24 Feb, 2026 - 18:52

Malattia di Lafora, a Perugia il primo passo verso la terapia genica: la battaglia di una madre e la speranza della scienza

Malattia di Lafora, a Perugia il primo passo verso la terapia genica: la battaglia di una madre e la speranza della scienza

Non un semplice appuntamento accademico, ma il primo bilancio pubblico di un percorso scientifico e umano iniziato formalmente il 4 ottobre 2021. Il 27 febbraio l’Università degli Studi di Perugia ospita il workshop internazionale “Gene Therapy for Lafora Disease”, momento di sintesi di cinque anni di lavoro dedicati alla ricerca di una terapia genica contro la malattia di Lafora, rara forma di epilessia mioclonica progressiva per la quale oggi non esiste una cura capace di modificarne il decorso.

L’iniziativa rappresenta la naturale evoluzione del primo convegno organizzato a Perugia, nella storica Sala dei Notari, in piena emergenza pandemica. Un evento che riuscì, nonostante le restrizioni sanitarie, a riunire ricercatori internazionali, clinici e famiglie. Da quell’incontro, sottolineano i promotori, è nato un percorso strutturato che oggi arriva a un'importante fase di maturazione scientifica.

Una malattia rara, una sfida globale

La malattia di Lafora è una patologia neurodegenerativa ereditaria, causata da mutazioni nei geni EPM2A ed EPM2B, caratterizzata da crisi epilettiche miocloniche, deterioramento neurologico progressivo e accumulo di aggregati tossici nelle cellule nervose. Colpisce poche decine di persone nel mondo e rientra tra le cosiddette malattie ultra-rare, spesso escluse dalle priorità della grande industria farmaceutica.

In questo contesto si inserisce la voce di Margherita Gatti, madre di Federico, tra le principali promotrici dell’iniziativa: “Il porto è molto grande e c’è un via vai di navi, Lafora è l’ultima barca che aspetta di entrare in porto”. Una metafora che descrive con immediatezza la condizione di marginalità in cui spesso si trovano le malattie rare.

Dalla mobilitazione delle famiglie alla ricerca avanzata

Il workshop del 27 febbraio è patrocinato e sostenuto anche dalle associazioni e dalla Fondazione Baschirotto, partner fondamentale del progetto insieme all’Università di Perugia. L’obiettivo è rendere conto pubblicamente dell’impiego delle risorse raccolte in questi anni, illustrando i progressi compiuti nel campo della terapia genica.

Il programma scientifico si articola in tre sessioni principali, a testimonianza di un approccio integrato che unisce clinica, biologia molecolare e strategia traslazionale.

Sessione I: dal gene al paziente

La prima sessione è dedicata al quadro clinico e alla profilazione molecolare della malattia. Tra gli interventi di rilievo, quello di J.M. Serratosa, che approfondirà il percorso “dal gene al paziente”, e quello di D. Chiasserini, focalizzato sui meccanismi biochimici che determinano la formazione degli aggregati patologici.

L’obiettivo è fornire un quadro aggiornato delle conoscenze attuali, indispensabile per comprendere le potenzialità delle strategie terapeutiche in sviluppo.

Sessione II: le strategie di terapia genica

Il cuore del workshop è rappresentato dalla seconda sessione, interamente dedicata alla terapia genica. I ricercatori M.P. Sanchez, N. Iglesias-Cabeza e L. Zafra-Puerta presenteranno i risultati dei proof-of-concept preclinici, illustrando le diverse modalità di somministrazione studiate: intracerebroventricolare, intraparenchimale ed endovenosa.

Gli studi condotti finora si sono basati prevalentemente su modelli murini geneticamente modificati, nei quali è stato introdotto il gene corretto per valutare efficacia e sicurezza. I dati preliminari, spiegano gli organizzatori, indicano progressi significativi nella riduzione degli accumuli patologici e nel miglioramento di alcuni parametri funzionali neuronali.

Il modello animale e il possibile ruolo del cane

Oltre ai modelli murini, la ricerca sta esplorando nuove prospettive. La malattia di Lafora è infatti nota anche in ambito veterinario, in particolare in alcune razze canine come i beagle, dove si manifesta con crisi epilettiche e deterioramento progressivo. La possibilità di studiare la patologia in un modello naturale rappresenterebbe un passaggio intermedio cruciale tra sperimentazione preclinica e trial clinici.

Su questo fronte sta lavorando anche lo scienziato tedesco Felix Nietschke, impegnato nello sviluppo di protocolli che possano facilitare la traslazione dei risultati ottenuti in laboratorio verso applicazioni cliniche.

Sessione III: integrazione traslazionale e prospettive cliniche

La terza sessione è dedicata al passaggio dalla ricerca di base alla prospettiva clinica. A. Mancini illustrerà le strategie per la transizione ai trial, mentre L. Gaetani approfondirà il tema dei biomarcatori utili al monitoraggio della malattia e dell’efficacia terapeutica. S. Martino affronterà invece le implicazioni più ampie della terapia genica nelle malattie monogeniche.

Un segmento particolarmente significativo sarà la sezione “Community Voices - Final Discussion with Families and Associations”, durante la quale interverranno G. Baschirotto e M. Gatti. Un momento di confronto diretto tra comunità scientifica e famiglie, nel quale i dati sperimentali si intrecciano con le esperienze di vita quotidiana.

Le possibili ricadute sulla neurologia

Gli studiosi sottolineano inoltre come la malattia presenti affinità con altre patologie neurodegenerative, tra cui l’Alzheimer, per via dei meccanismi di accumulo proteico e degli aggregati intracellulari. Un eventuale successo nella “ripulitura” degli aggregati tossici potrebbe avere implicazioni più ampie per la neurologia.

La speranza e l’impegno

“Io sono sicura che il progetto andrà a segno e che la terapia genica sarà il futuro di tutte le malattie genetiche. Serve solo l’impegno di tutti. Il mio c’è perché su questa malattia e su questa ricerca c’è il nome di mio figlio”. Le parole di Margherita Gatti chiudono idealmente il cerchio di un percorso nato da una battaglia personale e divenuto progetto scientifico internazionale.

Il workshop di Perugia segna così una tappa decisiva: non una promessa, ma la presentazione pubblica di dati, strategie e prospettive. Per una malattia che attende ancora di “entrare in porto”, il 27 febbraio rappresenta un approdo intermedio, concreto, nel cammino verso una possibile terapia.

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Francesco Mastrodicasa
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