11 Aug, 2026 - 13:30

Diletta Cappannini si racconta senza filtri: "Il cinema mi ha salvata. Oggi voglio usare l’arte per raccontare l’essere umano"

Diletta Cappannini si racconta senza filtri: "Il cinema mi ha salvata. Oggi voglio usare l’arte per raccontare l’essere umano"

di Francesco Mastrodicasa

"Forte, tosta, indipendente". Tre parole semplici, quasi immediate, che Marcella Bella ha trasformato nel ritornello di Pelle diamante, portato al Festival di Sanremo 2025. Tre parole che, a riascoltarle oggi, sembrano descrivere con una precisione sorprendente anche la persona che abbiamo scelto di incontrare per questa intervista.

Perché Diletta Cappannini è certamente forte. È tosta, nel senso più autentico e meno patinato del termine. Ed è profondamente indipendente, soprattutto nel modo in cui concepisce il proprio percorso artistico. Ma fermarsi a questi tre aggettivi, per quanto azzeccati, sarebbe forse troppo semplice. Perché dietro quella determinazione esiste una sensibilità altrettanto radicale; dietro la sicurezza con cui difende le proprie idee c'è una persona che osserva, assorbe, si interroga e che sembra vivere l'arte non come una professione da esercitare, ma come una necessità dalla quale è impossibile separarsi. 

Ed è proprio questa contraddizione, in fondo, a rendere interessante Diletta. La sua storia non è quella di chi ha semplicemente scelto un mestiere. È la storia di una persona che, molto presto, ha capito di avere bisogno di un luogo nel quale poter essere pienamente se stessa. Un luogo che, per lei, ha assunto inizialmente la forma di una sala cinematografica. Quando era bambina, racconta, usciva pochissimo di casa. Il mondo esterno non riusciva a esercitare su di lei lo stesso fascino che aveva quel luogo buio, sospeso, quasi magico, nel quale per qualche ora la realtà poteva smettere di essere realtà.

A dodici o tredici anni arrivava al cinema da sola, a piedi. Non è soltanto un aneddoto curioso della sua infanzia. È forse una delle immagini che meglio permettono di comprendere la Diletta di oggi. Perché in quella bambina che attraversava una città per raggiungere una sala cinematografica c'era già qualcosa che avrebbe accompagnato tutto il suo percorso successivo: la necessità di cercare ciò che sentiva autentico, anche quando quella ricerca significava andare in una direzione diversa da quella degli altri. "Il cinema era la mia vita", ci racconta. E forse è proprio da lì che bisogna partire per comprendere tutto il resto.

Diletta Cappannini nasce nel 1998 a San Benedetto del Tronto, per quello che lei stessa definisce, con una certa ironia, il "puro volere del caso". Ma è a Perugia che affonda le proprie radici e dove si forma una parte essenziale della sua identità.

Oggi vive e lavora tra Perugia e Roma, due città che rappresentano anche due dimensioni differenti del suo percorso: da una parte il luogo delle origini, della memoria e dell'appartenenza; dall'altra quello della formazione, del lavoro, delle possibilità e delle sfide. Nel mezzo c'è un percorso artistico difficile da racchiudere in una sola definizione.

Diletta è attrice, scrittrice, autrice. È una persona che ha scelto di attraversare linguaggi differenti senza sentirsi obbligata a stabilire quale debba essere quello “principale”. Letteratura, poesia, teatro, cinema, recitazione, doppiaggio, scrittura e regia convivono all'interno della sua ricerca perché, nella sua visione, non sono realmente discipline separate. Sono strumenti diversi attraverso i quali osservare la stessa cosa: l'essere umano.

E così, nel corso degli anni, alla formazione classica si è affiancata quella teatrale, con gli studi all'Accademia d'Arte Drammatica STAP Brancaccio di Roma, conclusi nel 2020, e successivamente quella nel doppiaggio, intrapresa presso la scuola di Luca Biagini e Alessandro Serafini. Parallelamente sono arrivati il teatro, i cortometraggi e la scrittura.

Ha pubblicato cinque libri: L'abbandono, silloge poetica con cui ha iniziato il proprio percorso letterario; Sonia Ferl, il pettirosso, romanzo psicologico esistenzialista; Tutti contro tutti, opera sospesa tra pièce teatrale e romanzo breve; Dio profuma di glicine, raccolta poetica; e Fantasia reale, raccolta composta da trentacinque racconti nei quali il confine tra realtà e immaginazione diventa volutamente sottile.

Parallelamente, ha maturato una significativa esperienza anche come interprete, prendendo parte a oltre cento cortometraggi, oltre a svariate esperienze teatrali che l'hanno portata a collaborare con alcuni volti di primo piano dello spettacolo, tra cui il maestro Pier Francesco Pingitore e la Compagnia del Bagaglino, oltre che con il doppiatore e attore Mario Cordova.

Ma c'è un momento nel quale questa storia cambia prospettiva. Perché un conto è prestare il proprio corpo, la propria voce e la propria sensibilità alle storie concepite da qualcun altro. Un altro è assumersi la responsabilità di crearle. Ed è qui che arriva INPUT.

