Le fotografie pubblicate da Vivo Gubbio, il quotidiano online diretto dal collega Massimo Boccucci, mostrano alcune delle vie più conosciute del centro storico quasi completamente deserte nella giornata del primo agosto.
Immagini nette, difficili da ignorare: strade vuote, tavolini in gran parte inutilizzati, persone assenti e una città che, nel pieno della stagione estiva, appare lontana dall’immagine di una destinazione turistica capace di vivere stabilmente dei propri flussi.
Boccucci riconduce questa situazione anche alle responsabilità della Giunta guidata dal sindaco Vittorio Fiorucci.
È una chiave di lettura politica legittima, sulla quale è possibile discutere. Ma sarebbe riduttivo limitarsi a contrapporre una tesi favorevole o contraria all’Amministrazione.

Le fotografie hanno soprattutto il merito di mettere in luce, con la forza immediata delle immagini, un male antico di Gubbio, molto più profondo e persistente della durata di una singola consiliatura.
Il rispetto dovuto a un collega impone di partire dalla notizia che ha documentato, senza sminuirla e senza cercare artificiosamente di dargli torto. Le strade vuote esistono e pongono interrogativi seri. La questione è stabilire da quanto tempo esista il fenomeno, quali siano le sue cause e fino a che punto possa essere attribuito alla Giunta in carica da poco più di due anni.
Un’immagine documenta un luogo in un momento preciso. Non misura da sola l’intera giornata, il numero degli arrivi, le presenze alberghiere, la permanenza media dei visitatori o il volume degli incassi commerciali.
Per una valutazione rigorosa occorrerebbero dati confrontabili: flussi pedonali per fascia oraria, occupazione delle strutture ricettive, durata dei soggiorni, numero delle attività aperte, fatturati, residenti nel centro storico e andamento demografico.
Questo non significa che le fotografie non abbiano valore. Al contrario, costituiscono un indicatore visivo potente. Ma il dato osservato non coincide automaticamente con la sua causa.

Il centro deserto può dipendere da molte variabili: il caldo, l’orario, la stagionalità, la riduzione della popolazione residente, l’impoverimento commerciale, le difficoltà di accesso, la prevalenza di un turismo giornaliero e il trasferimento progressivo delle funzioni urbane verso la parte bassa della città.
La responsabilità politica va dunque ricercata dentro una storia lunga, non soltanto nella cronaca dell’ultima amministrazione.
Chi scrive ha almeno una decina d’anni più di Massimo Boccucci e conserva ricordi nitidi della Gubbio dell’infanzia. Già negli anni Cinquanta la città appariva spesso silenziosa, scarsamente frequentata e quasi sospesa, salvo il momento straordinario della Festa dei Ceri, quando le vie si riempivano e l’intera comunità sembrava moltiplicarsi.
Le immagini del primo agosto 2026 non mostrano quindi una condizione nata con Fiorucci. Ripropongono, in una forma contemporanea, una debolezza che appartiene da molti decenni alla struttura sociale ed economica eugubina.
Dal dopoguerra fino alle elezioni che hanno portato Vittorio Fiorucci alla guida del Comune, Gubbio è stata amministrata senza soluzione di continuità da maggioranze di sinistra e di centrosinistra. Non si sono dunque alternate esperienze politiche appartenenti a campi contrapposti: per oltre settant’anni la città è rimasta all’interno della stessa area politico-amministrativa, pur attraverso partiti, formule e gruppi dirigenti differenti.
In questo lungo periodo sono cambiati i negozi, le abitudini, i mezzi di trasporto e le forme del turismo, ma non si è prodotto un mutamento realmente visibile e duraturo nella frequentazione ordinaria del centro storico. Gubbio ha continuato a dipendere dai grandi appuntamenti, a cominciare dalla Festa dei Ceri, mostrando una debolezza strutturale nei giorni normali e nei periodi privi di eventi di richiamo.

