Una breve nota della Sala stampa vaticana, diffusa nei giorni scorsi, ha riacceso un’attenzione inattesa su un aspetto poco noto del diritto canonico. Papa Leone XIV ha nominato monsignor Miroslaw Adamczyk nuovo nunzio apostolico in Albania, confermandogli il titolo di arcivescovo titolare di Otricoli.
Poche righe, asciutte come si conviene agli atti pontifici, ma sufficienti a far sorgere una domanda spontanea: come può esistere oggi un arcivescovo “di Otricoli”? Non “a Otricoli”, non “per Otricoli”, ma proprio “di” Otricoli, come se nel borgo umbro sul Tevere fosse ancora attiva una curia vescovile.

La risposta non è geografica, ma canonica. Otricoli non è più una diocesi residenziale. Non esiste una cattedra, non c’è un vescovo che governa un popolo e un territorio. Eppure il nome resta.
Otricoli è infatti una sede titolare vescovile: una diocesi storica soppressa come circoscrizione pastorale, ma conservata come titolo dalla Chiesa.
Nel diritto canonico, come stabilisce il canone 376, «il vescovo che non è posto a capo di una diocesi è detto vescovo titolare». È una figura pienamente vescovile sul piano sacramentale, ma priva di giurisdizione territoriale propria.
Le sedi titolari vengono assegnate a vescovi che svolgono funzioni di servizio e non di governo pastorale diretto. È il caso dei:
nunzi apostolici,
vescovi ausiliari,
funzionari della Curia romana,
diplomatici pontifici.
Monsignor Adamczyk, già nunzio in Argentina e ora inviato in Albania, rientra esattamente in questa categoria: vescovo a tutti gli effetti, ma senza diocesi residenziale.
«È il modo con cui Roma tiene insieme memoria e governo», come ha osservato con efficacia il direttore del Corriere dell’Umbria, Sergio Casagrande.
Il dato forse più sorprendente riguarda l’Umbria. Nella regione esistono nove sedi vescovili soppresse, oggi divenute sedi titolari: Arna, Bettona, Bevagna, Foro Flaminio, Martana, Otricoli, Plestia, Spello, Trevi.
Di queste, ben cinque ricadono nell’area folignate, segno di una storia ecclesiastica antichissima e stratificata, precedente agli attuali assetti diocesani.
Sono nomi che raccontano un’altra Umbria cattolica, più vasta e complessa di quella odierna, fatta di piccoli centri che nei secoli tardo-antichi e medievali avevano dignità episcopale.
Oggi l’Umbria ecclesiastica “visibile” si è ridotta a sei diocesi, alcune unite in persona episcopi. A guidarle sono:
Perugia–Città della Pieve (arcivescovo Ivan Maffeis)
Spoleto–Norcia (arcivescovo Renato Boccardo)
Orvieto–Todi (vescovo Gualtiero Sigismondi)
Terni–Narni–Amelia (vescovo Francesco Antonio Soddu)
Gubbio e Città di Castello, unite (vescovo Luciano Paolucci Bedini)
Assisi–Nocera Umbra–Gualdo Tadino e Foligno, unite, ora affidate a Felice Accrocca, arcivescovo ad personam
Accanto a questa Umbria amministrativa, ne esiste però un’altra, silenziosa e itinerante: l’Umbria delle sedi titolari, che continua a viaggiare nel mondo sulle intestazioni ufficiali della diplomazia vaticana.
La funzione più profonda delle sedi titolari non è burocratica, ma teologica e simbolica. La Chiesa non cancella mai una diocesi dalla propria memoria, anche quando essa non esiste più come realtà territoriale.
«Non sono titoli vuoti», spiegava già anni fa il settimanale La Voce, «ma nomi che custodiscono una storia ecclesiale, una comunità vissuta, una testimonianza di fede».
Un vescovo titolare non governa quel luogo, spesso non vi ha mai messo piede, ma ne porta il nome come segno di continuità apostolica. È la dimostrazione concreta che per la Chiesa il tempo non funziona come per le istituzioni civili: ciò che è stato non viene eliminato, ma assunto nella memoria.

In un’epoca dominata dalla logica dell’obsolescenza, la Chiesa compie un gesto controcorrente: conserva ciò che non serve più a governare, ma continua a servire a ricordare.
Le sedi titolari sono questo: diocesi senza territorio ma non senza anima, frammenti di una storia mai rinnegata.
E così accade che un arcivescovo, in missione diplomatica nei Balcani o in America Latina, porti nel proprio titolo il nome di un piccolo borgo umbro sul Tevere. Non per nostalgia, ma per affermare che nella Chiesa nulla di ciò che è stato viene davvero perduto.