Scritto, diretto e interpretato da Diletta, il cortometraggio rappresenta forse la sintesi più compiuta della sua idea di arte: non soltanto recitare una storia, ma costruirla, abitarla e assumersene ogni responsabilità. Un'opera che affronta il tema della depressione attraverso un linguaggio intimo e volutamente lontano dalla spettacolarizzazione del dolore, cercando piuttosto di raccontare quella dimensione invisibile nella quale una sofferenza può consumare una persona dall'interno senza necessariamente essere riconoscibile dall'esterno.

INPUT è anche il progetto nel quale Diletta ha incontrato una delle figure più importanti del proprio percorso artistico, Guglielmo Sergio, con il quale sta portando avanti una collaborazione che va ben oltre il semplice rapporto professionale. Fotografia, riprese, montaggio e color diventano parte di una visione condivisa, quella di due persone che hanno scelto di costruire i propri progetti con un livello di autonomia particolarmente raro.

E i risultati, nel frattempo, stanno arrivando. Dopo essere arrivato semifinalista al Flickers' Rhode Island International Film Festival negli Stati Uniti, INPUT ha conquistato anche la finale del Cinema Royale Paris Edition 2026. Ma sarebbe riduttivo raccontare Diletta Cappannini soltanto attraverso i risultati. Perché ciò che colpisce, ascoltandola, non è soltanto ciò che ha fatto, ma il modo in cui parla di ciò che fa.

C'è una componente quasi fisica nel suo rapporto con l'arte. Le storie, racconta, non sono semplicemente idee che arrivano e che possono essere accantonate. Quando una storia è abbastanza forte, quando riesce a imporsi, diventa qualcosa che chiede di essere portato a compimento. Non le permette di fermarsi. Non le lascia spazio per ignorarla.

È una concezione romantica dell'arte, forse persino antica, e proprio per questo sorprendentemente contemporanea. Diletta non parla dell'arte come di una strategia. Non sembra interessata a costruire un personaggio pubblico prima ancora di costruire i propri personaggi. Al contrario, nelle sue parole ritorna continuamente la necessità di essere libera, di scegliere le storie, di circondarsi di persone capaci di aggiungere qualcosa e di rifiutare ciò che percepisce come sterile. È una posizione netta. A volte persino radicale.

Ma è anche una posizione che nasce da una convinzione precisa: l'arte, per avere un significato, deve essere autentica. Da qui deriva anche la sua idea del cinema come lavoro collettivo. Non l'arte dell'“io”, ma quella del “noi”. Un'opera, secondo Diletta, nasce davvero quando le diverse professionalità smettono di competere e iniziano a dialogare. Regista, attore, sceneggiatore, montatore, direttore della fotografia: ognuno porta una parte di sé, senza cercare di cancellare quella degli altri.

È una visione che sembra quasi contraddire la determinazione individuale con cui Diletta affronta il proprio percorso. E invece è proprio qui che emerge una delle sue caratteristiche più interessanti: l'indipendenza non significa isolamento.

Significa scegliere con chi condividere il proprio cammino. E forse è anche per questo che, nel corso della nostra conversazione, tornano continuamente parole come libertà, destino, responsabilità, sogno, dolore, creatività. Parole grandi, certamente, ma che Diletta non utilizza come semplici concetti astratti. Le porta dentro la propria esperienza, dentro le proprie scelte e persino dentro le proprie contraddizioni.

Perché, in fondo, è proprio la contraddizione dell'essere umano uno dei temi che più la affascinano. Diletta non sembra interessata ai personaggi perfettamente buoni o perfettamente cattivi. Le interessano le persone quando diventano difficili da classificare: quando sono fragili e contemporaneamente forti, quando sono capaci di amare e di ferire, quando sono vittime e responsabili, quando cercano una via d'uscita ma continuano a essere prigioniere di se stesse.

È in quella zona grigia che, secondo lei, l'arte trova una parte della propria verità. Ed è forse proprio questa attenzione all'essere umano, con tutte le sue imperfezioni, a permetterci di comprendere meglio anche la persona che abbiamo davanti.

Perché Diletta Cappannini non è soltanto la ragazza che ha scelto di fare l'attrice. Non è soltanto la scrittrice che ha pubblicato cinque libri. Non è soltanto l'autrice che ha portato INPUT fino a un festival internazionale. È una giovane donna che sembra aver costruito il proprio percorso intorno a una domanda molto semplice e, allo stesso tempo, enorme: come si può continuare a creare senza smettere di essere fedeli a se stessi?

È una domanda alla quale non esiste necessariamente una risposta definitiva. Forse, però, esiste un modo per continuare a cercarla. Scrivere. Recitare. Guardare. Ascoltare. Sognare. Fallire. Ricominciare. E, soprattutto, non smettere di avere qualcosa da dire.

Oggi abbiamo deciso di parlare proprio di questo. Non soltanto degli esordi, della formazione e dei progetti che l'hanno accompagnata fino a Roma. Non soltanto dei libri, del teatro, dei cortometraggi o di INPUT. Abbiamo cercato di andare un po' più in profondità, dentro le ragioni che hanno trasformato una passione infantile per il cinema in una scelta di vita, dentro il rapporto tra Diletta persona e Diletta artista, dentro il suo modo di intendere il dolore, il sogno, la creatività, l'indipendenza e il lavoro collettivo.

