A quasi vent'anni dall'omicidio di Meredith Kercher, il nome della studentessa inglese torna al centro di un confronto pubblico che questa volta non riguarda un'aula di tribunale, ma un palcoscenico. Al centro della polemica c'è “Cartwheel”, il nuovo spettacolo di Amanda Knox, che andrà in scena all'Edinburgh Festival Fringe. Un monologo che prende le mosse anche dalla vicenda giudiziaria che ha segnato la vita di Knox e che, prima ancora del debutto, ha provocato la dura reazione della famiglia Kercher.
A intervenire pubblicamente è stata Stephanie Kercher, sorella di Meredith, che in un'intervista alla Bbc ha contestato la scelta di trasformare una vicenda reale, e soprattutto la morte della studentessa, in materia per uno spettacolo comico. La posizione della famiglia si è quindi aggiunta a una petizione online lanciata da un'amica di Meredith, mentre Amanda Knox ha respinto le accuse sostenendo che il contenuto dell'opera sia stato completamente travisato e che il suo lavoro abbia, al contrario, l'obiettivo di mantenere viva la memoria di Meredith e affrontare il tema della violenza contro le donne.
Il punto di partenza della contestazione è la natura stessa dello spettacolo. Stephanie Kercher non ha rivolto la propria critica alla comicità come forma espressiva in sé, ma alla scelta di utilizzare una vicenda concreta e una persona reale, sua sorella Meredith, come parte di un lavoro teatrale. “Se fosse successo a sua sorella...”. In un’intervista alla Bbc la sorella di Meredith, Stephanie Kercher, ha lanciato un duro attacco contro lo show comico di Amanda Knox, la 39enne americana assolta (insieme a Raffaele Sollecito) dall’accusa di aver partecipato all’omicidio della studentessa inglese a Perugia la sera del 1º novembre 2007.
Stephanie Kercher ha quindi rivolto direttamente il proprio appello ad Amanda Knox: “Quello che direi - ha dichiarato la sorella Stephanie alla Bbc - è di pensare alla nostra famiglia, di pensare ai suoi amici, e di provare a ribaltare la situazione. Se fosse successo a sua sorella, perché so che anche lei ha una sorella”. Un richiamo che porta la discussione lontano dal solo terreno della libertà artistica e la riconduce alla dimensione personale di una tragedia che, per i familiari, non appartiene al passato allo stesso modo in cui può appartenere alla cronaca.
“Il dolore della nostra famiglia è immenso. Non posso spiegarvi quanto abbiamo sofferto, e ne parliamo ancora dopo due decenni”, ha aggiunto Stephanie Kercher.
La sorella di Meredith ha inoltre sottolineato come la questione, a suo giudizio, non riguardi esclusivamente la propria famiglia, ma possa avere conseguenze più ampie sul modo in cui vicende reali e vittime di reati vengono rappresentate nello spettacolo. “Non è solo la nostra famiglia a provare questo dolore e credo che la questione vada affrontata, perché crea un precedente per chiunque altro voglia fare uno show del genere”.
Lo spettacolo contestato si intitola “Amanda Knox Cartwheel” e sarà presentato nell'ambito dell'Edinburgh Festival Fringe, uno degli appuntamenti teatrali e performativi più importanti e frequentati del panorama internazionale. Le rappresentazioni sono previste dal 7 al 17 agosto e le date risultano sold out. Il titolo e la presenza di Amanda Knox hanno inevitabilmente riportato il pubblico alla vicenda di Meredith Kercher, uccisa a Perugia nella notte tra il 1º e il 2 novembre 2007. Knox, che all'epoca era coinquilina della studentessa inglese, venne coinvolta nell'inchiesta insieme a Raffaele Sollecito. Dopo una lunga e controversa vicenda giudiziaria, entrambi furono definitivamente assolti dall'accusa di omicidio.
Proprio quella storia costituisce ancora oggi una parte rilevante dell'identità pubblica di Knox. Nel corso degli anni la vicenda è stata raccontata attraverso libri, interviste, documentari e produzioni televisive, mentre Knox ha continuato a parlare della propria esperienza personale, giudiziaria e mediatica. “Cartwheel” rappresenta ora un ulteriore passaggio: non più soltanto il racconto giornalistico o documentaristico di una vicenda giudiziaria, ma la sua rielaborazione attraverso il linguaggio dello spettacolo dal vivo e della comicità.