La Giunta Fiorucci rappresenta la prima esperienza di centrodestra nella storia amministrativa contemporanea di Gubbio, ispirata ai valori della liberaldemocrazia. Attribuirle l’origine di un fenomeno che precede di molti decenni il suo insediamento sarebbe troppo facile e storicamente inesatto.
Questo non significa sottrarre l’attuale Amministrazione al giudizio politico. Fiorucci dovrà essere valutato sulla capacità di comprendere il problema, elaborare una strategia e tentare di invertire una tendenza consolidata. Ma non può essere ritenuto responsabile di avere creato una condizione maturata durante oltre settant’anni di governo della sinistra e del centrosinistra.
La responsabilità della Giunta attuale riguarda ciò che saprà fare per affrontare il male antico di Gubbio, non la sua origine.
Dietro il problema delle vie vuote si intravede però una questione ancora più profonda: la mancanza di una vera classe dirigente, capace di leggere i processi, anticiparli e costruire una strategia di lungo periodo.
Una classe dirigente non coincide soltanto con chi occupa temporaneamente una carica politica. Comprende amministratori, imprenditori, professionisti, associazioni di categoria, operatori culturali, mondo della scuola, istituzioni finanziarie e soggetti capaci di assumersi responsabilità pubbliche anche senza sedere in Consiglio comunale.
Gubbio ha avuto personalità di valore e amministratori onesti, ma non sembra avere espresso, nel suo insieme, un gruppo dirigente in grado di condividere una visione della città oltre le scadenze elettorali e gli interessi particolari.
Per decenni il dibattito si è spesso concentrato sulla gestione dell’esistente: la manutenzione, il singolo evento, la concessione di uno spazio, la sistemazione di una piazza, il finanziamento di un progetto. È mancata invece una riflessione complessiva su quale città costruire, su quali settori economici sviluppare, su come trattenere i giovani e su quali funzioni riportare nel centro storico.
«Una città non declina soltanto quando mancano le risorse. Declina anche quando manca chi sappia trasformarle in un progetto».
La bellezza architettonica, il patrimonio storico, la Festa dei Ceri e il paesaggio non sono automaticamente una politica di sviluppo. Sono materie prime. Occorre una classe dirigente capace di combinarle con infrastrutture, impresa, formazione, tecnologia, servizi e capacità di attrarre persone e investimenti.
Senza questa regia, ogni amministrazione procede per frammenti e ogni risultato rischia di esaurirsi con il mandato di chi lo ha promosso.

Uno degli errori più frequenti consiste nel considerare il turismo come una risorsa illimitata, capace da sola di garantire sviluppo, occupazione e vitalità urbana.
Il turismo rientra invece nella gamma dei consumi voluttuari, cioè di quelle spese alle quali una famiglia può rinunciare. Senza cibo, energia, abitazione o cure sanitarie non si può vivere; senza una vacanza sì. Quando diminuisce il reddito disponibile, aumentano i costi o cresce l’incertezza, il viaggio è spesso una delle prime voci a essere ridotta.
Il turista può inoltre cambiare meta seguendo una moda, una campagna promozionale o semplicemente un’offerta più conveniente. Non ha alcun vincolo stabile con la città visitata. Deve essere continuamente convinto a scegliere Gubbio invece di Assisi, Spoleto, Orvieto, Siena o uno degli innumerevoli borghi italiani ed europei che competono sullo stesso mercato.
Per questo un’economia fondata quasi esclusivamente sul turismo è fragile. Dipende da fattori esterni, dalla reputazione digitale, dal clima, dall’accessibilità, dalle tendenze e dalla capacità di spesa. Può creare molta attività in alcuni periodi e pochissima nel resto dell’anno.
La Festa dei Ceri è il cuore profondo dell’identità eugubina. Nessun’altra manifestazione possiede la stessa forza religiosa, civile e comunitaria. Ma si svolge il 15 maggio e, per quanto coinvolga la città per settimane, non può alimentare da sola un intero sistema economico.
Affidare ai Ceri il compito di rappresentare quasi esclusivamente Gubbio significa caricare la Festa di una funzione che non le appartiene.
I Ceri sono un rito, non una politica industriale; una manifestazione identitaria, non un piano annuale di sviluppo.
Gubbio possiede molto altro: patrimonio archeologico, architettura medievale, arte, paesaggio, artigianato, spiritualità, tradizioni gastronomiche, sentieri e cultura. Ma questi elementi devono diventare un’offerta coordinata, capace di trattenere il visitatore per più giorni e non soltanto di attirarlo per poche ore.
Il problema non è quindi la mancanza di bellezza. È la difficoltà nel trasformare la bellezza in economia stabile, residenza, lavoro e servizi.
Le vie non si riempiono soltanto con i turisti. Si riempiono con persone che vivono la città per necessità quotidiane: residenti, studenti, dipendenti, professionisti, clienti, famiglie e artigiani.
Se uffici, attività commerciali, servizi sanitari, scuole e occasioni di lavoro vengono progressivamente trasferiti altrove, il centro storico perde la propria funzione ordinaria e diventa un luogo episodico. Può affollarsi durante una festa e svuotarsi il giorno seguente.
Per invertire la tendenza servono abitazioni accessibili, parcheggi, collegamenti efficienti, trasporto pubblico, servizi di prossimità, spazi di formazione, laboratori, studi professionali e attività capaci di lavorare tutto l’anno.
Non basta aprire qualche negozio stagionale o organizzare eventi. Occorre rendere conveniente abitare, produrre e investire nel centro storico.
Sul versante industriale e produttivo, il bilancio storico di Gubbio presenta altrettante criticità. Occorre tuttavia evitare una confusione di ruoli. Una Giunta comunale non può improvvisarsi imprenditore, fondare aziende o garantire artificialmente la redditività di un’attività privata.