Ne è nata una conversazione lunga, intensa e a tratti sorprendentemente personale. Una conversazione nella quale Diletta si racconta senza cercare di smussare gli angoli, con la stessa determinazione con cui affronta il proprio lavoro e con quella sensibilità che, forse, rappresenta l'altra faccia della sua forza.

Perché sì, Diletta è forte, tosta e indipendente. Ma è anche una persona che ha scelto di non smettere di sognare. E in un mondo nel quale spesso ci viene chiesto di essere pragmatici prima ancora di aver imparato a desiderare, forse è proprio questo il tratto più ostinatamente umano della sua storia.

Tra parola, corpo e immagine: alla ricerca della propria voce

Partiamo da te, Diletta, e dalla persona che c'è prima ancora dell'attrice, della scrittrice e dell'autrice. Se dovessi raccontarti a qualcuno che non ti conosce, quali aspetti della tua storia sentiresti più importanti da condividere? Da dove è nata la tua passione per l'arte e quali esperienze hanno contribuito a portarti fino a questo momento del tuo percorso?

"Grazie mille, Francesco. Per me è davvero un grandissimo piacere essere qui con te. Mi chiamo Diletta Cappannini, ho la veneranda età di 28 anni e, dal punto di vista artistico, mi muovo principalmente in tre direzioni.

La prima è quella letteraria. Ho pubblicato cinque libri: L'abbandono, una silloge poetica; Sonia Ferl, il pettirosso, un romanzo psicologico-esistenzialista; Tutti contro tutti, un'opera a metà strada tra una pièce teatrale e un romanzo breve; Dio profuma di glicine, una raccolta di poesie; e, infine, Fantasia reale, una raccolta di trentacinque racconti sospesi tra fantasia e realtà.

Sul piano interpretativo, invece, ho avuto modo di recitare in più di cento cortometraggi, alcuni dei quali hanno raggiunto milioni di visualizzazioni grazie alle tematiche sociali affrontate. Il cortometraggio che, naturalmente, mi sta più a cuore è quello che ho scritto, diretto e interpretato personalmente: INPUT. È un cortometraggio che affronta il tema della depressione e che è arrivato in semifinale in un festival molto importante negli Stati Uniti, oltre ad aver superato le duecentomila visualizzazioni su YouTube. Sono quindi molto contenta che una tematica così delicata sia riuscita a raggiungere e coinvolgere un pubblico così ampio.

Ci tengo, però, a sottolineare che questo risultato non sarebbe stato possibile senza una figura artistica che, probabilmente, è la persona che più di ogni altra mi è stata accanto con continuità e che ha sviluppato con me una vera affinità elettiva, tanto sul piano umano quanto su quello artistico: Guglielmo Sergio. Ha curato la fotografia, le riprese, il montaggio e la color correction di INPUT, accompagnandomi in ogni fase della realizzazione. Insieme a lui ho lavorato anche al mio prossimo progetto, un altro cortometraggio tratto dal primo racconto di Fantasia reale.

Abbiamo costruito il progetto con grande attenzione, organizzando il set, lavorando sulla storia e definendo ogni aspetto della produzione. Il cortometraggio uscirà a breve: non abbiamo ancora una data precisa, ma siamo ormai vicini alla conclusione. E poi c'è, naturalmente, anche il teatro.

Dal punto di vista teatrale, mi sono diplomata all'Accademia d'Arte Drammatica del Brancaccio e ho avuto la possibilità di lavorare con il maestro Pier Francesco Pingitore e con la Compagnia del Bagaglino. Ho inoltre avuto l'opportunità di lavorare con il grandissimo doppiatore Mario Cordova, voce italiana di Willem Dafoe, Richard Gere e di moltissimi altri interpreti straordinari.

La prima volta che ho sentito la sua voce sono rimasta letteralmente folgorata: è una voce incredibile. E, oltre a essere un professionista straordinario, è anche una persona estremamente simpatica, quindi lavorare con lui è stato davvero un piacere.

Nel corso degli anni ho poi preso parte ad altri spettacoli teatrali, tra cui uno nel quale ho interpretato Maria Riva, la figlia di Marlene Dietrich. È stato un personaggio di particolare importanza per me e un'esperienza che considero ancora oggi una tappa significativa del mio percorso artistico."

Il luogo in cui tutto ebbe inizio

Diletta, prima ancora di parlare dell'attrice, della scrittrice o dell'autrice, vorrei partire dalla bambina che sei stata. Hai raccontato che, già da piccola, arrivavi ad andare al cinema da sola, a piedi, perché non volevi rinunciare a uno spettacolo. È un'immagine che ci dice molto più di una semplice passione: sembra quasi raccontare un bisogno. Cosa trovavi in quelle sale buie? Cercavi una fuga dalla realtà, un luogo nel quale riconoscerti, la possibilità di vivere altre vite oppure, paradossalmente, proprio un modo per comprendere meglio la tua?

Quando ero molto giovane non uscivo praticamente mai di casa, se non per andare a scuola, perché quello era un obbligo; altrimenti, come dicevo scherzando, sarebbero arrivati i carabinieri. Al di là della scuola, però, non avevo alcun desiderio di uscire. Mia madre era molto preoccupata e pensava che ci fosse chissà quale problema. In realtà, il problema era molto più semplice: non riuscivo a stare in un luogo che non amavo.

