Ogni tanto i Liberi e Democratici tornano a farsi sentire e ricordano alla città - e a se stessi - di esistere ancora.
Lo fanno questa volta con un comunicato durissimo contro la Giunta Fiorucci, prendendo a pretesto “Ciccia, il Festival della Salsiccia” per arrivare, attraverso un tiro sul mucchio, alla demografia, alla sanità, alla casa, ai lavori pubblici, all’ex Mattatoio e persino all’organizzazione interna del Comune.
È certamente legittimo criticare un’amministrazione. È meno convincente farlo come se la storia politica di Gubbio fosse cominciata nel giugno 2024, quando Vittorio Fiorucci ha assunto la guida del Comune.
La Giunta attuale governa da poco più di due anni. Può essere giudicata per le proprie incertezze, per i ritardi e per una linea politica che ancora fatica ad assumere contorni nitidi. Ma attribuirle l’intera decadenza economica, demografica e amministrativa della città significa cancellare con un colpo di spugna decenni di governo della sinistra e del centrosinistra.

Lo spopolamento, l’invecchiamento, la fuga dei giovani, la debolezza del mercato del lavoro e la scarsità di investimenti non sono fenomeni comparsi con l’insediamento di Fiorucci.
Gubbio conta oggi poco più di 30mila residenti e continua a perdere popolazione. Il saldo naturale è negativo, il numero medio dei componenti delle famiglie si riduce e aumentano i nuclei formati da una sola persona. I giovani diplomati e laureati lasciano il territorio perché non trovano opportunità professionali adeguate.
Sono dati che raccontano una crisi strutturale, maturata lentamente e non certo prodotta in ventiquattro mesi. La città ha perso progressivamente capacità di attrazione, famiglie, competenze e prospettive economiche.
I LeD denunciano dunque effetti reali, ma evitano accuratamente di interrogarsi sulle cause e sulle responsabilità politiche di lungo periodo. È come se un’intera classe dirigente potesse oggi presentarsi nelle vesti dell’opposizione senza dover rispondere dell’eredità lasciata.
Qualche giorno fa abbiamo parlato di Szentendre, la città ungherese gemellata con Gubbio, dove una folta delegazione eugubina si è di recente recata. Il confronto demografico merita di essere ripreso, perché è ancora più severo di quanto apparisse.
L’Ungheria si era già ribellata al dominio sovietico nel 1956, con l’insurrezione iniziata il 23 ottobre e soffocata militarmente dall’Urss nel novembre dello stesso anno.

Tra il 1970 e il 1989 Szentendre viveva ancora sotto il tallone del regime comunista filosovietico. Il 1989 fu l’anno della caduta del Muro di Berlino, simbolo della fine dell’ordine sovietico nell’Europa orientale. Eppure, proprio durante quel ventennio, la città ungherese crebbe rapidamente: dai 13.008 abitanti del 1970 passò ai 16.901 del 1980 e ai 19.351 del 1990, guadagnando oltre 6.300 residenti, quasi il 49 per cento.
Nello stesso periodo Gubbio rimase sostanzialmente ferma e poi arretrò: dai 31.434 abitanti del 1971 passò ai 31.961 del 1981, con un aumento di appena 527 unità, per scendere nel 1991 a 30.792 residenti. Nell’arco di vent’anni, dunque, la città perse complessivamente 642 abitanti, mentre Szentendre, oltre cortina, ne guadagnava oltre 6.300.
Szentendre cresceva non grazie al comunismo, ma nonostante il comunismo. Gubbio, amministrata dai comunisti eugubini, stagnava pur vivendo in una democrazia occidentale.
Prima di impartire lezioni alla Giunta Fiorucci, i LeD dovrebbero spiegare come decenni di amministrazioni comuniste e postcomuniste abbiano prodotto risultati peggiori di quelli ottenuti da una città costretta a crescere sotto il tallone di Mosca.

I LeD sembrano inoltre non avere ancora metabolizzato il risultato elettorale del 2024. Il loro percorso politico è stato singolare: sono nati contrapponendosi al Partito democratico, lo hanno sfidato in più occasioni e infine si sono alleati con esso, insieme al Movimento 5 Stelle, in una coalizione che non è riuscita neppure a raggiungere il ballottaggio.
Il risultato è stato politicamente clamoroso: dopo quasi ottant’anni di amministrazioni riconducibili alla sinistra e ai suoi eredi, al ballottaggio arrivarono due candidati dell’area di centrodestra.
Non furono soltanto le divisioni e le alleanze contraddittorie della sinistra a consegnare Gubbio al centrodestra. Fiorucci seppe interpretare una domanda di cambiamento ormai matura, costruire una proposta credibile e trasformare il logoramento del vecchio sistema in una vittoria politica netta. L’autoreferenzialità e l’esaurimento della classe dirigente precedente prepararono il terreno; fu però Fiorucci a conquistarlo.
Gli elettori non hanno semplicemente scelto una nuova amministrazione. Hanno espresso una bocciatura netta nei confronti di un sistema politico che aveva governato la città per decenni e che non era più considerato in grado di rappresentarne le esigenze.
Che la Giunta Fiorucci appaia talvolta disorientata è difficilmente contestabile. Ma dopo quasi ottant’anni di continuità politica, amministrativa e culturale, il disorientamento rappresenta forse il minimo che una nuova maggioranza liberal-democratica possa sperimentare.
L’apparato comunale, le consuetudini, i rapporti consolidati e le modalità di gestione non cambiano semplicemente sostituendo il sindaco. Occorre ricostruire competenze, stabilire priorità e superare inerzie sedimentate nel corso dei decenni.

Questo non concede all’Amministrazione un’assoluzione preventiva. Fiorucci dovrà essere giudicato per ciò che realizzerà entro la fine del mandato. Due anni, però, non possono essere messi sullo stesso piano di una lunghissima stagione politica che ha accompagnato Gubbio verso la stagnazione.
La nuova maggioranza deve certamente accelerare, chiarire la propria visione e trasformare le promesse in atti concreti. Ma chi ha lasciato una città in declino non può fingere di averla consegnata nel pieno della prosperità.
Il comunicato dei LeD definisce la Giunta composta da «dilettanti allo sbaraglio» e invita l’Amministrazione a tacere. Il linguaggio, però, non può sostituire l’autocritica.
Chi ha governato direttamente, chi ha ricoperto incarichi di sindaco o assessore e chi ha sostenuto quel sistema politico dovrebbe spiegare perché Gubbio abbia perso terreno mentre altre città europee comparabili crescevano. Dovrebbe chiarire perché la città sia arrivata al 2024 senza una strategia demografica, economica e infrastrutturale capace di invertire la tendenza.
La Giunta Fiorucci può essere scarsa, incerta o insufficiente. Ma gli ultimi a poter impartire lezioni sono proprio coloro che hanno contribuito a costruire il sistema dal quale Gubbio sta faticosamente cercando di uscire.
Prima di denunciare il disorientamento altrui, i LeD dovrebbero spiegare la lunga stagnazione lasciata in eredità. Perché il vero fallimento politico non è quello di chi governa da due anni, ma di chi, dopo decenni di potere, non è riuscito a preparare alla città un futuro.
Di chi, dopo decenni di governo, non ha lasciato una città di pietra, ma una città pietrificata.