Ci sono musiche che arrivano sul palcoscenico precedute dalla propria leggenda. Bastano poche note perché il pubblico riconosca un film, un volto, un'emozione rimasta depositata nella memoria.
Con Ennio Morricone accade inevitabilmente, perché le sue colonne sonore hanno ormai oltrepassato il cinema per entrare nel patrimonio musicale e sentimentale di diverse generazioni.
È accaduto anche al Teatro Romano di Gubbio, dove il Coro Lirico Siciliano, nell'ambito della stagione 2026 del Festival Lirico dei Teatri di Pietra, ha proposto Love Morricone – Archi & Voci, spettacolo interamente dedicato alle musiche del grande compositore romano. Sul palco l'ensemble vocale e orchestrale del Coro, con la partecipazione del tenore Lorenzo Papasodero e la direzione del maestro Francesco Costa. Il programma si è articolato lungo tre nuclei principali: Nuovo Cinema Paradiso, Mission e C'era una volta il West.
Il progetto propone le pagine morriconiane attraverso specifici arrangiamenti per archi e voci curati da Corrado Neri, elemento non secondario nella valutazione dello spettacolo: non una semplice riproposizione delle partiture originali, dunque, ma una loro rilettura concepita per questa particolare formazione.
Il complesso siciliano, fondato nel 2008 e impegnato da anni nella produzione lirica e sinfonica, arrivava a Gubbio dopo il debutto umbro di Spoleto. Alla direzione artistica del Coro Lirico Siciliano è il soprano Giovanna Collica, mentre la presidenza è affidata al baritenore Alberto M. A. Munafò.
C'è anche un elemento umano che merita di essere ricordato. Gli artisti hanno raggiunto l'Umbria affrontando una trasferta particolarmente difficile dalla Sicilia, resa ancora più complicata dalle conseguenze dell'attività dell'Etna, con un viaggio in autobus durato molte ore e il conseguente rinvio dello spettacolo originariamente previsto per il 13 agosto.
Una circostanza che testimonia professionalità e rispetto per gli impegni assunti, tanto più nel pieno del Ferragosto. È giusto sottolinearlo e riconoscerlo agli artisti.
Ma il rispetto per il lavoro di chi sale sul palcoscenico non impedisce al cronista di giudicare ciò che ascolta. Anzi, è proprio questa distinzione a rendere possibile una valutazione corretta, sottratta tanto alla stroncatura preconcetta quanto all'entusiasmo obbligatorio.
E la prova ascoltata a Gubbio è apparsa complessivamente decorosa, professionalmente confezionata e certamente piacevole, ma non sempre capace di raggiungere l'intensità evocativa richiesta da una materia musicale tanto impegnativa.

Una nota riguarda il programma della serata. Al pubblico non è stato distribuito un programma di sala con l'elenco delle composizioni eseguite e le indicazioni relative ai singoli brani. Una mancanza alla quale ha tuttavia sopperito efficacemente il maestro Francesco Costa, che ha introdotto le diverse esecuzioni con brevi interventi, fornendo agli spettatori riferimenti e chiavi di lettura.
Una scelta che ha contribuito anche a creare un rapporto più diretto tra palcoscenico e pubblico, evitando che la successione delle celebri pagine morriconiane assumesse la forma di una semplice sequenza musicale.
Rimane il fatto che un programma cartaceo sarebbe stato utile, soprattutto per uno spettacolo costruito sulla rilettura di un repertorio vastissimo attraverso specifici arrangiamenti per archi e voci. Le presentazioni generali di Love Morricone indicano infatti numerose composizioni tratte dalla produzione cinematografica e non solo del Maestro, ma non consentono di ricostruire con certezza la scaletta effettivamente proposta a Gubbio.
La presentazione di Costa ha dunque colmato bene la lacuna durante il concerto; ciò che manca, a spettacolo concluso, è la possibilità per lo spettatore di conservare una traccia precisa delle musiche ascoltate.
Il problema, quando si affronta Morricone, è che non basta eseguire correttamente le note.
