Un calendario che non si sblocca, un’operazione rimandata, la salute messa in pausa. È la realtà quotidiana per troppi pazienti, stretti nella morsa delle liste d’attesa che affliggono il sistema sanitario regionale dell'Umbria. A Terni, all’ospedale Santa Maria, una risposta non teorica ma operativa prova a cambiare le regole del gioco. È il reparto di Chirurgia Multidisciplinare a Ciclo Breve, diretto dal dottor Claudio Nazzaro: un modello organizzativo che punta a trasformare il “tempo perduto” in “tempo di cura”, facendo dell’efficienza una questione di equità e di umanità.
Il silenzio concentrato di una sala operatoria alle sette del mattino. Il viavai ordinato di infermieri che preparano un paziente per la dimissione poche ore dopo un intervento. La pianificazione meticolosa che assegna ogni minuto della giornata. Non è la scena di una clinica privata, ma il ritmo quotidiano del reparto di Chirurgia a Ciclo Breve dell’ospedale Santa Maria di Terni, dove la battaglia contro le liste d’attesa si combatte con l’organizzazione. Qui, il concetto di “attesa” viene chirurgicamente rimosso dal percorso del paziente, sostituito da un flusso calibrato e continuo.
Il reparto, centro di riferimento regionale e nazionale nonché sede della Scuola Nazionale ACOI di Chirurgia Ambulatoriale, è il perno di una strategia che guarda ai numeri senza dimenticare le persone. “L’obiettivo non è solo fare più interventi, ma restituire tempo alle persone”, spiega il direttore Claudio Nazzaro. “Una lista d’attesa lunga non è solo un problema organizzativo, è un fattore di ansia, di aggravamento potenziale della patologia, di ingiustizia. Il nostro modello prova a intervenire esattamente su questo”.
La capacità di impatto del modello si misura su dati concreti. Nel corso del 2025, i 17 posti letto ordinari e i 10 posti tecnici del reparto hanno consentito di gestire un volume di attività significativo: 5.270 ricoveri totali. Di questi, 3.151 sono stati in Day Surgery (entrata e uscita in giornata) e 1.708 in Week Surgery (degenza breve). Il dato che più racconta l’efficienza del sistema è la crescita dell’11% del tasso di occupazione dei posti letto rispetto all’anno precedente.
“Il segreto non è avere più risorse, ma usare al massimo quelle che abbiamo”, commenta Nazzaro. “Abbiamo adottato un principio di ‘alto flusso’: il paziente arriva, viene operato secondo percorsi standardizzati e sicuri, viene monitorato in un’area dedicata e o viene dimesso in tempi rapidi o trasferito in reparti per la convalescenza. Liberiamo così il posto per l’intervento successivo. È un circolo virtuoso che moltiplica la capacità operativa”. Una moltiplicazione che si traduce direttamente in una riduzione del tempo che intercorre tra la prescrizione e l’intervento, aggredendo il cuore del problema delle liste.
La vera forza innovativa del reparto ternano non è però la sua autonomia, ma la sua capacità di essere un moltiplicatore di efficienza per tutto l’ospedale. La Chirurgia a Ciclo Breve non lavora per sé, ma funziona come una piattaforma a servizio di ben 19 unità operative diverse: da Ortopedia a Urologia, da Otorinolaringoiatria a Ginecologia.
Questo approccio a rete genera un doppio beneficio, cruciale per la sostenibilità del sistema. Da un lato, libera posti letto nei reparti di chirurgia tradizionale, che possono così dedicarsi senza sovraffollamento ai casi ad alta complessità e alle emergenze. Dall’altro, ottimizza in modo radicale l’uso del personale, delle sale operatorie e delle tecnologie. Un chirurgo, di qualsiasi specialità, sa di poter programmare gli interventi di media-bassa complessità in un ambiente progettato per quella specifica velocità e sicurezza, con un’équipe dedicata.

“Siamo un hub che mette a sistema le competenze”, chiarisce Nazzaro. “Invece di avere piccoli volumi di attività dispersi in diversi reparti, li concentriamo qui. Questo permette di specializzare ulteriormente il personale infermieristico e tecnico, di ridurre i tempi morti, di abbattere i costi. La qualità ne guadagna, perché si opera in un contesto di altissima routine su procedure specifiche”.
L’attenzione alla qualità percepita dal paziente è l’altro cardine. In un percorso accelerato, il rischio di disumanizzazione è dietro l’angolo. Per questo la formazione del team è mirata. “Il paziente deve sentire che la rapidità non è fretta, ma organizzazione a suo vantaggio”, conclude il direttore. “Ogni giorno guadagnato sull’attesa è un giorno di sofferenza in meno, di incertezza in meno. È questo, in fondo, il senso del nostro lavoro: curare la malattia e, quando possibile, guarire anche l’ansia dell’attesa”. La sfida di Terni dimostra che, talvolta, la medicina più innovativa è quella che sa riorganizzare il tempo.