E l’unico luogo che amavo davvero, con tutta me stessa, era il cinema. A dodici o tredici anni ci andavo da sola, a piedi. Non era semplicemente un posto in cui trascorrere qualche ora: per me, il cinema era la vita. Era l’unica cosa che desideravo, l’unica che riuscivo ad amare e a vivere fino in fondo. Quella che chiamiamo 'vita normale', invece, ai miei occhi non aveva colore, non aveva sapore, non suscitava il minimo interesse. Il mio unico interesse autentico era il film e tutto ciò che gli ruotava attorno: le storie, i personaggi, le immagini, le atmosfere, tutto ciò che contribuiva a costruire e rappresentare quell’universo.

È anche per questo che considero il cinema un’arte immensa. In seguito mi sono avvicinata alla letteratura, che considero, per certi versi, l’arte delle arti, ma il cinema conserva per me una funzione di importanza vitale. È una forma d’arte capace di parlare all’essere umano attraverso un linguaggio immediato e, allo stesso tempo, profondissimo.

Oggi posso dirlo con assoluta chiarezza: io vivo di letteratura e di cinema. Sono le due forme d’arte che amo con tutta me stessa e attraverso le quali sento di poter comprendere davvero il mondo, l’essere umano e, forse, anche una parte di me.”

Essere artista oltre un solo linguaggio

Nel tuo percorso emerge una caratteristica piuttosto evidente: non ti sei limitata a scegliere un linguaggio artistico, ma hai cercato progressivamente di appropriarti di tutti quelli che sentivi necessari: prima la poesia, poi la narrativa, la recitazione, il teatro, il doppiaggio, fino alla scrittura e alla regia cinematografica. Ti sei mai chiesta se questa molteplicità nasca da una vera vocazione multidisciplinare oppure da una difficoltà ad accettare che una sola forma d'arte possa contenere tutto quello che hai da dire?

“Nel mio caso è proprio un’esigenza di approfondire tutte queste discipline e tutte queste forme d’arte, perché, a mio avviso, non sono affatto separate: fanno parte di un unico sistema e, in qualche modo, si completano e si alimentano a vicenda.

Naturalmente, ciascuna di esse richiede uno studio immenso. La recitazione, la regia, la drammaturgia e la sceneggiatura sono mondi vastissimi, che richiedono una preparazione estremamente solida e un percorso di formazione continuo.

Credo, però, che quando riesci ad accordare tutte queste competenze, proprio come farebbe un direttore d’orchestra, hai la possibilità di esprimere la tua visione artistica nella maniera più completa possibile. Oggi, inoltre, ho la fortuna di avere accanto a me, nel mio percorso artistico, Guglielmo Sergio, una persona altrettanto versatile e capace di muoversi con grande competenza all’interno di ambiti diversi: dalla fotografia alle riprese, dal montaggio a tutti quegli aspetti tecnici che ruotano attorno alla realizzazione di un’opera audiovisiva.

Questa complementarità ci permette di essere estremamente autonomi. Possiamo sviluppare un progetto dall’inizio alla fine, mantenendo un controllo diretto sulle diverse fasi della produzione. E, sinceramente, è un’autonomia alla quale non vorrei rinunciare. L’unica figura che, oggi, manca realmente nella nostra dimensione produttiva è quella del produttore.

Per tutto ciò che possiamo realizzare in maniera indipendente, però, siamo perfettamente in grado di muoverci da soli e vogliamo continuare a farlo. Naturalmente, se dovesse arrivare un produttore serio, capace di comprendere il nostro linguaggio e di credere realmente nei nostri progetti, sarebbe fantastico. Non perché il nostro mondo abbia bisogno di essere completato, ma perché potrebbe essere ulteriormente arricchito da nuove risorse e nuove possibilità.

Poi c’è, naturalmente, la scelta degli attori. E credo che non ci sia nulla di più bello che cercare personalmente l’interprete giusto per un determinato ruolo. Andare a teatro, vedere un attore al cinema, osservare qualcuno in un cortometraggio e, improvvisamente, riconoscerlo: 'È lui. È lei. È la persona che voglio per questo personaggio'.

Per me è fondamentale che questa scelta nasca da un incontro diretto con l’interprete e non semplicemente dalla possibilità di ricevere una selezione già preparata da qualcun altro. Se sei tu a costruire una regia e a immaginare un determinato personaggio, vuoi anche avere la libertà di cercare personalmente la persona che senti più adatta a dargli vita.

Ed è proprio da questa scelta che può nascere un rapporto artistico straordinario. La direzione degli attori è, probabilmente, l’aspetto della regia che mi affascina di più, perché dirigere un interprete non significa semplicemente dirgli come pronunciare una battuta, come muoversi o quale emozione esprimere. Significa entrare in relazione con la sua sensibilità, con la sua esperienza, con il suo modo di percepire il personaggio.

Devi riuscire a entrare in contatto con l’anima dell’attore, con la persona che hai davanti, e trovare il modo di accompagnarla verso qualcosa che, da sola, forse non avrebbe ancora scoperto. Ma, allo stesso tempo, devi essere disposto ad ascoltare ciò che quell’attore porta con sé, perché non puoi pretendere di imporre completamente la tua visione.

