Prima che il 15 maggio 1926 trasformasse il cortile del Palazzo Ducale di Gubbio in uno scenario unico per l’Alzata dei Ceri, il grande edificio montefeltresco aveva già attraversato decenni complessi, segnati da abbandono, spoliazioni e tentativi di rinascita.
È proprio questo il filo conduttore dell’intervento della storica dell’arte Paola Mercurelli Salari del Sistema Museale Nazionale, che ha ricostruito il lungo percorso del Palazzo Ducale nel XX secolo come premessa storica alla conferenza dedicata ieri 23 maggio all’eccezionale Alzata dei Ceri nel cortile rinascimentale, avvenuta esattamente cento anni fa.

A riaccendere l’interesse su quell’episodio fu una fotografia riemersa durante il periodo del Covid e successivamente diffusa sui social da una famiglia di Città di Castello. Quell’immagine, oggi divenuta celebre tra gli studiosi della Festa dei Ceri, mostrava i tre Ceri alzati nel cortile interno del Palazzo Ducale, circostanza unica nella storia eugubina.
Da quella scoperta prese avvio una ricerca archivistica che portò alla luce documenti fondamentali conservati presso la Soprintendenza: la richiesta ufficiale del Primo Capitano Ubaldo Scavizzi, l’autorizzazione del soprintendente Umberto Gnoli e persino il cartoncino con cui il sindaco Lamberto Marchetti sosteneva l’iniziativa.
Secondo Mercurelli Salari, l’Alzata del 1926 non fu soltanto un fatto folklorico o celebrativo, ma parte di un progetto più ampio di rilancio dell’immagine di Gubbio e del suo patrimonio monumentale.
Per comprendere quel momento storico, è necessario entrare nella Gubbio degli anni Venti.
La città usciva da una lunga fase di difficoltà economica aggravata dalla Prima guerra mondiale. L’economia locale era ancora prevalentemente rurale e molte infrastrutture necessitavano di essere modernizzate. In quel contesto, il recupero del Palazzo Ducale appariva quasi un lusso rispetto ai bisogni primari della popolazione.
Eppure proprio in quegli anni emerse la figura enigmatica di Sir Vivian Gabriel Marlborough, personaggio inglese che sosteneva di discendere dalla storica famiglia Gabrielli di Gubbio e che si presentò come possibile mecenate disposto a finanziare importanti restauri cittadini.
“Per la prima volta qualcuno sembrava interessarsi seriamente al recupero del palazzo”, emerge implicitamente dal racconto della storica dell’arte.
Quando lo Stato acquistò il Palazzo Ducale nel 1905, l’edificio era profondamente degradato.
Per oltre un secolo il complesso era infatti passato nelle mani private della famiglia Balducci, che ne aveva modificato pesantemente le funzioni. Gli ambienti rinascimentali erano stati trasformati in laboratori per la lavorazione della cera e della seta, mentre arredi, portali e decorazioni venivano progressivamente venduti sul mercato antiquario internazionale.

Molte opere finirono in musei europei come il Victoria and Albert Museum di Londra o in collezioni private straniere. Gubbio, tra Otto e Novecento, era divenuta infatti una meta privilegiata per antiquari e mercanti d’arte che acquistavano capolavori a prezzi irrisori approfittando della povertà locale.
In questo scenario si inserisce la scelta del 1926 di portare l’Alzata dei Ceri nel cortile del Palazzo Ducale.
L’iniziativa fu favorita anche dalla presenza a Gubbio del celebre fotografo Adolfo Porry Pastorel, considerato il padre del fotogiornalismo italiano. L’idea era quella di dare visibilità nazionale alla città e rilanciare contemporaneamente il Palazzo Ducale, attirando l’attenzione del mecenate inglese Vivian Gabriel.
La strategia sembrò inizialmente funzionare.
Gabriel tornò infatti a interessarsi al palazzo e promise nuovi finanziamenti per il recupero dell’edificio. Vennero avviati sondaggi che portarono alla scoperta di importanti affreschi medievali nel salone nobile.
L’obiettivo di Gabriel non era però quello di valorizzare il Palazzo Ducale rinascimentale di Federico da Montefeltro, quanto piuttosto recuperare il più antico Palazzo della Guardia medievale.
Per questo motivo furono avviati interventi radicali, come la demolizione di un corridoio federiciano per riportare alla luce la facciata medievale visibile ancora oggi dalla Ripa.
Nel 1927 entrò in scena anche l’architetto Cornelio Budinich, incaricato di elaborare un grande progetto di restauro. Le sue tavole prevedevano ricostruzioni ambiziose, recuperi decorativi e persino copie degli arredi dispersi.
Ma il rapporto tra Budinich e Gabriel si deteriorò rapidamente.

Il progetto di restauro si rivelò presto troppo controverso.
Budinich cercò di fondere la fase medievale con quella rinascimentale, introducendo anche elementi celebrativi legati all’epoca fascista, come iscrizioni con l’anno dell’era fascista accanto alle eleganti capitali federiciane.
Il soprintendente Bertini Calosso comprese progressivamente i rischi di quell’impostazione e nel 1930 il Consiglio Superiore dei Beni Culturali bocciò definitivamente il progetto.
Vivian Gabriel si allontanò definitivamente da Gubbio e i grandi restauri immaginati non furono mai realizzati.
Nonostante il fallimento del progetto architettonico, il 1926 lasciò un’eredità importantissima.
L’Alzata dei Ceri nel cortile del Palazzo Ducale rimase nella memoria collettiva come un episodio irripetibile, simbolo di una città che tentava di rialzarsi attraverso la propria identità storica e culturale.
A un secolo di distanza, quella fotografia continua ancora oggi a raccontare il legame profondo tra la Festa dei Ceri, il Palazzo Ducale e la storia stessa di Gubbio.