Esistono persone che osservano un oggetto e persone che riescono davvero a vederlo. Giovanni Colaiacovo apparteneva senza dubbio alla seconda categoria.
Lo ha raccontato con affetto e lucidità la figlia Carmela durante l’inaugurazione della mostra “Aspetti della maiolica italiana tra Medioevo ed Età Moderna. I ‘Par Enlevage sur Fond Bleu’ eugubini”, aperta ieri sera, 4 giugno, negli spazi di Palazzo Della Porta a Gubbio.
L’esposizione, promossa dall’Associazione Maggio Eugubino, rappresenta molto più di un appuntamento culturale. È anche un omaggio a uno dei più importanti collezionisti e studiosi della ceramica eugubina e del Ducato di Urbino, figura che nel corso dei decenni ha contribuito a preservare e valorizzare un patrimonio artistico che rischiava di disperdersi.

Nel suo intervento introduttivo, Carmela Colaiacovo non ha parlato soltanto della collezione lasciata dal padre. Ha scelto invece di raccontare l’uomo, il genitore, il carattere che stava dietro quella passione apparentemente inesauribile.
«Le eredità sono fatte di tante cose», ha spiegato. «Sicuramente l’eredità più importante di Giovanni, al di là del benessere economico che non va assolutamente sottovalutato, è stata la sua forza d’animo.»
Un insegnamento fatto di energia, ottimismo e capacità di affrontare le difficoltà senza perdere il sorriso. Una caratteristica che i figli ricordano ancora oggi come uno degli aspetti più preziosi ricevuti dal padre.
L’ironia occupava un posto centrale nella vita familiare. Carmela ha ricordato come fosse difficile stabilire chi, tra Giovanni e la moglie, fosse il più spiritoso. Anche nei momenti più difficili, il sorriso non veniva mai meno.
Era probabilmente un retaggio di una generazione cresciuta in anni duri, quando l’ironia rappresentava spesso uno strumento di resistenza e di sopravvivenza. Una filosofia esistenziale che Giovanni Colaiacovo trasmise ai figli insieme all’amore per l’arte e la bellezza.
Tra i ricordi più significativi emersi durante la serata, uno in particolare ha colpito il pubblico.
Carmela ha raccontato di un antiquario che, parlando del padre, le disse un giorno: «Tuo padre aveva una dote.»
Alla domanda su quale fosse questa qualità speciale, la risposta arrivò immediata: «L’occhio assoluto.»
Una definizione tanto semplice quanto efficace.

Così come alcuni musicisti possiedono il cosiddetto orecchio assoluto e sono capaci di riconoscere immediatamente una nota senza bisogno di confronti, Giovanni Colaiacovo sembrava possedere una straordinaria capacità di individuare il valore nascosto degli oggetti.
Non si trattava soltanto di competenza o di esperienza accumulata in decenni di studio. C’era qualcosa di più istintivo, quasi immediato.
Tra centinaia di oggetti apparentemente insignificanti, tra mercatini, depositi, soffitte e bancarelle, il suo sguardo finiva regolarmente per posarsi proprio sul pezzo importante.
«Lui riusciva a individuare il pezzo importante in mezzo a mille cianfrusaglie. Lo beccava sempre», ha ricordato la figlia.
La cosa sorprendente è che questo talento non si limitava alle ceramiche rinascimentali, alle maioliche a lustro o ai manufatti che costituivano il cuore della sua collezione.
Giovanni Colaiacovo era capace di innamorarsi di qualsiasi oggetto.
Uno scaldino, una vecchia pompa da pozzo, una figura in ceramica raffigurante un gatto. Oggetti diversi tra loro, spesso privi di un particolare valore economico, ma capaci di catturare la sua attenzione.
Carmela ha ricordato con divertimento una vecchia pompa acquistata a Milano e trasportata con ostinazione fino a Gubbio semplicemente perché il padre ne era rimasto affascinato.
Sono episodi che aiutano a comprendere la natura più autentica del collezionista.

Per Giovanni Colaiacovo il collezionismo non era una forma di investimento né una ricerca di prestigio personale. Era piuttosto un dialogo continuo con gli oggetti, con la loro storia e con le persone che li avevano creati o utilizzati.
Nel racconto dei figli emerge anche l’atmosfera particolare che Giovanni aveva saputo costruire attorno a sé.
Una casa dove la ceramica era presenza quotidiana, argomento di conversazione, occasione di scoperta e di condivisione.
«Gli oggetti gli hanno fatto compagnia», ha osservato Carmela.
Una frase apparentemente semplice ma capace di spiegare molto.
Per Giovanni Colaiacovo le maioliche, le ceramiche e gli oggetti raccolti nel corso della vita non erano semplici manufatti. Erano testimonianze vive, frammenti di memoria, racconti silenziosi che continuavano a parlare attraverso il tempo.
Anche per questo la passione è stata trasmessa ai figli. Alcuni in modo più intenso, altri in forma più discreta, ma tutti hanno ereditato almeno una parte di quello sguardo curioso e attento.
E ancora oggi, come ha raccontato Carmela, capita che un piccolo acquisto fatto in un mercatino venga associato alla figura del padre, quasi fosse un dono ideale lasciato da lui.

Non è stato casuale che la mostra sia stata organizzata proprio dal Maggio Eugubino.
Nel suo intervento, Carmela ha ricordato come il Maggio rappresentasse per il padre un autentico punto di riferimento. Fin da bambina lo accompagnava nella sede dell’associazione, dove trascorreva ore insieme agli amici, discutendo di arte, cultura e tradizioni cittadine.
Un ambiente che Giovanni sentiva come una seconda casa e che ieri sera ha voluto restituirgli simbolicamente l’abbraccio della città.
Perché dietro il grande collezionista e lo studioso rigoroso c’era soprattutto un uomo capace di creare relazioni, amicizie e passioni condivise.
E forse il significato più profondo del suo “occhio assoluto” risiede proprio qui: nella capacità non soltanto di riconoscere il valore nascosto degli oggetti, ma anche quello delle persone e delle storie che li accompagnano.