09 Aug, 2026 - 20:00

Gubbio, città di capitani: dal ponte di Valliano a Lepanto e alle Fiandre

Gubbio, città di capitani: dal ponte di Valliano a Lepanto e alle Fiandre

Ci troviamo proprio nei giorni in cui, 472 anni fa, il 2 agosto 1554, tre capitani eugubini scrivevano una delle pagine più drammatiche della storia militare di Gubbio.

Quel giorno, mentre l’esercito franco-senese di Pietro Strozzi ripiegava dopo la disfatta di Marciano-Scannagallo, Luca Tondi, Giacomo Baldinacci e Ippolito Baldinacci rimasero al ponte di Valliano per rallentare l’avanzata delle forze ispano-medicee comandate dal marchese di Marignano.

È la vicinanza dell’anniversario a offrire il pretesto per tornare su quella vicenda. Non, però, per ripetere ancora una volta il solo racconto dei tre uomini caduti sul ponte, quanto per sollevare lo sguardo su un fenomeno assai più vasto e oggi quasi dimenticato: nel XVI secolo Gubbio fu una sorprendente fucina di capitani e uomini d’arme, presenti su alcuni dei più importanti campi di battaglia dell’Europa e del Mediterraneo.

Oderigi Lucarelli, nelle sue Memorie e guida storica di Gubbio, restituisce l’immagine di una città dotata di una reputazione militare che appare quasi sproporzionata rispetto alle sue dimensioni.

Valliano, quando tre uomini decisero di non arretrare

La scena del 2 agosto 1554 possiede già da sola la forza di un racconto.

Un esercito sconfitto arretra. Dietro incalza il nemico. In mezzo c’è un ponte che può guadagnare ore preziose alla ritirata.

Qualcuno deve restare.

Restano i tre eugubini.

Non conosciamo le parole che si scambiarono né possiamo inventare i loro ultimi pensieri. Ma conosciamo l’essenziale: Tondi e i due Baldinacci tennero la posizione e vi persero la vita, consentendo agli uomini di Strozzi di proseguire il ripiegamento.

È proprio Lucarelli a restituire con chiarezza anche l’identità dei due fratelli: Giacomo e Ippolito Baldinacci, appartenenti a quei sette fratelli che la tradizione avrebbe ricordato come i “paladini di Gubbio”. La precisazione corregge attribuzioni successive che avevano sostituito Ippolito con Francesco.

Il loro gesto non cambiò l’esito della guerra. Ma una retroguardia non combatte necessariamente per vincere una battaglia: combatte per regalare tempo agli altri.

E talvolta quel tempo viene pagato con la vita.

Diciassette anni dopo, Lepanto

Per capire quanto Valliano appartenga a una storia più grande basta spostarsi avanti di appena diciassette anni.

Il 7 ottobre 1571, nelle acque greche, la Lega Santa guidata da don Giovanni d’Austria affrontò la flotta ottomana nella battaglia di Lepanto.

Anche lì ritroviamo Gubbio.

Le fonti della tradizione cittadina ricordano una presenza eugubina particolarmente numerosa fra capitani, colonnelli e uomini legati al Ducato di Urbino. Le cifre tramandate dalle cronache antiche vanno necessariamente considerate con prudenza, ma resta un dato difficile da ignorare: gli uomini d’arme di Gubbio godevano nel Cinquecento di una reputazione che travalicava ampiamente i confini cittadini.

Valliano viene prima di Lepanto. Luca Tondi, Giacomo e Ippolito Baldinacci non videro le galere cristiane schierarsi contro quelle ottomane: erano morti sul loro ponte toscano diciassette anni prima.

Ma appartenevano alla medesima stagione.

Dalle galere del Mediterraneo al fango delle Fiandre

E il Mediterraneo non rappresentava neppure il confine ultimo di quella singolare diaspora militare eugubina.

Lucarelli ricorda uomini di Gubbio anche nelle guerre di Fiandra, uno dei più lunghi e sanguinosi teatri bellici dell’Europa moderna. Là operava l’Esercito delle Fiandre della monarchia spagnola, quella formidabile organizzazione militare nella quale combattevano spagnoli ma anche italiani, valloni, tedeschi, borgognoni e uomini provenienti dai diversi territori legati alla Corona.

I celebri Tercios sono rimasti nell’immaginario come una delle più temute fanterie dell’epoca. E gli italiani ebbero un ruolo importante nella macchina militare asburgica.

Proprio qui compare un altro eugubino.

Paolo Grilli, capitano di Gubbio diventato fiammingo

Il suo nome è Paolo Grilli.

Lucarelli racconta che il capitano «si distinse assai nelle guerre di Fiandra al servizio del re di Spagna» e che, dopo avere ricevuto gloria e onori, si stabilì a Gand, dando vita a un ramo della famiglia che risultava ancora esistente al tempo di Vincenzo Armanni.

È un particolare straordinario perché improvvisamente avvicina due mondi che sembrano lontanissimi: Gubbio e Gand, l’Appennino umbro e le Fiandre.

La tradizione familiare attribuisce inoltre a Paolo Grilli la concessione di un feudo da parte del re di Spagna, particolare che meriterebbe una verifica specifica nelle fonti archivistiche fiamminghe e spagnole. Lucarelli, nel passo finora individuato, attesta con certezza il servizio militare, gli onori ricevuti e l’insediamento a Gand.

E rimane una domanda affascinante: che fine fecero i Grilli di Gand?

Conservarono il cognome italiano? Divenne Gril, Grille, De Grilli o assunse tutt’altra forma attraverso matrimoni e trasmissioni ereditarie? Non lo sappiamo ancora. Ma se il ramo risultava vivo nel Seicento, da qualche parte negli archivi fiamminghi potrebbe esserne rimasta la traccia.

Una piccola città dentro la grande storia europea

Valliano, Lepanto, le Fiandre.

Tre luoghi lontanissimi che nel Cinquecento finiscono per incontrarsi sotto un unico nome: Gubbio.

Non bisogna trasformare uomini del XVI secolo in cavalieri romantici che non furono. La guerra di quell’epoca era brutale e fare il soldato significava spesso esercitare una professione durissima in un continente quasi continuamente in armi.

Eppure alcuni gesti superano il mestiere.

Quello di tre capitani che, il 2 agosto 1554, decisero di restare su un ponte appartiene certamente a questa categoria.

Diciassette anni dopo altri eugubini sarebbero comparsi a Lepanto. Altri avrebbero attraversato mezza Europa per combattere nelle Fiandre. Uno di loro, Paolo Grilli, non sarebbe più tornato: da capitano di Gubbio sarebbe diventato capostipite di una famiglia di Gand.

E forse proprio questo è il tratto più sorprendente della Gubbio del Cinquecento: una città chiusa materialmente entro le sue mura, ma i cui uomini potevano avere come orizzonte un ponte della Toscana, le galere del Mediterraneo o le lontanissime pianure delle Fiandre.

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Mario Farneti
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