21 Feb, 2026 - 17:00

Ostensione 2026: riaperta la tomba di San Francesco ad Assisi, tra reperti, “lingua degli uccelli” e misteri simbolici

Ostensione 2026: riaperta la tomba di San Francesco ad Assisi, tra reperti, “lingua degli uccelli” e misteri simbolici

Assisi torna al centro dell’attenzione con la traslazione e l’ostensione delle spoglie mortali di San Francesco, in programma dal 22 febbraio al 22 marzo 2026 nella Basilica.

Nella mattina del 21 febbraio 2026 si è proceduto all’estumulazione dal sarcofago e alla deposizione dei resti su una mensa predisposta nella cripta, aprendo un mese di celebrazioni e visite pubbliche. L’evento ha un valore profondamente religioso, ma riaccende anche un interesse culturale e storico che va oltre la devozione: chi era davvero Francesco, e quanta parte della sua figura appartiene alla storia e quanta al simbolo?

Il ritrovamento del 1818: oggetti che parlano

Ogni riapertura della tomba richiama inevitabilmente il precedente decisivo del 1818, quando fu individuato il sepolcro del santo. Sotto il capo venne trovata la pietra che richiama la “pietra angolare” del Salmo, e insieme ad essa un piccolo insieme di oggetti: monete d’argento, perline, un anello e un frammento di ferro. Dal punto di vista storico questi reperti possono essere interpretati come offerte devozionali o come elementi utili alla datazione della sepoltura. Tuttavia, la loro natura e la loro composizione hanno alimentato nel tempo anche letture simboliche, legate alla mentalità medievale, in cui numeri, metalli e oggetti non erano mai del tutto neutri, ma portatori di significati.

Non esistono prove che colleghino Francesco all’alchimia in senso tecnico. Eppure, in un’epoca in cui il mondo era letto come un grande libro di segni, è legittimo chiedersi se quei reperti non rimandino anche a un linguaggio simbolico più profondo, oggi difficile da decifrare ma allora perfettamente comprensibile ai sapienti.

La “lingua degli uccelli”: miracolo o metafora

Il cuore dell’immaginario francescano resta la Predica agli uccelli. La tradizione racconta che Francesco parlò agli uccelli e che questi lo ascoltarono. Nel linguaggio della fede è il segno di una armonia totale con il creato. Ma in molte tradizioni sapienziali la cosiddetta “lingua degli uccelli” è una metafora: indica il linguaggio degli iniziati, la capacità di leggere la realtà attraverso simboli, corrispondenze e livelli di senso che sfuggono allo sguardo comune.

Applicata a Francesco, questa chiave non contraddice la lettura cristiana, ma la arricchisce: non tanto un santo che parla agli animali, quanto un uomo che sa “ascoltare” il mondo. In questo quadro, anche gli oggetti del 1818 - pietra, metallo, numero, materia - possono essere riletti come tracce di un universo simbolico in cui il visibile rimanda sempre a un invisibile.

Da Giovanni a Francesco: il nome come segno di trasformazione

Un dettaglio biografico spesso trascurato, ma in realtà decisivo, è che il santo di Assisi fu battezzato con il nome di Giovanni (Giovanni di Pietro di Bernardone). Il nome “Francesco” gli venne attribuito in seguito, probabilmente dal padre, affascinato dalla cultura d’Oltralpe: significa letteralmente “il Francese”.

Nel Medioevo il nome non era mai un semplice dato anagrafico. Il passaggio da Giovanni a Francesco può essere letto come il primo segno di una doppia identità: da un lato il mondo cristiano tradizionale, dall’altro un orizzonte culturale legato alla Francia e alla Provenza. In chiave simbolica, il cambio di nome anticipa il grande tema della vita francescana: la trasformazione dell’uomo, il passaggio da una condizione all’altra, da una vita mondana a una rinascita spirituale. È un motivo tipico non solo del cristianesimo, ma anche delle narrazioni iniziatiche medievali.

Provenza, natura e un possibile retaggio celtico

La tradizione ricorda che la madre di Francesco, madonna Pica,  era legata all’area francese e provenzale. La Provenza medievale era una terra in cui sopravvivevano racconti, leggende e un immaginario in cui la natura era sentita come viva, abitata da presenze simboliche, alberi e animali compresi. Da qui nasce una suggestione: che l’eccezionale attaccamento di Francesco al creato possa avere anche radici culturali profonde, legate a un mondo europeo più antico, talvolta ricondotto - in senso lato e simbolico - a un retroterra celtico-druidico.

Non si tratta di una prova storica, ma di una ipotesi culturale che aiuta a capire perché la sua spiritualità appaia, ancora oggi, così radicalmente “naturale” e universale.

I romanzi cortesi e Chrétien de Troyes

A questo orizzonte si aggiunge il mondo dei romanzi cortesi francesi. Non possiamo dimostrare che Francesco abbia letto direttamente Chrétien de Troyes, il grande autore di Perceval, Lancillotto e Yvain. Tuttavia è certo che egli conoscesse e frequentasse il linguaggio e l’immaginario della cultura francese, al punto che la sua stessa conversione è stata spesso descritta come un passaggio da cavaliere mondano a “cavaliere di Dio”.

Anche qui il parallelo è simbolico: prove, trasformazione, ricerca di senso sono i grandi temi sia dei romanzi cavallereschi sia della biografia francescana.

Giotto: quando l’arte fissa il mito

È Giotto, ad Assisi, a dare forma definitiva a tutto questo. Nel ciclo di affreschi della Basilica Superiore, la Predica agli uccelli non è una scena ingenua: Francesco è centrale, autorevole, mentre gli uccelli appaiono come una comunità che comprende. L’immagine diventa icona di una facoltà spirituale: parlare al creato perché si è imparato a leggerne il linguaggio.

Così, mentre la tomba viene riaperta per l’ostensione, tra reliquie, immagini e simboli, Assisi torna a essere il luogo dove storia e mito si incontrano. E forse è proprio in questa sovrapposizione che si nasconde il segreto più duraturo di Francesco: non solo un santo, ma una figura che continua a parlare a più livelli della nostra coscienza culturale.

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Mario Farneti
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