È stata pronunciata durante la Messa che precede la tradizionale discesa dei Ceri dalla Basilica di Sant’Ubaldo, nella prima domenica di maggio, l’omelia di Don Mirko Orsini, cappellano dei Ceri.
Un momento particolarmente significativo per la comunità eugubina, che segna l’avvicinamento alla Festa dei Ceri del 15 maggio, carico di attesa, emozione e partecipazione.
In questo contesto, davanti ai ceraioli e ai fedeli, Don Mirko ha voluto offrire una riflessione profonda sul significato autentico della festa, andando oltre l’aspetto tradizionale per richiamare tutti a una dimensione più consapevole e comunitaria.

Non una semplice manifestazione folkloristica, ma un’esperienza che nasce dal cuore della comunità. È questo il punto di partenza dell’omelia, che ribadisce come la Festa dei Ceri sia un momento identitario, capace di ricordare a un popolo chi è e da dove viene.
La celebrazione in onore di Sant’Ubaldo affonda infatti le sue radici nella storia e nella fede, e rappresenta un legame profondo tra generazioni. Un legame che non può essere ridotto a spettacolo o tradizione da osservare, ma che deve essere vissuto pienamente.
“Non è un evento da guardare – ha sottolineato Don Mirko – ma da vivere insieme”.
Il cuore dell’omelia è rappresentato da una riflessione netta su uno dei rischi più evidenti della contemporaneità: l’individualismo. Un atteggiamento che, secondo il cappellano, rischia di contaminare anche la Festa dei Ceri, snaturandone il significato più profondo.
“Oggi siamo abituati all’io: io penso, io voglio, io faccio. Ma la festa ci richiama al noi”.
Un richiamo che trova riscontro anche nei gesti concreti. Tra questi, la visita al cimitero, che rischia di essere vissuta come un momento privato, quasi una commemorazione personale, mentre dovrebbe rappresentare un atto collettivo.
Il ricordo, infatti, non riguarda il singolo defunto, ma tutti i ceraioli che hanno fatto grande la festa. È il “noi” della comunità che si ritrova e si riconosce, evitando che quella giornata perda il suo significato originario.
Accanto all’individualismo, Don Mirko ha indicato un altro pericolo: quello del protagonismo. Un rischio che emerge quando l’attenzione si sposta dai valori della festa alle persone, trasformando momenti simbolici in occasioni di visibilità.
L’esempio citato è quello della processione dei santi, che rischia di essere vissuta come una passerella, dove l’applauso si concentra su figure umane anziché sul significato spirituale del gesto.
“Abbiamo confuso il protagonista con i protagonisti”, ha affermato.
Un monito chiaro, che invita a riportare al centro ciò che davvero conta, evitando che la festa diventi terreno di esibizione individuale.
Uno dei passaggi più significativi dell’omelia riguarda la figura di Sant’Ubaldo. Don Mirko ha voluto ribadire con forza che il patrono non può essere ridotto a un idolo, né utilizzato come simbolo di vanto personale.
Sant’Ubaldo è, prima di tutto, un testimone di fede. Un uomo che ha vissuto mettendo la propria vita al servizio degli altri, seguendo un disegno più grande.
“Se dimentichiamo questo – ha avvertito – tutto perde di significato”.
Il primo protagonista della Festa dei Ceri resta quindi il Santo, non le istituzioni, non i ruoli, non i singoli. Tutto il resto deve ruotare attorno a questa centralità.

L’immagine dei ceraioli che corrono insieme diventa una metafora della vita. Nessuno porta il cero da solo, così come nessuno affronta da solo le proprie responsabilità.
È la comunità che sostiene, che incoraggia, che permette di andare avanti. Un messaggio che richiama direttamente i valori della fede cristiana, fondata sulla condivisione e sul sostegno reciproco.
“La fede non è un’esperienza individuale chiusa, ma un cammino insieme”, ha ricordato Don Mirko.
Accanto alle criticità, l’omelia ha voluto evidenziare anche un elemento positivo: la fedeltà. La Festa dei Ceri è un gesto che si rinnova ogni anno, tramandato nel tempo, capace di mantenere vivi valori fondamentali come la solidarietà e il senso di appartenenza.
In un’epoca di cambiamenti rapidi, questa continuità rappresenta una risorsa preziosa. Tuttavia, la tradizione non deve essere immobile: deve restare viva, capace di parlare al presente.
Il messaggio finale è un invito a non fermarsi all’emozione del momento. La Festa dei Ceri deve diventare un’esperienza che trasforma, che incide sulla vita quotidiana.
Non basta correre insieme un giorno all’anno se poi si resta divisi. La sfida è costruire una comunità vera, capace di accogliere, sostenere e camminare unita.
Solo così la corsa verso Sant’Ubaldo potrà continuare a essere non solo una tradizione, ma un segno autentico di fede, identità e appartenenza.