Ed è proprio in quel momento che, secondo me, accade qualcosa di straordinario: nasce una terza creatura. Non è più soltanto il personaggio che avevo immaginato io e non è semplicemente l’interpretazione dell’attore. È qualcosa che nasce dall’incontro tra noi due, dalla mia visione e dalla sua sensibilità, da ciò che io avevo scritto e da ciò che lui o lei riesce a restituirmi. È questa trasformazione che trovo affascinante: l’opera non appartiene più soltanto a chi l’ha immaginata, ma diventa il risultato di un incontro. E, per me, è proprio lì che il lavoro della regia smette di essere soltanto tecnica e diventa veramente arte.”

Il cinema come sogno, rifugio e forma di salvezza

Hai definito il cinema “il mondo del sogno” e hai detto che, per te, nessun'altra arte lo eguaglia. Ma vorrei rovesciare la domanda: che cosa può fare il cinema che la realtà non riesce a fare? Può restituirci, anche solo per la durata di un film, persone che abbiamo perduto? Può permetterci di vivere esistenze che non avremo mai la possibilità di vivere, attraversare luoghi nei quali non saremo mai, dare un volto e una forma a emozioni che nella vita reale non riusciamo nemmeno a nominare? E qual è il vuoto della realtà che, ancora oggi, vai a colmare quando entri in una sala cinematografica?

“La letteratura è immensa perché ti permette di conoscere te stesso e, attraverso questa conoscenza, di comprendere più profondamente l’essere umano. Ti offre la possibilità di analizzare personaggi, storie e dinamiche con una profondità straordinaria, entrando nelle pieghe più intime dell’esistenza e mettendo continuamente in discussione ciò che credi di sapere.

Il cinema, invece, possiede una forza differente: ti permette di sognare. Per due o tre ore puoi entrare completamente dentro un sogno: lo vedi, lo ascolti, lo vivi attraverso le immagini, i suoni, i volti e le storie. È un’esperienza quasi fisica, nella quale il confine tra ciò che è reale e ciò che stai immaginando diventa, per un momento, estremamente sottile.

Ed è una delle ragioni per cui penso che si debba riconoscere moltissimo a Walt Disney. Ha saputo insegnare a intere generazioni a non smettere di immaginare. Ha contribuito a formare tutti noi, soprattutto attraverso quella capacità di conservare uno spazio nel quale il sogno potesse continuare a esistere anche quando la realtà diventava più difficile da affrontare.

Perché, se nella vita perdi il sogno, perdi la fantasia e rischi di perdere anche una parte del significato stesso dell’esistenza. La vita quotidiana, se vissuta soltanto nella sua dimensione concreta, può essere terribilmente dura. È fatta di delusioni, di fatiche, di cadute, di compromessi e di una continua messa alla prova di ciò in cui crediamo: dei nostri valori, delle nostre convinzioni, del nostro lavoro e, in definitiva, della nostra stessa identità.

Chi più, chi meno, deve fare i conti con questa fatica. E credo che l’essere umano abbia bisogno di qualcosa che gli permetta di oltrepassare, almeno per un momento, questo schema. Non necessariamente per fuggire dalla realtà, ma per riuscire a guardarla con occhi diversi.

Ed è qui che, per me, il cinema diventa una forma di salvezza. Perché ti permette di entrare in un’altra vita, di abitare un altro mondo, di provare emozioni che nella quotidianità non riesci più nemmeno a riconoscere. Ti restituisce la possibilità di meravigliarti, di avere paura, di sperare. E questa non è una funzione secondaria dell’arte: è qualcosa di profondamente necessario.

Per questo credo che il cinema possa salvarti l’anima. Può salvarti dal cinismo, dall’indifferenza, dalla rassegnazione; può ricordarti che esiste ancora uno spazio per l’immaginazione e che ciò che vedi davanti a te non rappresenta necessariamente tutto ciò che è possibile.

In questo senso può salvare anche il corpo, perché quando riesci ancora a sognare, riesci ancora a sentirti vivo. E forse è proprio questo il dono più grande che il cinema possa fare a una persona: ricordarle che, nonostante tutto, esiste ancora qualcosa da immaginare, qualcosa in cui credere e qualcosa per cui continuare a vivere.”

La libertà di scegliere ciò che sentiamo di essere

Hai raccontato l'ingresso all'Accademia come il momento nel quale hai capito che non ci sarebbe più stato un ritorno a una “vita normale”. È una frase molto significativa, perché sembra contenere contemporaneamente entusiasmo e consapevolezza del sacrificio. Quando scegli una vita artistica, che cosa stai realmente scegliendo? Un mestiere, una forma di libertà oppure una maniera diversa di stare al mondo?

“Sì, è proprio una vita. Quando diciamo che una persona è predestinata a qualcosa, penso che ci sia una parte di verità, ma credo anche che, a un certo punto, quel destino debba essere scelto. Puoi essere predisposto per una determinata strada, puoi sentire dentro di te una vocazione, ma poi devi decidere di seguirla. Devi sceglierla, devi lottare per essa e, in un certo senso, devi essere disposto anche a rischiare tutto. Perché, se non scegli quel destino e non combatti per realizzarlo, rischi di perderlo. E allora quella che poteva essere una vocazione si trasforma in una vocazione sprecata.

