04 Jun, 2026 - 19:00

Gubbio, l'Università dei Muratori apre ad una sana riflessione dopo l'epilogo della Festa dei Ceri Mezzani

Gubbio, l'Università dei Muratori apre ad una sana riflessione dopo l'epilogo della Festa dei Ceri Mezzani

Il consiglio direttivo dell’Università dei Muratori, presieduto da Fabio Mariani, interviene con fermezza sui fatti del 24 maggio ai Ceri Mezzani. La nota dell'associazione offre una disamina impeccabile, richiamando tutti a una seria riflessione. L'obiettivo è contrastare gli egocentrismi e le "derive" che danneggiano la tradizione, colpendo in particolare chi occupa posizioni di rilievo ma agisce solo per visibilità personale, ignorando nei fatti il vero significato della Festa dei Ceri.

La lettera dell’Università dei Muratori

“Ogni anno la Festa dei Ceri offre spunti di dibattito -si legge nella lettera-, ed è diffusa la sensazione di dover fronteggiare una sorta di deriva della Festa, di arginare un complesso di comportamenti ritenuti incoerenti con la sua natura e la sua essenza. Quest’ anno però, con i Ceri mezzani il tema sembra aver toccato un’apice, e una riflessione si impone. L’Università, consapevole del suo ruolo e della sua storia, richiama la città a condividere una valutazione, nell’intento di aprire un dibattito sereno che porti a revisionare alcuni comportamenti o alcune scelte, individuali o collettive, per il bene della festa. La riflessione tocca alcuni aspetti della corsa e della festa. Per quanto riguarda la prima, inevitabilmente, quanto avvenuto con i Ceri Mezzani ci invita chiaramente a riflettere in merito al tema chiusura del portone della basilica o alle sue modalità, pratica consolidata che alcuni riferiscono a tradizione. È palese come quel momento venga percepito in maniera totalmente diversa da diverse trasversali anime della città e sembri essere divenuto il fine ultimo di un’offerta corale della città al suo patrono. Elementi di competizione, a volte di regolamento di conti aperti durante la corsa sembrano prevalere sulla misura e sul buon senso, portando a rompere una sorta di patto non scritto che regola la chiusura del portone, deroga evidente alla ritualità della corsa, che non può e non deve avvenire ad ogni costo. Coralità e condivisione sono qualcosa cui la festa ci richiama, possono assumere forme diverse, ma rimangono centrali nella forma, nel messaggio e nella sostanza della Festa dei Ceri in omaggio a Sant’Ubaldo. Nulla deve mettere in discussione coralità, condivisione e unione forte che in tanti momenti si rappresenta nell’abbraccio che cerca ciò che unisce e non ciò che divide. Questo tema in senso generale va affrontato e condiviso, abbiamo tutti chiaro come la festa respiri il proprio tempo e come questa contemporaneità debba comunque essere filtrata dai valori universali, dalle regole e dalle forme che esse hanno assunto.

A volte basta farsi guidare semplicemente dal buon senso e dalla misura. E non può esserci, a nostro giudizio, giustificazione per aver strappato a dei giovani ceraioli un momento bellissimo della Festa, imponendo, alcuni a tutti, la eliminazione di una parte del rito, danneggiando la statua del santo, smontando in fretta il Cero e correndo via, rompendo il patto di lealtà verso il Cero di San Giorgio che era riuscito a impedire, anche in questo caso perdendo di vista buon senso e misura, la chiusura del portone. 

Quello è stato non un momento di coralità, ma uno strappo rispetto anche alle generazioni dei più giovani ceraioli, negando una comunione di gioia in quel momento non coerente con la festa, con la religiosità che la permea, con la tradizione, con la comunità degli animi che si predica dai pulpiti. E allora delle due l’una: o si lascia questo stato di cose che sta andando – però – verso una innegabile esasperazione con esiti incertissimi; oppure tentare delle modifiche, dei ridimensionamenti, condivisi e giusti. E se non sappiamo cosa fare, o se siamo tentati di non fare nulla pensiamo invece che nella nebbia delle scelte dobbiamo tenere il timone dritto verso una metà irrinunciabile: che la Festa sia migliore, nella sua bellezza, nella sua capacità di tenerci uniti, oltre i colori diversi della camicia. In ultimo non dobbiamo neanche ignorare anche certi comportamenti di totale rottura di limiti anche su altri fronti. Inutile sdegnarci per la musica rock a tutto volume a coprire i suoni della Festa o addirittura del campanone , se poi non sappiamo dimostrare che questa Festa ha il suo rigore, il suo ordine, che non è poter fare quello che si vuole, ma quello che è giusto fare nel festeggiare. La gioia ha molti modi per esprimersi, e i tempi cambiano abitudini e modi, ma dobbiamo anche recuperare un binario giusto e di giusto modo di fare; come i tentativi di mettere ordine nella sfilata che stanno dando dei buoni risultati.

C’è ancora da fare e ci vorrebbe maggiore collaborazione e in altri momenti della Festa anche responsabilità personale per evitare di correre rischi personali, abbiamo tutti chiare le immagini della scalea di Palazzo dei Consoli la prima domenica di maggio, che possono diventare rischi per la festa. Questa lettera vuole essere solo un modo di avviare un dibattito che possa guidare verso un modello migliore, evitando le cosiddette derive e sperando che possa portare a esaltare la festa e il modo di viverla; sappiamo bene che questo non è facile ma non sfuggiremo alla nostra responsabilità di dirlo e di perseguirne il risultato, contando su tutti coloro che ad essa tengono come noi con amore infinito, quale parte della nostra stessa identità”.

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Emanuele Giacometti
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