Un sistema articolato che dal 2020 avrebbe immesso sul mercato prodotti antinfortunistica privi dei necessari requisiti di sicurezza, schermando profitti illeciti ed evasioni milionarie dietro una fitta rete societaria. È questo il quadro delineato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Perugia al termine dell’indagine condotta dai militari del Nucleo Antisofisticazioni e Sanità (N.A.S.) di Perugia e dal personale dell’Ufficio Antifrode Umbria dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM). Gli investigatori hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal G.I.P. del Tribunale di Perugia nei confronti di cinque persone - quattro in carcere e una ai domiciliari - unitamente a un decreto di sequestro preventivo di beni per un valore complessivo di circa 6,7 milioni di euro.

L’inchiesta nasce da un lavoro di analisi incrociata tra documentazione doganale, accertamenti fiscali, pedinamenti e attività tecniche. Un’attività sinergica tra l'Arma dei Carabinieri e l'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli che ha permesso di ricostruire la struttura operativa del gruppo. Il sodalizio, attivo dal 2020 nel settore del commercio di dispositivi di protezione individuale destinati in particolare al lavoro nei cantieri, si serviva di un reticolo composto da 15 imprese dislocate tra il territorio nazionale e l'estero.
Società prive di una reale autonomia operativa, dirette in modo unitario e promiscuo attraverso la condivisione di dipendenti, conti correnti e parchi auto aziendali, impiegate come un unico patrimonio indistinto per massimizzare i profitti e svuotare progressivamente i contenitori societari gravati dai debiti erariali. Attraverso questo impianto, l'organizzazione importava e immetteva sul mercato tute protettive, guanti da lavoro e scarpe antinfortunistiche non conformi agli standard di sicurezza europei. Di particolare rilievo la presenza di materiale classificato in Categoria III, vale a dire “dispositivi salvavita realizzati per proteggere i lavoratori da rischi di morte o da lesioni gravissime, irreversibili e permanenti”. Per superare i controlli doganali italiani ed europei, in particolare nei porti del Mar Adriatico, la rete esibiva certificazioni di conformità non autentiche, la cui falsità è stata confermata agli inquirenti dagli stessi Organismi certificatori.

Sul versante economico e tributario, le indagini ipotizzano un meccanismo di frode all'imposta sul valore aggiunto basato sull'indebito ricorso a regimi doganali speciali con sospensione d'imposta. Il sistema era supportato da dichiarazioni annuali ritenute non veritiere e dall'emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti per un valore stimato superiore ai 6,2 milioni di euro, con successivo trasferimento delle disponibilità finanziarie e reimpiego dei proventi in attività economiche e patrimoniali.
L'ordine di custodia cautelare in carcere è stato eseguito nei confronti del promotore del sodalizio, un imprenditore locale, e di tre uomini ritenuti dai magistrati co-amministratori di fatto e responsabili operativi dei flussi finanziari e della gestione delle merci. La misura degli arresti domiciliari ha invece riguardato una donna accusata di cogestire la contabilità e di venire utilizzata quale prestanome o amministratrice di società appositamente create per schermare le attività criminose.

I soggetti destinatari delle misure risultano indagati, a vario titolo, per associazione a delinquere, frode in commercio, vendita di prodotti con segni mendaci, falso in atto pubblico, autoriciclaggio, dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.
Su disposizione dell'autorità giudiziaria, il personale dell'Ufficio Antifrode e i militari del N.A.S. hanno dato corso al sequestro preventivo, sia in forma diretta sia per equivalente, fino al raggiungimento della somma di 6,7 milioni di euro, corrispondente al profitto fiscale del reato ipotizzato. I sigilli sono scattati sui conti correnti bancari societari, sulle disponibilità finanziarie personali degli indagati, oltre a 21 unità immobiliari civili, 2 capannoni industriali e all'intero quantitativo di merci presente nei magazzini o in transito doganale. Come evidenziato dalla Procura della Repubblica di Perugia - nei cui atti figurano il Procuratore Aggiunto facente funzioni Gennaro Iannarone e il Procuratore della Repubblica Gemma Miliani -, i provvedimenti sono stati emessi nella fase delle indagini preliminari, ambito nel quale, fino a eventuale giudizio definitivo, vale la presunzione di non colpevolezza.