Tre grandi vibratori sessuali al posto dei Ceri di Gubbio, circondati da una folla di pupazzi che riproduce grottescamente la Festa.
L’immagine dell’opera di Piergiorgio Pesce, esposta a Cantiano nell’ambito della rassegna “Dire Fare ARTe 2026”, è stata portata all’attenzione pubblica da Massimo Boccucci su Vivo Gubbio e rappresenta forse il punto estremo raggiunto da una interpretazione dei Ceri che da oltre un secolo cerca nella religiosità pagana e nei riti della fertilità la loro origine.
L’opera può indignare, provocare o essere difesa in nome della libertà artistica. Ma fermarsi ai tre oggetti sessuali significherebbe evitare la questione principale: come siamo arrivati fin qui?
La risposta conduce molto più indietro nel tempo e riguarda il modo nel quale un’ipotesi antropologica, certamente suggestiva, è progressivamente entrata nella divulgazione fino a essere talvolta presentata quasi come una verità storica.

Uno dei riferimenti fondamentali è Herbert Morris Bower, autore nel 1897 di The Elevation and Procession of the Ceri at Gubbio. Il Centro di Documentazione e Studio sulla Festa dei Ceri della Biblioteca Sperelliana ricorda espressamente come l'opera di Bower sostenesse la tesi dell’origine pagana, contrapposta pochi anni dopo alla ricostruzione di Pio Cenci, che collocava invece la Festa nell'ambito della sacralità medievale sviluppatasi dopo la morte di Sant’Ubaldo.
Successivamente il dibattito antropologico avrebbe coinvolto studiosi di grande rilievo, tra i quali Anita Seppilli, autrice nel 1972 con Fernando Costantini de I Ceri di Gubbio. Saggio storico-culturale su una festa folclorica.
Nessuno nega il valore culturale di queste ricerche. Il problema nasce quando l’interpretazione viene confusa con la prova.
Un'analogia antropologica può suggerire una possibilità. Una continuità storica, invece, deve essere dimostrata attraverso documenti.
Il punto di partenza della ricostruzione pagana sono spesso le Tavole Iguvine, straordinario documento della civiltà umbra conservato a Gubbio.
Una recente datazione le colloca tra il IV e il I secolo a.C. precisando tuttavia che la redazione originaria dei testi è assai più antica. Le Tavole descrivono sacrifici, prescrizioni rituali e statuti della confraternita sacerdotale dei Fratelli Atiedii.
Ed è proprio qui che nasce una domanda alla quale non basta rispondere con le analogie.
Dov’è la documentazione che collega quei riti alla Festa dei Ceri?
Le Tavole appartengono al mondo religioso dell’antica Iguvium. La Festa che conosciamo appartiene invece alla Gubbio cristiana e alla devozione verso Sant’Ubaldo, morto nel 1160.
Tra questi due mondi non c'è una semplice pagina mancante. Ci sono secoli di storia.

Prendiamo come riferimento convenzionale il 380 dopo Cristo, anno dell’Editto di Tessalonica di Teodosio I, momento fondamentale nell'affermazione del cristianesimo niceno nell'Impero romano.
Sant’Ubaldo muore nel 1160.
Sono trascorsi 780 anni.
Quasi otto secoli durante i quali, allo stato delle conoscenze documentarie, non emerge una catena di testimonianze capace di seguire un rito degli antichi Umbri attraverso la tarda romanità, la cristianizzazione, l'Alto Medioevo e infine la Gubbio comunale per dimostrare che esso sia diventato la Festa dei Ceri.
E il problema cronologico è ancora maggiore se il punto iniziale viene riportato alle Tavole Iguvine, che appartengono a un mondo preromano e conservano testi rituali ancora più antichi.
Nel frattempo scompare il contesto religioso che aveva prodotto quei riti, così come scompare la confraternita sacerdotale degli Atiedii, della quale le Tavole costituiscono la straordinaria testimonianza giunta fino a noi.
Sostenere una continuità significa dunque spiegare chi avrebbe custodito e trasmesso quel rito attraverso i secoli, dove, in quale forma e attraverso quali passaggi storicamente documentabili.
Questo è il punto decisivo.
Che alcuni elementi della Festa possano essere confrontati con riti antichi è materia legittima per antropologi, storici delle religioni ed etnologi. Del resto, il Centro di Documentazione ricorda che già nella celebre tavola rotonda del 1965 si confrontarono apertamente le due grandi interpretazioni: quella pagana derivata da Bower e quella medievale e religiosa di Cenci.
Ma somiglianza non significa discendenza.
Per dimostrare che il fenomeno B deriva dal fenomeno A non basta trovare elementi comparabili. Occorre ricostruire il percorso che conduce dall'uno all'altro.
È precisamente quel percorso documentario che la tesi della continuità pagana dovrebbe dimostrare.
L'installazione di Cantiano assume allora un significato persino più interessante della provocazione artistica.
Se per decenni si parla dei Ceri in termini di riti primaverili, culti arborei, fertilità e simbologia fallica, non dovrebbe sorprendere che prima o poi un artista porti quella lettura alle sue conseguenze visive più estreme.
Il passaggio diventa brutale ma elementare: fertilità, fallo, Cero, oggetto sessuale.
A quel punto indignarsi esclusivamente contro l'artista sarebbe persino troppo facile. Piergiorgio Pesce rappresenta plasticamente un'interpretazione culturale che non nasce con lui.
Il problema è stabilire se quell'interpretazione possa essere raccontata al pubblico come origine accertata della Festa.
C'è poi un'altra questione. Cantiano pur essendo in provincia di Pesaro e Urbino appartiene alla stessa Diocesi di Gubbio e nell'installazione viene inevitabilmente coinvolto anche il Cero di Sant’Ubaldo.
Al momento non risulta una presa di posizione pubblica delle autorità religiose né delle principali componenti istituzionali del mondo ceraiolo.
Il silenzio non può essere automaticamente interpretato come assenso. Ma una domanda è legittima: chi deve intervenire quando la natura cristiana e ubaldiana della Festa viene pubblicamente sostituita da una lettura pagano-fallica?
Non si tratta di censurare un'opera d'arte. Si tratta eventualmente di rispondere sul piano storico, religioso e culturale.

La vicenda segnalata da Massimo Boccucci su Vivo Gubbio riporta così al problema che Gubbio incontra sempre più frequentemente: chi racconta autorevolmente la Festa dei Ceri fuori da Gubbio?
Prima sono arrivati i Ceri inventati dall'intelligenza artificiale, le improbabili ricostruzioni grafiche e perfino i ceraioli sospesi in aria. Adesso arrivano tre simboli sessuali presentati attraverso una lettura pagana della Festa.
Forse è arrivato il momento di tornare proprio a ciò che distingue la storia dalla suggestione: le fonti.
Non bisogna mettere Bower o Seppilli all'indice. Bisogna leggerli per quello che sono: studiosi che hanno proposto interpretazioni sulle quali è possibile discutere.
Ma un'ipotesi non diventa un fatto perché viene ripetuta per cent'anni.
Tra i riti degli antichi Umbri e i Ceri di Sant’Ubaldo esiste una distanza enorme che può essere colmata soltanto dai documenti. Finché quei documenti non vengono prodotti, l'origine pagana rimane una teoria.
La devozione a Sant’Ubaldo, invece, appartiene alla storia documentata della Festa.
Ed è forse da questa semplice distinzione che Gubbio dovrebbe ricominciare a raccontare al mondo i suoi Ceri.
(Foto: Vivo Gubbio)