12 Aug, 2026 - 12:05

Gubbio e l’eolico, il paesaggio non finisce alle mura: città, monti e campagne sono un unico bene culturale

Gubbio e l’eolico, il paesaggio non finisce alle mura: città, monti e campagne sono un unico bene culturale

Nel confronto sugli impianti eolici previsti nel territorio di Gubbio c’è un punto che rischia di essere schiacciato tra il “sì” e il “no” alle pale: il paesaggio eugubino non può essere diviso in compartimenti indipendenti, come se da una parte esistesse la città storica da conservare e dall’altra una campagna disponibile per qualunque trasformazione purché sufficientemente lontana dalle mura.

La questione è molto più complessa.

Gubbio acquista significato proprio dal rapporto fra ciò che è stato costruito dall’uomo e ciò che lo circonda. Monte Ingino, la conca, i boschi, le aree agricole, le gole, i castelli, le strade storiche e la città medievale fanno parte della stessa percezione culturale del territorio. Togliere uno di questi elementi dal sistema significa modificare anche la lettura degli altri.

Da questo punto di vista assume particolare rilievo la decisione della Giunta Fiorucci di approvare la proposta per la dichiarazione di notevole interesse pubblico dell’area dei “Sacri Monti di Gubbio”, affidando al Settore territorio e ambiente il compito di trasmettere la documentazione alla Regione per l’avvio del procedimento.

Una tutela che nasce mentre avanzano i progetti eolici

L’iniziativa arriva mentre sul territorio eugubino sono allo studio diversi progetti per la produzione di energia eolica. Complessivamente le proposte interesserebbero circa trenta aerogeneratori, con strutture che possono raggiungere i 200 metri di altezza.

I due interventi più rilevanti sono denominati Gubbio Nord, con nove pale e una potenza prevista di 64,8 megawatt, e Gubbio Sud, con cinque aerogeneratori e 36 megawatt. A questi si aggiungono altri progetti nelle zone di Monteleto e della Contessa.

È comprensibile quindi che l’ipotesi di nuovi grandi impianti abbia aperto una discussione profonda. Ma proprio qui la politica dovrebbe riuscire a compiere uno sforzo ulteriore: non limitarsi a vietare, ma provare a governare il conflitto tra tutela del territorio e necessità della transizione energetica.

Perché il rischio è che destra e sinistra finiscano per assomigliarsi sempre più. Da una parte si proclama la necessità delle energie rinnovabili; dall’altra, quando gli impianti arrivano concretamente su un territorio, prevale immediatamente la logica della contrapposizione.

«No qui, no là» non può diventare una politica energetica.

Il paesaggio come bene culturale d’insieme

Il dossier che accompagna la proposta della Giunta contiene una relazione tecnico-paesaggistica di venti pagine redatta dall’architetto Bruno Mario Broccolo, insieme alla relazione illustrativa firmata dagli architetti Francesca Rogari e Luigi Rosati, oltre a documentazione fotografica e cartografica.

Il punto più interessante è proprio la lettura di Gubbio come unicum territoriale.

La città non viene considerata isolatamente dai monti che le stanno alle spalle, né le campagne come semplici spazi residuali. Il territorio viene letto attraverso la stratificazione della storia: dalle origini umbre alla città medievale, dalle Tavole Eugubine al Teatro Romano, dalla basilica di Sant’Ubaldo al monte Ingino.

È questa la chiave dei beni culturali d’insieme: non un singolo monumento protetto perché prezioso in sé, ma una relazione continua tra elementi diversi.

Una pala eolica costruita “in campagna” non si trova dunque necessariamente fuori dal paesaggio culturale di Gubbio. Quella campagna è parte del paesaggio che permette alla città di essere percepita nella forma nella quale è arrivata fino a noi.

E vale anche il contrario: i monti e la pianura assumono parte del loro significato proprio per la presenza millenaria della città.

Dai boschi del Cucco alla conca eugubina

La documentazione richiama i siti di interesse comunitario dei boschi di Montelovesco-Monte delle Portole, dei boschi del bacino di Gubbio, dei boschi e pascoli di Fratticiola Selvatica e delle Serre di Burano. Complessivamente si tratta di 3.721 ettari, pari al 7,1 per cento del territorio comunale.

Ma il quadro è ancora più vasto: la piana tra Branca e Mocaiana, Bocca Serriola, i boschi di Pietralunga, il Monte Cucco, la Gola del Bottaccione, Monte Foce, Monte Ingino, Monte Ansciano, la valle del Chiascio, le Forre del Rio Grande, l’acquedotto medievale e il sistema dei castelli.

Non è una sommatoria.

È un paesaggio.

E questo concetto dovrebbe diventare il vero centro del confronto.

Tutelare non significa rinunciare a scegliere

Riconoscere il valore unitario del territorio non significa però trasformare Gubbio in un museo immobile o ritenere incompatibile qualunque infrastruttura energetica con il paesaggio.

Il compito della politica dovrebbe essere esattamente l’opposto: individuare compatibilità, limiti, dimensioni, localizzazioni e soluzioni tecnologiche capaci di contemperare interessi diversi.

La transizione energetica è una necessità. La tutela del paesaggio lo è altrettanto. Una classe dirigente dovrebbe misurarsi con entrambe senza rifugiarsi nella soluzione più semplice: il divieto generalizzato.

La proposta sui Sacri Monti ha dunque un merito importante se serve a ribadire che «il paesaggio eugubino non comincia alle porte della città e non finisce fuori dalle mura».

Ma la sfida vera viene dopo.

Perché proteggere un territorio significa anche decidere come debba vivere, produrre energia, creare economia e trasformarsi senza perdere la propria identità. E su questo terreno non bastano né i riflessi ambientalisti né le dichiarazioni di principio sulle rinnovabili.

Serve politica.

Quella capace di comprendere che Gubbio, i suoi monti, i boschi e le campagne non sono realtà separate: ciascuna dà significato all’altra.

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Mario Farneti
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