C’è qualcosa di profondamente italiano nel fatto che a salvare - forse - il paesaggio dell’Orvietano non siano stati anni di conferenze dei servizi, ricorsi al Tar, pareri ministeriali, soprintendenze, vincoli paesaggistici e appelli di intellettuali, ma una sfuriata radiofonica di Fiorello.
Il caso lo racconta con il suo stile tagliente Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera online, trasformando la vicenda delle maxi pale eoliche umbre in una specie di commedia all’italiana sospesa tra Kafka, Totò e il teatro dell’assurdo.
Da una parte ci sono sette gigantesche pale eoliche alte 204 metri - praticamente quattro volte il Duomo di Orvieto - che una multinazionale tedesca vorrebbe piantare nell’Appennino umbro. Dall’altra c’è Rosario Fiorello che, durante “La Pennicanza” su Radiodue, ironizza sull’“Umbria ventosa”, sostenendo che “tutti i velisti vengono qui”.
E improvvisamente la questione si sblocca.

L’articolo di Stella è una lama affilata contro una certa burocrazia italiana incapace di decidere davvero. Per anni si accumulano carte, autorizzazioni, silenzi-assenso, controricorsi e cavilli, mentre i progetti avanzano quasi da soli.
Poi arriva Fiorello.
Con il tono surreale che lo contraddistingue, il comico siciliano demolisce in pochi minuti l’idea di un’“Umbria del vento”, immaginando uccelli richiamati dalle prediche di San Francesco che finiscono spiaccicati contro pale grandi come grattacieli.
Sembra una battuta. Ma la battuta centra il bersaglio.
Perché il nodo vero non è essere favorevoli o contrari alle energie rinnovabili. Nessuno ormai mette seriamente in discussione la necessità di una transizione energetica. Il problema è capire dove e come farla.
E Stella lo dice chiaramente: c’è modo e modo.
La parte forse più involontariamente comica dell’intera vicenda è la scelta dei nomi dei progetti.
La multinazionale tedesca RWE ha chiamato il progetto eolico “Phobos” e quello fotovoltaico “Deimos”.
Ora, nella mitologia greca Phobos significa “spavento” e Deimos “terrore”. Non esattamente il massimo per rassicurare gli abitanti dell’Orvietano.
Sembra quasi il nome di due astronavi imperiali in un film di fantascienza distopica.
E intanto le pale progettate raggiungono i 204 metri d’altezza. Più della piramide di Cheope. Più o meno quanto la Torre UniCredit di Milano.
Con basamenti mastodontici fatti di migliaia di tonnellate di cemento, acciaio e sabbia.
Il tutto piazzato tra vigne, uliveti, cipressi e casolari.
Nel pezzo del Corriere succede una cosa bellissima e tipicamente “stelliana”: Fiorello viene improvvisamente accostato a Ferdinand Gregorovius e perfino a Joseph Roth.
Il grande storico tedesco dell’Ottocento definiva infatti quei luoghi “il giardino dell’Italia centrale” , mentre Joseph Roth raccontava la devastazione industriale della Ruhr già nel 1926 parlando di “un cadavere di terreno” .
Ed è qui che il racconto assume quasi un tono tragicomico.
Perché la Germania che oggi propone giganteschi impianti eolici nell’Umbria rurale è la stessa che ha speso decenni e miliardi per ricostruire paesaggi devastati dalla propria industrializzazione.
Un gigantesco cortocircuito europeo.
Ma il bersaglio più feroce dell’articolo resta la politica italiana. Secondo Stella, infatti, il problema non è soltanto il progetto eolico in sé, quanto piuttosto il meccanismo che consente a raffiche di proposte speculative di riversarsi su territori fragili senza una vera pianificazione nazionale.

Ne nasce così il classico caos all’italiana: un ministero favorevole, un altro contrario, la Regione che boccia il progetto, il Consiglio di Stato che richiama il principio del silenzio-assenso, il Tar, l’autotutela, ricorsi e contro-ricorsi in una spirale burocratica quasi incomprensibile perfino agli addetti ai lavori.
Una matassa talmente intricata che, per paradosso, alla fine l’unica voce davvero chiara e comprensibile per l’opinione pubblica diventa quella di Fiorello, capace di trasformare una vicenda tecnico-amministrativa in un caso nazionale dal forte impatto popolare.
Dietro l’ironia rimane però una domanda seria. Anzi serissima.
“Possiamo davvero salvare il clima distruggendo i territori?”
È la domanda che conclude l’articolo del Corriere ed è anche il vero nodo di tutta la vicenda.
Perché l’impressione è che in Italia si stia giocando una partita delicatissima: da una parte la necessità di accelerare sulle energie rinnovabili, dall’altra il rischio di trasformare paesaggi storici e identitari in distretti industriali dell’energia.
E in mezzo, come spesso accade, c’è un Paese incapace di scegliere davvero.
Così alla fine può capitare che a fermare pale alte come grattacieli non sia una strategia nazionale, ma una battuta radiofonica fatta durante una trasmissione pomeridiana.
Che poi, conoscendo l’Italia, forse è perfino coerente.