Alla protesta della famiglia si è affiancata una petizione online lanciata da un'amica di Meredith, con l'obiettivo di chiedere la cancellazione dello spettacolo. Secondo le informazioni diffuse nelle ultime ore, la raccolta di firme ha superato le duemila adesioni, mentre la contestazione è stata ripresa da diversi organi di informazione britannici.
Il testo della petizione accusa lo spettacolo di trasformare la tragedia di Meredith in intrattenimento e sostiene che un'operazione di questo tipo rischi di banalizzare la violenza contro le donne. “Lo spettacolo prende in giro gli orribili eventi che hanno portato all'omicidio di Meredith - si legge nella petizione - e si propone di trasformare in qualche modo questa tragedia in intrattenimento. Questo programma non solo manca di rispetto alla memoria di Meredith ma rischia anche di normalizzare la violenza contro le donne banalizzando un evento così straziante”.
La protesta non nasce dunque soltanto dalla scelta di affrontare una tragedia attraverso la comicità, ma dalla convinzione che il confine tra elaborazione artistica e sfruttamento di una vicenda reale possa essere stato oltrepassato.
Le contestazioni di Stephanie Kercher arrivano dopo quelle già espresse nei giorni scorsi, a nome dei familiari di Meredith, dall'avvocato italiano Francesco Maresca, che ha definito l'iniziativa “offensiva e deplorevole”.
La posizione della famiglia appare quindi netta: il problema, secondo i Kercher, non è l'esistenza di un'opera teatrale capace di affrontare temi dolorosi attraverso l'ironia, ma l'utilizzo della storia di Meredith e della sua morte all'interno di un progetto nel quale la persona reale e la tragedia familiare rimangono necessariamente riconoscibili.
È proprio questo il punto più delicato della controversia: la vicenda non appartiene esclusivamente a chi la racconta, perché coinvolge una vittima, una famiglia e una comunità che da quasi vent'anni convivono con le conseguenze di quell'omicidio.
Amanda Knox ha risposto alle accuse attraverso i propri canali social, contestando innanzitutto la rappresentazione dello spettacolo contenuta nella petizione.
La 39enne americana sostiene infatti che “Cartwheel” non sia uno spettacolo costruito sull'omicidio di Meredith né una rappresentazione comica della tragedia, ma un lavoro incentrato soprattutto sulla maternità, sull'educazione di una figlia e sulla difficoltà di crescere una bambina in una società che, secondo la sua prospettiva, rimane pericolosa e ingiusta nei confronti delle donne. “’Cartwheel’ - scrive Knox - è uno spettacolo sulla maternità, su cosa significhi crescere una figlia in mondo ingiusto e pericoloso per le donne e sul prezzo da pagare per essere il tipo di madre che decide di dirle la verità su tutto questo”.
Knox contesta quindi alla petizione di descrivere un'opera che, secondo lei, nessuno dei suoi promotori avrebbe ancora visto. “La petizione - prosegue - contiene molte affermazioni false e travisa completamente il contenuto dello spettacolo. ‘Cartwheel’ rende omaggio alla memoria di Meredith Kercher e denuncia la violenza che è stata inflitta sia a lei sia a me. Una petizione per cancellare uno spettacolo che nessuno ha visto, basata su false accuse pensate per far vergognare e mettere a tacere una donna che ha subito un’ingiustizia, non è un argomento contro Cartwheel. Al contrario, è una descrizione sorprendentemente precisa di ciò di cui parla ‘Cartwheel’ e del motivo per cui merita di esistere”.
La polemica che accompagna “Cartwheel” precede dunque il debutto vero e proprio. Il pubblico di Edimburgo sarà chiamato a confrontarsi con uno spettacolo che arriva sul palcoscenico dopo essere già diventato un caso mediatico.
Il tema, però, va oltre Amanda Knox e Meredith Kercher. La controversia ripropone una domanda destinata a riemergere ogni volta che una tragedia reale diventa materia artistica: chi ha il diritto di raccontare una storia quando quella storia appartiene anche alla sofferenza di chi è rimasto?
Da una parte c'è la libertà dell'autore di trasformare la propria esperienza, anche la più dolorosa, in arte, satira o comicità. Dall'altra esiste il diritto dei familiari della vittima a non riconoscersi in quella trasformazione e a contestare un racconto che percepiscono come lesivo della memoria della persona scomparsa.
Nel caso di “Cartwheel” il cortocircuito è ancora più evidente perché Amanda Knox non è un'osservatrice esterna alla vicenda: ne è stata una delle principali protagoniste, prima come persona coinvolta nell'inchiesta e nel processo, poi come imputata assolta e infine come autrice e narratrice della propria storia.