Siamo nel 2026 e, a pochi passi dal centro storico di Gubbio, la città di pietra, esistono ancora famiglie prive dell’allaccio al pubblico acquedotto. Una condizione che appare difficile da comprendere in un Paese avanzato e che assume contorni ancora più paradossali se rapportata alla collocazione geografica dell’area interessata.
Non si tratta di abitazioni isolate, sperdute o difficilmente raggiungibili, ma di case situate nella zona di San Marco, in prossimità del perimetro urbano, dove la mancanza dell’infrastruttura idrica costringe alcuni nuclei familiari a convivere, da anni, con una quotidianità segnata dall’incertezza.
La questione non è nuova. Nel corso del tempo sono state presentate numerose richieste di allaccio, avanzate da cittadini che vivono stabilmente nell’area e che da tempo segnalano le difficoltà legate all’assenza di una rete idrica pubblica.
Negli anni si sono succedute diverse amministrazioni comunali, ma il problema è rimasto irrisolto. Le istanze, pur formalmente prese in carico, non hanno mai prodotto un intervento concreto capace di colmare una lacuna che oggi appare sempre meno giustificabile.
L’unica certezza, allo stato attuale, è rappresentata dalla risposta negativa di Umbra Acque alle richieste di allaccio presentate per la zona di San Marco.
In una comunicazione formale indirizzata agli interessati, il gestore del servizio idrico integrato ha chiarito che l’intervento richiesto non può essere considerato una semplice estensione della rete esistente.
Nella nota si legge testualmente:
“Per l’allaccio richiesto non è ipotizzabile una semplice estensione ma la realizzazione di un intervento più complesso eventualmente da ricomprendere nelle future programmazioni degli interventi, che preveda la realizzazione di una rete acquedottistica, di un sistema di accumulo e di un sollevamento idrico.”
Una risposta tecnicamente comprensibile, ma che nei fatti rimanda sine die la soluzione del problema, collocandola in una futura programmazione di cui, al momento, non esistono tempi né certezze.
Proprio per questo motivo, prima ancora di ricevere il diniego formale del gestore, i residenti avevano ritenuto opportuno coinvolgere direttamente anche l’Amministrazione comunale.
È stata infatti presentata un’istanza firmata dagli interessati, con la richiesta che il Comune si facesse promotore delle azioni necessarie, sia sul piano istituzionale sia su quello politico, per favorire la realizzazione dell’infrastruttura.
Ad oggi, tuttavia, anche su questo fronte non si registrano sviluppi concreti. Nessun intervento programmato, nessun cronoprogramma, nessuna indicazione sui tempi.

Le conseguenze di questa situazione sono tutt’altro che teoriche. In alcune abitazioni, l’acqua manca per lunghi periodi dell’anno, rendendo estremamente complessa la gestione della vita quotidiana.
In altri casi, le famiglie sono costrette a ricorrere a pozzi privati, la cui acqua risulta talvolta contaminata o comunque non idonea al consumo umano, con evidenti ricadute sul piano sanitario e sulla qualità della vita.
Una condizione che genera disagio, preoccupazione e senso di abbandono, soprattutto se si considera che il problema non riguarda una zona remota, ma un’area a ridosso della città storica.
L’accesso all’acqua potabile non è un servizio accessorio. È un diritto essenziale, riconosciuto a livello nazionale e internazionale, e costituisce uno dei presupposti minimi di civiltà.
Nel 2026, in un territorio come quello eugubino, appare difficile accettare che alcune famiglie vivano ancora in una situazione che richiama scenari appartenenti a decenni fa.
La presenza o meno di un acquedotto non dovrebbe dipendere esclusivamente da valutazioni di convenienza economica, ma rientrare in una visione complessiva di equità territoriale e tutela della salute pubblica.
Il caso di San Marco solleva dunque interrogativi che vanno oltre il singolo intervento tecnico. Chi deve farsi carico di garantire un servizio primario quando la rete non esiste? In che modo le esigenze dei cittadini vengono inserite nelle programmazioni future? E soprattutto, quanto può durare un’attesa che si prolunga da anni?
Domande che oggi restano senza risposta, mentre i residenti continuano a vivere una condizione di precarietà difficilmente conciliabile con l’immagine di una città moderna.
La mancanza dell’acquedotto a San Marco non è soltanto una questione tecnica, ma un problema di dignità civile. Una criticità che merita attenzione, ascolto e soprattutto una prospettiva concreta di soluzione.
Perché se è vero che gli interventi infrastrutturali richiedono tempo, è altrettanto vero che l’assenza di una programmazione equivale a una rinuncia, e rinunciare all’acqua significa rinunciare a uno dei diritti più fondamentali dei cittadini.
In una città che giustamente tutela il proprio patrimonio storico, non può essere dimenticato il patrimonio umano di chi vi abita ogni giorno.
(Foto: Cronaca Eugubina)