La sua apparente immediatezza nasconde una scrittura raffinatissima, costruita sugli impasti timbrici, sulle sospensioni, sui silenzi, sull'emergere progressivo delle linee melodiche e su un rapporto quasi fisico tra musica e immagine. Temi ascoltati centinaia di volte continuano a funzionare perché possiedono una straordinaria capacità di evocazione.
Ed è precisamente questa forza a rendere difficile stabilire dove finisca il merito dell'interprete e dove cominci quello del compositore.
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A Gubbio ci sono stati momenti efficaci e passaggi capaci di coinvolgere, ma anche alcuni cali di tensione e una certa discontinuità interpretativa. In qualche momento è mancata proprio quella capacità di sospendere il tempo che rende le migliori esecuzioni morriconiane qualcosa di diverso dalla pur corretta riproposizione di una celebre colonna sonora.
Nulla che compromettesse lo spettacolo. Ma neppure quella prova memorabile che l'intensità degli applausi avrebbe potuto far immaginare a chi fosse rimasto fuori.
Il pubblico eugubino ha infatti risposto con un entusiasmo straordinario. Applausi lunghissimi, partecipazione calorosa, una disponibilità emotiva che ha accompagnato l'intero spettacolo.
Ed è stata probabilmente anche questa la parte più interessante della serata.
Perché davanti a Morricone non si applaude soltanto ciò che sta accadendo sul palco. Si applaude ciò che quelle note risvegliano. Si applaude il cinema che abbiamo visto, una stagione della nostra vita, un'immagine di Sergio Leone, un ricordo personale, magari qualcuno con cui quelle musiche furono ascoltate molti anni prima.
Il pubblico, insomma, non ascolta mai Morricone partendo da zero.
È questa enorme eredità emotiva a entrare in teatro insieme agli spettatori e a rendere inevitabilmente più generoso il giudizio. Non si tratta di contestare gli applausi, né tantomeno di impartire lezioni a chi ha trascorso una serata piacevole. Un pubblico ha tutto il diritto di entusiasmarsi.
Il cronista, tuttavia, ha un compito differente: cercare di distinguere l'emozione prodotta dall'opera dalla qualità con cui quell'opera viene restituita.
A contribuire alla suggestione della serata è stato anche l'impianto scenografico, costruito attraverso una distesa di candele che incorniciava gli interpreti e accompagnava visivamente l'esecuzione. La stessa presentazione ufficiale dello spettacolo annunciava un allestimento con migliaia di candele, pensato per trasformare il concerto in un'esperienza immersiva.
Nel contesto del Teatro Romano di Gubbio, l'effetto è risultato indubbiamente suggestivo. La luce calda e diffusa, contrapposta all'oscurità della sera e alla pietra dell'area archeologica, ha creato una cornice particolarmente adatta alla dimensione evocativa della musica di Morricone.
È stato probabilmente questo uno degli elementi che hanno contribuito maggiormente al coinvolgimento del pubblico: musica, memoria cinematografica e suggestione visiva si sono sommate, costruendo un'atmosfera capace di andare oltre la sola esecuzione musicale.
Ed è anche per questo che, nel formulare un giudizio sulla serata, occorre distinguere i diversi piani: l'efficacia dell'allestimento e la forza emotiva delle composizioni sono state indiscutibili; più discontinua, invece, è apparsa in alcuni momenti la resa interpretativa.
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Alla fine resta dunque una serata riuscita sul piano della partecipazione, sostenuta dalla professionalità degli artisti e soprattutto da un repertorio che possiede una capacità di comunicazione difficilmente eguagliabile.
Il Coro Lirico Siciliano ha offerto al pubblico eugubino uno spettacolo dignitoso, a tratti convincente, accolto con un calore che gli artisti hanno certamente meritato anche per l'impegno con il quale sono riusciti a raggiungere Gubbio dopo una trasferta particolarmente difficile.
Ma tra una buona serata e una grande interpretazione esiste una distanza che gli applausi, per quanto fragorosi, non possono cancellare.
Forse il verdetto più equilibrato è proprio questo: Gubbio ha applaudito con entusiasmo un'esecuzione decorosa. Ma, sopra ogni altra cosa, ha applaudito Ennio Morricone.
E quando sul programma compare quel nome, per qualsiasi interprete la competizione più difficile non è con il pubblico e neppure con la critica.
È con il Maestro.