso, caratterizzato da momenti di forte pressione emotiva.
“Quando ho subìto l’aggressione ho avuto il coraggio di parlarne e di denunciare. Il percorso, certo, è stato lungo, a volte doloroso. Ci sono stati momenti in cui ho avuto la sensazione di essere io sotto processo. Ci sono stati interrogatori difficili in cui mi sono sentita giudicata più di lui, udienze angoscianti, periodi di attesa estenuanti. Ho avuto paura che lui mi trovasse, che si vendicasse, che nessuno mi credesse fino in fondo, paure che però non mi hanno fermata. E, alla fine, una magistratura ha fatto il suo lavoro”. Parole che mettono in luce una delle criticità più spesso segnalate dalle vittime: il timore di non essere credute e la percezione di dover continuamente dimostrare la propria versione dei fatti.
Il momento della sentenza rappresenta una svolta non solo giudiziaria ma anche personale. Non tanto per ciò che restituisce, quanto per ciò che riconosce.
“Finalmente dopo tanti anni di attesa è arrivata la sentenza - ha proseguito Mori - . Non ero preparata all’emozione che ho provato: la sensazione che ciò che mi era stato fatto fosse stato riconosciuto e che non fosse stato solo nella mia testa, che il mondo, attraverso quelle parole, avesse detto: sì, è successo, e non sarebbe dovuto succedere. Una sentenza che non mi restituirà ciò che ho perso (il sonno, la leggerezza, la fiducia negli spazi che avrebbero dovuto essere sicuri), ma mi ha restituito qualcosa di diverso, forse più prezioso: la certezza che la mia parola ha valore. Che la verità, anche quando fa fatica, alla fine emerge”.
La testimonianza si chiude con un messaggio chiaro, che assume una dimensione collettiva. Non si tratta solo di raccontare una vicenda personale, ma di indicare una strada.
“Spero adesso che chi mi ha fatto del male risponderà delle sue azioni davanti alla legge - ha concluso Emanuela Mori -. Non finisce tutto, non si cancellano le cicatrici, non si restituiscono gli anni di paura, ma è realtà. Il silenzio isola, non protegge. E l’isolamento è esattamente ciò su cui conta chi ci ha fatto del male”.