La recente lettera diffusa a Gubbio dalla Famiglia dei Santubaldari contiene una definizione della Festa dei Ceri che ha suscitato interesse e riflessioni ben oltre il contesto nel quale è stata formulata.
In particolare, ha attirato l'attenzione il passaggio nel quale la Festa viene descritta come «espressione non mediata, né mediatica, istintiva e genuina dell'umanità che la genera».
Si tratta di una formulazione che merita di essere esaminata non sotto il profilo polemico, ma attraverso una lettura giuridica, storica e antropologica, soprattutto perché la Festa dei Ceri rappresenta uno dei più importanti patrimoni immateriali della comunità eugubina.

Nel linguaggio comune il termine "istinto" richiama una reazione spontanea, immediata, non filtrata dalla riflessione razionale. È una parola che evoca autenticità, spontaneità e partecipazione emotiva.
È verosimile che questo sia il significato attribuito alla definizione contenuta nella lettera dei Santubaldari: la volontà di sottolineare che la Festa non nasce da esigenze turistiche, mediatiche o commerciali, ma dall'identità stessa della comunità che la tramanda da secoli.
Da questo punto di vista il concetto appare pienamente comprensibile. La Festa dei Ceri continua a distinguersi da molte altre manifestazioni storiche perché non rappresenta una semplice rievocazione del passato, ma un rito vissuto e sentito da una comunità che continua a riconoscersi in esso.
Tuttavia il termine "istintiva" possiede anche ulteriori significati che meritano attenzione.
Nel linguaggio giuridico l'istinto non rappresenta un valore normativo.
L'intero sistema della convivenza civile è costruito sul principio secondo cui gli impulsi individuali e collettivi devono essere governati da regole condivise.
Le norme giuridiche esistono proprio per consentire la coesistenza tra libertà individuale e interesse collettivo.
Per questo motivo l'aver agito "d'istinto" può spiegare un comportamento, ma non costituisce di per sé una giustificazione.
Il diritto riconosce l'emotività umana, ma non attribuisce agli impulsi il potere di sospendere le regole della convivenza civile.
Da questa prospettiva emerge una considerazione interessante: l'autenticità di una manifestazione popolare non deriva dall'assenza di regole, bensì dalla loro interiorizzazione da parte della comunità che la vive.
Osservata nella sua storia secolare, la Festa dei Ceri appare infatti molto lontana dall'idea di un fenomeno esclusivamente istintivo.
Ogni fase del rito è regolata da consuetudini consolidate.
Esistono ruoli definiti, responsabilità precise, gerarchie riconosciute e comportamenti tramandati nel tempo.
La stessa corsa dei Ceri, che può apparire all'osservatore esterno come una manifestazione di pura energia collettiva, è in realtà il risultato di un equilibrio estremamente complesso tra entusiasmo, disciplina e coordinamento.
Se prevalesse soltanto l'impulso individuale, la Festa perderebbe la propria struttura rituale.
La sua sopravvivenza attraverso i secoli dimostra invece la capacità della comunità eugubina di trasmettere non soltanto emozioni e sentimenti, ma anche regole e comportamenti condivisi.
Le grandi tradizioni popolari europee sono sopravvissute nel tempo proprio perché hanno saputo disciplinare le energie collettive senza soffocarle.
La Festa dei Ceri costituisce un esempio particolarmente significativo di questo equilibrio.
Da una parte vi è la partecipazione emotiva, l'appartenenza identitaria, il coinvolgimento personale di migliaia di cittadini.
Dall'altra vi è il rispetto di un patrimonio di norme non scritte che consente alla manifestazione di svolgersi ogni anno mantenendo la propria riconoscibilità.
In questo senso la tradizione non può essere interpretata come l'opposto della regola.
Al contrario, è spesso il risultato di regole così profondamente interiorizzate da apparire naturali.

Un altro passaggio significativo della lettera dei Santubaldari afferma che nessuno può considerarsi detentore esclusivo dei valori e dello spirito della Festa.
Si tratta di un'affermazione che richiama la natura comunitaria del rito eugubino.
La Festa dei Ceri appartiene infatti alla collettività e continua a vivere grazie al contributo di generazioni diverse che ne custodiscono la memoria e ne garantiscono la continuità.
Proprio per questo il dibattito sul linguaggio utilizzato per descriverla non dovrebbe essere interpretato come una contrapposizione tra visioni diverse, ma come un'occasione di approfondimento culturale.
Le parole utilizzate per raccontare una tradizione contribuiscono infatti a definirne il significato.
Forse la vera forza della Festa dei Ceri non risiede esclusivamente nell'istinto né esclusivamente nella regola.
Risiede piuttosto nella capacità di tenere insieme entrambe le dimensioni.
La passione senza disciplina rischierebbe di trasformarsi in disordine.
La disciplina senza passione trasformerebbe il rito in una semplice rappresentazione formale.
La Festa dei Ceri continua invece a vivere perché riesce ancora oggi a conservare quell'equilibrio delicato tra spontaneità e responsabilità, tra emozione e consapevolezza, tra libertà individuale e rispetto della comunità.
È probabilmente in questa sintesi, più che nell'una o nell'altra componente, che si trova il segreto della sua straordinaria longevità e della sua capacità di parlare ancora al cuore degli eugubini dopo tanti secoli.