Alla politica spetta però una funzione di indirizzo. Deve creare le condizioni affinché l’impresa possa nascere, insediarsi e crescere: infrastrutture, servizi, connessioni, aree produttive, formazione, semplificazione amministrativa e certezza dei tempi.
Può favorire il lavoro a distanza, attrarre professionisti, sostenere l’artigianato di qualità e mettere in relazione scuola, territorio e attività economiche. Non deve sostituirsi all’impresa, ma non può nemmeno limitarsi ad aspettare che l’iniziativa privata risolva spontaneamente problemi accumulati per decenni.
Proprio qui ritorna il tema della classe dirigente. La politica deve indicare una direzione, ma anche il tessuto economico e sociale deve assumersi responsabilità. Non si può chiedere al Comune di inventare imprenditori, mentre gli attori locali si limitano a difendere rendite, posizioni acquisite o interessi settoriali.
Una vera classe dirigente dovrebbe essere capace di pensare Gubbio non come una somma di categorie separate, ma come un sistema nel quale industria, artigianato, turismo, cultura, agricoltura e servizi si sostengono reciprocamente.
Massimo Boccucci ha avuto il merito di mostrare una città vuota quando, secondo la percezione comune, dovrebbe essere piena. La sua denuncia va presa sul serio perché obbliga tutti a guardare un problema che spesso viene nascosto dietro le celebrazioni, gli eventi e le dichiarazioni ottimistiche.
La spiegazione, però, non può esaurirsi nell’accusa alla Giunta Fiorucci. Il deserto fotografato non è il prodotto degli ultimi due anni. È il risultato di una storia lunga, fatta di stagnazione demografica, perdita di funzioni, debolezza produttiva, dipendenza da un turismo stagionale e assenza di una classe dirigente capace di elaborare un progetto condiviso.
L’attuale Amministrazione ha comunque una responsabilità precisa: dimostrare di avere compreso la profondità del fenomeno e proporre una strategia verificabile. La lunga durata del problema non può diventare un alibi.
Le fotografie di Vivo Gubbio sono vere. La loro interpretazione richiede però memoria storica, demografia, economia e capacità di distinguere le cause dalle responsabilità immediate.
Il punto non è stabilire chi abbia ragione in una polemica. È capire come impedire che tra altri dieci o vent’anni qualcuno possa scattare le stesse immagini, nello stesso giorno d’estate, ponendo ancora le medesime domande.
(Foto: Vivo Gubbio)