Non una celebrazione di facciata, ma un progetto culturale, spirituale e civile di ampio respiro. Così Gubbio si prepara ad aprire ufficialmente l’Anno francescano 2026, in occasione dell’ottocentenario della morte di San Francesco. A sottolinearlo con forza è Padre Marco Bellachioma, guardiano del convento di San Francesco, che ha annunciato una apertura solenne domenica 11 gennaio alle 17.30, nella chiesa di San Francesco, con il vescovo Luciano Paolucci Bedini, il sindaco Vittorio Fiorucci, il gonfalone della città e, in un gesto altamente simbolico, gli Sbandieratori di Gubbio all’interno della chiesa.

«Gubbio è davvero l’altro cuore dell’Umbria francescana», ha spiegato Bellachioma, ricordando come proprio qui Francesco indossò per la prima volta il saio. Un luogo non accessorio, ma fondativo.
Il tema dell’incontro tra Francesco e il lupo non viene trattato come icona da cartolina, ma come metafora potente e inquietante del nostro tempo. È su questo che insistono gli interventi di Cristina Galassi, Paola Salciarini e Federico Fioravanti: il lupo come simbolo del male, della paura, della violenza, ma anche come creatura possibile da “ammansire”.
«Entrare nella tana del lupo significa smettere di guardarlo da lontano e affrontarlo», ha spiegato Galassi presentando il ciclo di incontri “Nella tana del lupo. Storie, simboli e attualità di un animale tra immaginario e realtà”, che partirà il 17 gennaio e proseguirà fino ad aprile. Un percorso trasversale tra spiritualità, zoologia, antropologia, simbolismo e attualità.
Non a caso, il Festival del Medioevo 2026 avrà come tema “Il tempo di Francesco” con il sottotitolo Homo homini lupus. L’uomo è lupo per l’uomo. Un’affermazione antica, ma drammaticamente attuale.
Particolarmente forte il collegamento tracciato da Padre Marco Bellachioma con le parole di Papa Leone XIV in occasione della Giornata mondiale della Pace: «una pace disarmata e disarmante».

«Francesco si presenta al lupo disarmato e chiede al lupo di disarmare la sua ferocia. Da Gubbio può partire un messaggio attualissimo», ha detto Bellachioma, raccontando anche il gesto personale di aver donato al Papa il catalogo della mostra Francesco e Frate Lupo.
Non un messaggio ingenuo, ma radicale: il disarmo della violenza come scelta di civiltà.
Su questo punto sono stati chiarissimi Don Mirko Orsini e Mons. Paolucci Bedini. Nessuna contrapposizione tra Chiesa e Comune, nessuna rivendicazione di primogeniture.
«Non è un progetto della diocesi o del Comune. È un lavoro insieme», ha detto Don Mirko.
«Se si lavora in pace, si possono ottenere risultati veri», ha ribadito il vescovo.
Un lavoro che coinvolge uffici, archivisti, scuole, università, associazioni, comunità francescana, terzo settore. Una comunità che si muove come corpo unico.

Luigi Mammoccio ha fornito dati che parlano da soli: oltre 10.300 visitatori, con punte di 400-450 al giorno durante le festività. Da qui la decisione di prorogare la mostra “Francesco e Frate Lupo” fino al 19 aprile, agganciandola direttamente all’avvio dell’Anno francescano.
«Sarebbe stato un peccato chiudere proprio ora», ha spiegato. La proroga non è un atto burocratico, ma una scelta culturale strategica.
Novità rilevante anche sul piano logistico: il complesso di San Francesco diventerà il fulcro del Festival del Medioevo 2026 e di molte iniziative espositive future. Non solo contenitore, ma luogo simbolico.

Paola Salciarini, assessore alla Cultura, lo ha detto chiaramente: «Vogliamo che Francesco diventi una chiave di lettura del mondo moderno, non un monumento al passato».
Il filo rosso che attraversa tutti gli interventi è uno: il mondo è pieno di lupi, ma non possiamo diventarlo anche noi.
Francesco non è un santo “buono” in senso debole, è un santo forte, che entra nel conflitto e lo trasforma.
«Non siamo pecore, ma non siamo nemmeno lupi», ha detto il sindaco Fiorucci. «Siamo chiamati a custodire».
Ed è forse questa la sintesi più vera di Gubbio 2026:
non raccontare favole sul lupo, ma imparare a guardarlo negli occhi.