La notizia del ritorno del Festival della Salsiccia, in programma dal 16 al 18 ottobre, riporta inevitabilmente alla memoria la prima edizione dello scorso anno.
Un appuntamento che fece discutere molto più per le polemiche che per i risultati ottenuti e che oggi torna con l'ambizione di consolidarsi nel calendario degli eventi cittadini.
Si tornerà probabilmente a discutere dei numeri. All'epoca furono annunciati 40 mila partecipanti, una stima che suscitò più di una perplessità, anche perché – come venne spiegato – il conteggio era stato effettuato prendendo come riferimento il numero dei bicchieri usa e getta utilizzati. Un metodo che molti giudicarono discutibile e che alimentò ironie ben oltre i confini cittadini.
Ma, a ben vedere, continuare a discutere di quei numeri significa ancora una volta concentrare l'attenzione sul dettaglio, perdendo di vista il problema vero.

Il problema non è la salsiccia.
Non è la qualità di un prodotto che, anzi, appartiene alla tradizione gastronomica italiana fin dall'antichità. I Romani la chiamavano botulus, e rappresentava già allora un alimento popolare, semplice e profondamente radicato nella cultura alimentare della penisola. Non c'è nulla di sbagliato nel valorizzare un prodotto tipico o nel costruirvi attorno una manifestazione.
Il problema nasce quando una sagra viene presentata quasi come se potesse rappresentare una leva di sviluppo economico per una città che da decenni vive difficoltà ben più profonde.
È qui che, ancora una volta, Gubbio guarda il dito invece della luna.
Il dito è il Festival della Salsiccia.
La luna è l'assenza di un piano industriale credibile.
È l'assenza di una strategia economica capace di trattenere i giovani.
È la progressiva perdita di opportunità lavorative.
È la sensazione, sempre più diffusa, che il futuro della città venga affidato a un susseguirsi di feste, sagre, festival, eventi gastronomici e manifestazioni folkloristiche che, passati tre giorni, lasciano tutto esattamente com'era prima.
È evidente che una sagra può portare qualche visitatore, riempire alberghi e ristoranti per un fine settimana e creare un momento di socialità. Nessuno mette in discussione questo.
Ma è altrettanto evidente che nessuna città italiana vive esclusivamente di turismo.
Neppure Venezia.
Può sembrare un'affermazione provocatoria, ma è sufficiente guardare la realtà economica della laguna. Venezia è una delle città più visitate del mondo e tuttavia il suo equilibrio economico, per decenni, è stato sostenuto anche dal grande polo industriale di Porto Marghera, dalla portualità, dalla logistica e da un sistema produttivo che ha generato occupazione stabile.
Se persino Venezia non può vivere soltanto di turismo, come può pensare di farlo Gubbio?
È una domanda che dovrebbe accompagnare ogni riflessione sul futuro della città.
Negli ultimi anni si è assistito a una proliferazione di eventi: festival, mercatini, rievocazioni, degustazioni, iniziative culturali, spettacoli. Molti sono organizzati con passione e impegno da associazioni e volontari che meritano rispetto.
Ma il punto non è questo.
Il punto è che gli eventi non possono sostituire lo sviluppo economico.
Una manifestazione può animare un fine settimana.
Un'industria crea lavoro per decenni.
Una sagra produce qualche incasso temporaneo.
Un'impresa genera stipendi, investimenti, innovazione e prospettive.
Sono due piani completamente diversi.
Il rischio è quello di alimentare l'illusione che basti moltiplicare gli appuntamenti nel calendario per invertire una tendenza demografica che, invece, continua a essere impietosa.
I giovani continuano ad andarsene.
Lo fanno perché cercano lavoro qualificato, salari migliori, prospettive professionali, servizi e opportunità che oggi Gubbio fatica a offrire.
Nessuno sceglierà di restare nella propria città perché, una volta all'anno, si organizza il Festival della Salsiccia.
È una verità forse scomoda, ma difficile da contestare.

Anche le polemiche dello scorso anno appaiono, a ben vedere, secondarie. Le critiche sulla disorganizzazione, i numeri contestati, le discussioni sui benefici economici reali o presunti appartengono tutte allo stesso livello del dibattito.
Sono polemiche legittime, ma marginali.
Perché, anche immaginando un Festival perfettamente organizzato, con presenze certificate e un grande successo di pubblico, il problema di fondo rimarrebbe identico.
Tre giorni di festa non cambiano il destino economico di una città.
Quello che manca è una riflessione più ampia.
Quale industria può nascere a Gubbio?
Come attrarre investimenti?
Come favorire nuove imprese?
Come creare occupazione stabile?
Come valorizzare le competenze dei giovani senza costringerli a trasferirsi altrove?
Sono queste le domande che dovrebbero occupare il dibattito pubblico.
Facciamo pure le sagre.
Facciamo il Festival della Salsiccia, quello del tartufo, della birra, del vino o di qualsiasi altro prodotto identitario.
Nessuno propone di eliminarli.
Ma smettiamo di considerarli la risposta ai problemi economici della città.
Il rischio, altrimenti, è quello di confondere l'animazione con lo sviluppo, il folclore con la politica industriale, l'evento con la crescita.
E mentre continuiamo a discutere della salsiccia, la luna resta lì, sopra le nostre teste: una città che ha bisogno di un progetto economico capace di guardare ai prossimi trent'anni, non semplicemente al prossimo fine settimana.