«Vedere Gubbio a Perugia è una cosa che accade raramente, ma è una gioia immensa». Con queste parole, cariche di emozione e significato istituzionale, il sindaco Vittorio Fiorucci ha aperto il suo intervento durante la conferenza stampa di presentazione di “Gubbio 2026. Nel segno di Francesco”, ospitata oggi mercoledì 7 gennaio nella prestigiosa sede della Fondazione Perugia, a Palazzo Graziani.
Un ringraziamento sentito alla Fondazione, definita “sostegno concreto e non solo simbolico” alle iniziative culturali della città, e un saluto ai presenti che hanno sancito l’avvio ufficiale del percorso verso l’ottocentenario della morte di San Francesco, che Gubbio si appresta a vivere come anno di riflessione, impegno e responsabilità collettiva.
Il cuore del discorso del sindaco è stato il valore attuale e universale del messaggio francescano.
«Ottocento anni dalla morte di Francesco, ma il suo messaggio è più vivo che mai, soprattutto oggi che il mondo è attraversato da oltre cinquanta conflitti», ha sottolineato Fiorucci. Pace, riconciliazione, fraternità concreta: non parole astratte, ma chiavi di lettura per il presente.
Secondo il primo cittadino, Francesco non è solo una figura storica o spirituale, ma un modello operativo: «Ha dimostrato che si può dialogare con la belva feroce, con il prepotente, con il cattivo, e ricondurlo a miti consigli». Una visione che rovescia la logica dello scontro e indica nel dialogo la vera forza trasformativa.

Fiorucci ha ricordato con forza il legame profondo tra Francesco e Gubbio: «È qui che ha indossato il saio. Qui ha maturato una scelta radicale. Forse la prima belva che ha ammansito è stato se stesso».
Una lettura intensa e non retorica, che restituisce all’episodio storico una dimensione interiore e umana, prima ancora che agiografica. Gubbio, terra di santi, diventa così luogo di conversione, non solo di leggenda.
Uno dei passaggi più densi del discorso riguarda il concetto di attualizzazione.
«La cultura, la storia, sì. Ma se i messaggi non vengono tradotti nel linguaggio di oggi, diventano sterili», ha detto Fiorucci. Una sfida che il sindaco ha definito centrale nel suo mandato: rendere i valori comprensibili, praticabili, vivi.
«I messaggi veri non sono mai di moda, sono sempre necessari. Ma per avere effetto devono parlare al presente».
Non poteva mancare il riferimento al Festival del Medioevo 2026, che avrà come tema “Il tempo di Francesco” e come sottotitolo Homo homini lupus.
«Il mondo è pieno di lupi e belve feroci. Sottovalutarle non va bene. Ma il veicolo per ammansirle è il dialogo, la perseveranza, la costanza», ha affermato Fiorucci, con un riferimento esplicito anche alla propria esperienza personale.
Un passaggio che lega la figura del Santo alle dinamiche più crude della contemporaneità, senza edulcorazioni.
Altro asse strategico indicato dal sindaco è quello ecologico. Non come slogan, ma come responsabilità.
«La custodia del creato è un tema spesso abusato, ma resta centrale nel messaggio francescano». Da qui il progetto “Sorella Acqua”, che unirà simbolicamente e concretamente le fonti del territorio, valorizzandole sia dal punto di vista ambientale sia economico.
«L’acqua è risorsa, bene primario, cartina di tornasole della salute morale e sociale di una comunità», ha spiegato. Un percorso che coinvolgerà anche grandi player economici, perché – ha chiarito – «la cultura ha bisogno di risorse per esistere».
Fiorucci ha più volte ribadito la simbiosi tra Comune, Diocesi, Fondazione, operatori culturali, studiosi, uffici e sponsor.
«Stiamo lavorando in strettissimo contatto. È un lavoro di comunità». Un ringraziamento particolare a Federico Fioravanti per il rapporto consolidato con il Festival del Medioevo e all’assessore Paola Salciarini, chiamata a illustrare nel dettaglio il programma.

Il passaggio conclusivo è forse il più potente.
«Gubbio 2026 nel segno di Francesco non è un marchio. È una responsabilità», ha scandito il sindaco. Una responsabilità verso il creato, verso le persone, verso le fragilità.
«Non siamo pecore, ma non siamo neppure lupi. Siamo pastori. Custodiamo le creature buone e le persone che amiamo».
Un’immagine forte, identitaria, che racchiude il senso profondo dell’intero progetto: attraversare il tempo del lupo senza perdere l’umanità.