Per me, tutto questo coincide con la vita. Non avverto una vera separazione tra Diletta come persona e Diletta come artista, perché l’artista si nutre continuamente di tutto ciò che lo circonda. Non esiste un momento in cui si possa semplicemente mettere il lavoro in pausa e smettere di essere artisti. Al contrario, bisogna rimanere costantemente ricettivi, curiosi e attenti a ciò che accade, perché qualsiasi esperienza può diventare materia per ciò che andremo a creare, sia consapevolmente sia in maniera inconsapevole.

È esattamente questo che intendevo quando parlavo di punto di non ritorno. Quando fui ammessa all’Accademia, non ebbi soltanto la conferma di voler intraprendere questa strada a tutti i costi: per la prima volta sentii anche che qualcuno aveva riconosciuto in me la possibilità concreta di percorrerla. In qualche modo, quell’ammissione mi dava il permesso di fare ciò che sentivo di dover fare.

Quell’incontro tra una convinzione profondamente interiore e una legittimazione esterna è stato fondamentale. È stato il momento in cui mi sono detta: 'Adesso sono legittimata ad appropriarmi del mio destino'. Perché, volenti o nolenti, a un certo punto della vita abbiamo bisogno anche di una forma di riconoscimento esterno. Per quanto possiamo essere convinti delle nostre capacità e delle nostre scelte, arriva un momento in cui il giudizio e le decisioni degli altri finiscono inevitabilmente per condizionarci.

Oggi sto cercando di superare sempre di più questa necessità, di diventare il più indipendente possibile. Ma credo che un’indipendenza assoluta, soprattutto nel lavoro artistico, sia quasi impossibile. E, forse, non sarebbe nemmeno auspicabile. Penso, per esempio, al cinema. Nel nostro caso, la presenza di un produttore importante potrebbe essere fondamentale per compiere quel salto di qualità necessario ad affrontare produzioni molto più grandi. E questo dimostra una cosa per me essenziale: il cinema è il lavoro del 'noi'. Non è mai soltanto il lavoro dell'io, e non è nemmeno il lavoro del 'tu': è il lavoro del 'noi'.

Credo che chi sappia stare realmente dentro un 'noi', senza vivere ogni collaborazione come una minaccia alla propria individualità, possa arrivare a costruire qualcosa di straordinario. Perché il cinema nasce dall’incontro tra sensibilità, visioni e persone differenti.

È proprio da questa convergenza che può nascere un’opera capace di superare le singole individualità che l’hanno generata. Quando, invece, qualcuno pretende di imporre esclusivamente il proprio ego, senza essere disposto al confronto, il processo creativo si impoverisce. Perché, alla fine, se non generi idee, se non generi sogni, se non generi progetti, ciò che rimane è soltanto l’ego. E quando l’ego prende il posto della creazione, diventa inevitabilmente distruttivo.

Per questo credo che il vero obiettivo debba essere il massimo connubio possibile del 'noi'. Non significa cancellare le individualità, né rinunciare alla propria visione. Significa mettere ciò che siamo al servizio di qualcosa che, attraverso l’incontro con gli altri, può diventare infinitamente più grande di ciò che ciascuno di noi avrebbe potuto realizzare da solo.”

Dentro il personaggio, oltre il personaggio

C'è un peculiare paradosso nel mestiere dell'attore: per interpretare un'altra persona bisogna continuamente entrare in contatto con se stessi. Ogni personaggio può diventare uno specchio, anche quando sembra lontanissimo da noi. Ti è mai capitato di interpretare qualcuno e scoprire, proprio attraverso quel personaggio, qualcosa di te che non avresti voluto vedere o che non avevi ancora il coraggio di riconoscere?

"Sicuramente interpretando Anna in INPUT. Attraverso quel personaggio ho, in qualche modo, dato forma e dignità alla dimensione del dolore, della non-azione e di quella paralisi che può nascere dall'assenza di stimoli, tanto esterni quanto interiori. Portare fino in fondo Anna e, con lei, l'intera opera mi ha permesso anche di scardinare quella dinamica e di guardarla da una prospettiva diversa.

In fondo, credo che sia una questione che riguarda la vita stessa: è una questione di conti in sospeso. Finché lasci qualcosa irrisolto, non puoi davvero accedere alla pagina successiva, al capitolo successivo. Prima riesci a chiudere un determinato ambito della tua vita, tanto personale quanto artistico, e prima puoi concederti la possibilità di andare oltre: verso una nuova pagina, una nuova storia, un nuovo personaggio.

Tra tutti i personaggi che ho avuto l'opportunità di interpretare, e sono stati davvero moltissimi, Anna rimane senza dubbio quello che sento più profondamente mio. È un personaggio attraversato da una sofferenza molto profonda, ma ho scelto di non rappresentarla attraverso una dimensione eccessivamente esplicita o spettacolare. Al contrario, ho cercato deliberatamente una forma più sottile, più trattenuta, costruita soprattutto attraverso il lavoro interiore.

Perché la depressione, in fondo, è proprio questo: una sofferenza che spesso non si vede, ma che consuma lentamente dall'interno. È come un cancro dell'anima che agisce in profondità mentre, all'esterno, può esserci una persona apatica, sofferente, distante oppure, paradossalmente, persino allegra. Quella superficie, però, non racconta necessariamente ciò che sta accadendo dentro. Ed è proprio questa dimensione invisibile che volevo cercare in Anna. Non mi interessava semplicemente mostrare il dolore, ma raccontare ciò che accade quando il dolore diventa una presenza costante e silenziosa; quando qualcosa continua a vivere dentro di te senza che necessariamente gli altri riescano a vederlo o a comprenderlo.

