01 Feb, 2026 - 15:30

Parco Ranghiasci a Gubbio, il giardino della Terra di Mezzo: un patrimonio universale da offrire al mondo

Parco Ranghiasci a Gubbio, il giardino della Terra di Mezzo: un patrimonio universale da offrire al mondo

La riapertura di Parco Ranghiasci restituisce alla città di Gubbio non soltanto uno dei suoi luoghi più suggestivi, ma riporta alla luce un patrimonio culturale che travalica i confini locali e perfino nazionali.

Parco Ranghiasci non è un giardino come gli altri.
Non nasce per ornamento, non nasce per diletto mondano, non nasce per semplice funzione urbana.

Nasce come luogo iniziatico, come spazio simbolico, come racconto inciso nel paesaggio.

Un luogo che non appartiene pienamente né al passato né al futuro, ma a quella dimensione sospesa che la letteratura, l’arte e il mito hanno sempre riconosciuto come tempo dell’anima.

Matilde Hobhouse e il romanticismo come visione

A creare questo universo fu Matilde Hobhouse, agli inizi del XIX secolo, figura colta e profondamente immersa nel clima del romanticismo europeo, portatrice di una sensibilità che guardava al Nord, alle radici celtiche, al mito e alla dimensione esoterica della natura.

Il suo non fu un gesto estetico, ma un atto culturale consapevole.

Il giardino diventa linguaggio. Il paesaggio diventa narrazione. Il cammino diventa simbolo.

In un’epoca dominata dalla razionalità illuminista, Matilde Hobhouse scelse di parlare con un alfabeto diverso: quello del bosco sacro, delle ombre, dei sentieri che non conducono soltanto da un punto all’altro, ma da uno stato dell’essere a un altro.

Una “Terra di Mezzo” prima di Tolkien

È impossibile attraversare Parco Ranghiasci senza avvertire un senso di familiarità profonda, quasi archetipica.

Un’atmosfera che richiama sorprendentemente l’universo creato nel secolo successivo da J.R.R. Tolkien, con le sue saghe ambientate nella Terra di Mezzo.

Non un mondo fantastico nel senso evasivo del termine, ma una zona di confine tra umano e sacro, tra storia e mito.

Parco Ranghiasci è anch’esso una Terra di Mezzo: non rompe con il Medioevo eugubino, non lo nega, non lo contraddice. Lo completa.

È come se al vocabolario severo delle pietre medievali venisse aggiunto un nuovo alfabeto, capace di dire ciò che prima non poteva essere espresso.

La Neverland sospesa tra passato e futuro

In questa dimensione sospesa, Parco Ranghiasci ricorda anche la Neverland immaginata da J.M. Barrie, un luogo che non appartiene al tempo lineare.

Neverland non è infanzia eterna. È possibilità eterna.

Allo stesso modo, il parco non è nostalgia romantica, ma luogo liminale, luogo della soglia, dove ciò che è stato e ciò che sarà convivono senza conflitto.

È questa sospensione che rende Parco Ranghiasci unico: non museo, non parco urbano, non semplice giardino storico, ma paesaggio interiore reso visibile.

Un messaggio che non può essere locale

Ed è qui che nasce il nodo centrale.

Parco Ranghiasci non può essere pensato solo come bene da mantenere. La manutenzione è necessaria, ma non sufficiente.

Questo luogo nasce per trasmettere una summa di conoscenze, di simboli, di tradizioni che non appartengono a Gubbio soltanto, né all’Umbria, né all’Italia.

Appartengono all’umanità.

Il messaggio di Matilde Hobhouse è universale: la riconciliazione tra uomo, natura e spirito; la possibilità di un linguaggio simbolico comune tra culture; la continuità tra Nord e Sud dell’Europa; tra mondo celtico e Medioevo mediterraneo.

Un ponte culturale raro, oggi più che mai necessario.

Un patrimonio che chiede visione, non gestione ordinaria

Per questo Parco Ranghiasci non può essere affidato a una gestione ordinaria, burocratica, episodica.

Serve una visione globale.

Serve una classe di imprenditori culturali, non semplici operatori economici, capaci di comprendere che qui non si investe in un bene, ma in un messaggio planetario.

Imprenditori capaci di leggere il valore immateriale prima di quello finanziario.

Capaci di comprendere che il ritorno non è soltanto economico, ma reputazionale, culturale, simbolico.

Un luogo che può parlare al mondo

Nel tempo delle grandi narrazioni globali, dei parchi tematici senz’anima e delle esperienze artificiali, Parco Ranghiasci offre l’opposto: autenticità, profondità, silenzio, simbolo.

È un luogo che può dialogare con studiosi, artisti, viaggiatori interiori, ricercatori del senso.

Un luogo che potrebbe diventare polo internazionale di cultura simbolica, di dialogo tra tradizioni, di turismo consapevole e non predatorio.

Non una perla solo da custodire, ma anche da offrire

Parco Ranghiasci non deve essere soltanto protetto.

Deve essere offerto al mondo.

Perché chi lo ha creato non pensava a un giardino privato, ma a un messaggio affidato al tempo, destinato a essere compreso pienamente solo molto dopo.

Oggi quel tempo è arrivato.

Sta ora a chi saprà coglierne l’universalità - istituzioni, imprenditori illuminati, sponsor internazionali - trasformare questo luogo in ciò che è sempre stato: “Non un parco da attraversare, ma un mondo da comprendere.

E forse, proprio per questo, uno dei patrimoni più preziosi non solo di Gubbio, ma dell’Europa intera.

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Mario Farneti
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