In questo senso, Anna è stata per me molto più di un personaggio. È stata un'esperienza attraverso la quale ho potuto confrontarmi con una parte dell'essere umano che spesso rimane nascosta, con tutto ciò che comporta: la fragilità, il silenzio, ma anche la possibilità, una volta chiusi i conti con ciò che ci trattiene, di tornare finalmente a scrivere la pagina successiva."

Il bisogno di creare, prima ancora che di raccontare

Se come attrice devi entrare nel mondo creato da qualcun altro, come scrittrice sei tu a stabilire quali persone debbano abitare quel mondo, quali ferite debbano portare e quali possibilità debbano avere. Quando hai sentito per la prima volta che non ti bastava più interpretare le storie degli altri e avevi bisogno di creare le tue? È stata una necessità espressiva o la necessità di avere finalmente il controllo sulla storia che volevi raccontare?

"È stata, per così dire, una decisione empirica. Nel corso degli anni ho avuto modo di confrontarmi con molti personaggi scelti dall'esterno: erano spesso personaggi stimolanti, interessanti, capaci di offrirmi qualcosa, ma non erano mai davvero decisivi. E, avendo un carattere piuttosto determinato, sentivo il bisogno di portare in scena, sul set o sulle pagine di un libro, personaggi che avessero un peso reale; personaggi determinanti non soltanto per la propria vita, ma anche per quella delle persone che orbitano intorno a loro.

Per questo, da questo momento in poi, voglio continuare un percorso nel quale la scelta dei personaggi parta da me in maniera sempre più forte e consapevole. Questo, naturalmente, non significa chiudermi a ciò che può arrivare dall'esterno. Se dovesse presentarsi un personaggio talmente bello, complesso e affascinante da convincermi a dedicargli tutto il mio tempo e tutte le mie energie, allora sarei la prima a mettermi completamente al suo servizio.

Perché io, ogni volta che mi cimento in un progetto degli altri, lo faccio con una dedizione totale. Mi ci immergo completamente, senza riserve, e questa intensità finisce inevitabilmente per coinvolgermi anche sul piano fisico. Mi è capitato di stare male, anche in maniera importante. Non è qualcosa che si possa semplicemente ridurre a una banale influenza: quando lavoro a un progetto, io ci metto davvero tutto. Ci metto l'anima, il sangue, ogni energia che ho.

Ed è proprio per questo che un impegno di questa natura deve valere la pena. Deve esserci un personaggio, una storia, una struttura che alla fine del percorso sappia restituirti qualcosa; qualcosa che ti permetta di arrivare all'ultima pagina, all'ultima scena, e dire: 'Cavolo, che meraviglia'. Finora, nei progetti degli altri, questa sensazione non si è mai verificata fino in fondo. Nei miei progetti, invece, ben venga anche il rischio di rimetterci le penne. Perché, almeno, avrei portato a compimento una visione nella quale credo profondamente, una visione mia, libera e coerente con ciò che sento di voler raccontare.

E se per difendere quella visione devo assumermi anche i rischi del mestiere, sono disposta a farlo. Perché, alla fine, non credo che l'arte possa nascere davvero senza una forma di esposizione, di sacrificio e persino di rischio. Se devo spendere tutto ciò che ho, voglio almeno farlo per qualcosa in cui credo fino in fondo."

Raccontare l’essere umano nella sua irriducibile complessità

Nei tuoi lavori ritorna spesso un interesse molto forte per le contraddizioni dell'essere umano. Non sembra interessarti tanto il personaggio “buono” o “cattivo”, quanto la zona intermedia nella quale una persona può essere contemporaneamente vittima e responsabile, fragile e crudele, capace di amore e di egoismo. Perché ti interessa così tanto quella zona grigia? E pensi che l'essere umano sia davvero comprensibile soltanto quando smettiamo di dividerlo in categorie morali troppo semplici?

"Un essere umano, così come un personaggio, che venga interpretato o scritto, è interessante soltanto se viene osservato e analizzato nella sua interezza. Naturalmente, alcuni aspetti possono essere approfonditi più di altri, ma la visione complessiva deve rimanere sempre completa.

L'essere umano è, per sua stessa natura, contraddittorio. È un essere che deve continuamente adattarsi alla vita, alla propria biologia, all'ambiente, al clima e alle circostanze che lo circondano. Ed è proprio questa straordinaria capacità di adattamento a generare, inevitabilmente, una molteplicità di contraddizioni. Se si cerca di snaturare un essere umano rappresentandolo esclusivamente in un modo o nell'altro, non si sta più parlando dell'essere umano nella sua complessità: si sta parlando di una categoria che gli è stata imposta.

È questo, secondo me, uno dei grandi rischi che l'arte contemporanea corre quando accetta di essere ingabbiata all'interno di categorie e formule precostituite. Penso, per esempio, a quella che viene comunemente definita cultura “woke” e all'uso sempre più frequente di slogan che, quando vengono trasformati in dogmi, finiscono per impoverire la libertà dell'espressione artistica. E, paradossalmente, i veri responsabili non sono soltanto coloro che questi schemi li impongono dall'esterno, ma anche coloro che scelgono di aderirvi senza metterli in discussione.

In questo modo l'arte rischia di essere completamente sterilizzata, perché vengono adottati concetti già confezionati che finiscono per osservare soltanto una piccolissima parte della realtà che ruota attorno all'essere umano e, di conseguenza, alla collettività.

Ma l'essere umano non può essere ridotto a una sola prospettiva. È infinitamente più complesso di qualsiasi categoria nella quale si tenti di rinchiuderlo.

A mio avviso, quanto più un artista riesce ad avere una visione panoramica dell'essere umano, tanto più è libero di raccontare persone realmente complete: persone potenti e fragili, forti e vulnerabili, capaci di coraggio e di paura, di amore e di egoismo, di grandezza e di miseria. Persone fortissime anche nella loro fragilità e nella loro contraddittorietà, ma soprattutto vere.

E credo che noi artisti, soprattutto quelli che lavorano in maniera più indipendente, abbiamo anche il dovere di difendere questa possibilità. Abbiamo la responsabilità di portare avanti una verità artistica, una bellezza artistica e una forma di autentica coerenza artistica. Ed è proprio qui che ritorna, ancora una volta, il tema della contraddizione: l'arte deve essere provocatoria, deve saper mettere in discussione ciò che sembra acquisito, deve essere capace persino di contraddirsi. Ma tutto questo deve avere un fine: l'arte deve lasciare qualcosa a chi la incontra.

Perché, fino a quando l'arte si limiterà a offrire soltanto slogan, uno dopo l'altro, io credo che assisteremo a una sorta di suicidio artistico e culturale. E le conseguenze non rimarranno confinate alle opere, perché finiranno inevitabilmente per riflettersi anche sulle persone.

Se gli individui non vengono più nutriti dalla cultura, dall'arte e dalla possibilità di confrontarsi con qualcosa che vada oltre la superficie, perdono progressivamente anche quei punti di riferimento che consentono loro di comprendere se stessi e il mondo.

Ed è anche da qui, secondo me, che possono nascere alcuni dei disagi interiori più profondi della società contemporanea: da una solitudine che non è soltanto individuale, ma anche culturale. Una società che non riesce più a nutrire il proprio immaginario, la propria memoria e la propria capacità di interrogarsi rischia di lasciare l'individuo solo proprio davanti alle domande più difficili. Per questo credo che difendere l'arte significhi, in fondo, difendere la possibilità stessa dell'essere umano di rimanere complesso, contraddittorio, libero e vivo. E credo che questo sia uno dei compiti più importanti che noi artisti abbiamo oggi."

L’autonomia come atto creativo

Con INPUT hai fatto qualcosa di particolarmente significativo: non ti sei limitata a recitare, ma hai scritto, diretto, interpretato e prodotto il cortometraggio. Quattro responsabilità diverse concentrate nella stessa persona. Che cosa ti ha spinto a fare quel salto? È nata prima la storia di Anna oppure è nata prima l'esigenza di dimostrare a te stessa che potevi costruire un'opera senza aspettare che qualcun altro ti desse il permesso di farlo?

"Con me tutto nasce dalla storia. Quando una storia arriva dentro di me - attraverso quelle che Omero chiamava le Muse, attraverso un sogno, attraverso Dio, perché sono una persona profondamente credente, oppure, più semplicemente, attraverso la vita quotidiana - se è abbastanza forte, sento il bisogno di portarla a compimento, costi quel che costi.

Se, invece, arriva qualcosa che non possiede la stessa forza, può rimanere lì, in sospeso. Ma quando arriva una storia davvero potente, accade qualcosa di diverso: diventa quasi un'entità autonoma che mi cattura e prende possesso del mio immaginario. Finché non riesco a portarla a termine, non mi lascia in pace. Non mi lascia vivere: è come se vivessi senza respirare. E, una volta conclusa una storia, sono immediatamente pronta a farmi catturare da un'altra.

Questo, però, non nasce dal desiderio di impormi, né da una questione di ego. A me, sinceramente, non interessa dimostrare nulla a nessuno. Il mio obiettivo non è affermare me stessa attraverso l'arte, ma riuscire a dare forma alle storie che sento di dover raccontare.

Naturalmente, esistono persone dalle quali sarei felice di farmi guidare, perché le considero artisticamente immense. Penso, per esempio, a David Suchet, che ha interpretato Poirot: è un attore straordinario e da lui accetterei consigli, proposte, domande, qualsiasi cosa. Oppure penso a un regista come Todd Field, che ha realizzato un'opera straordinaria come Tár, insieme a un'attrice immensa come Cate Blanchett. Da persone di questo calibro accetterei volentieri di essere guidata, perché avrebbero realmente qualcosa da insegnarmi e da trasmettermi.

Quando, invece, mi trovo davanti a persone con le quali non esiste un autentico scambio artistico, sento che non c'è nulla che possiamo darci, ma soltanto qualcosa che rischiamo di sottrarci a vicenda. E allora, per il bene delle mie storie, sento di dovermi liberare il più possibile da queste presenze e di diventare sempre più determinata nelle mie scelte.

E questa determinazione non nasce dall'ego. Anzi, nasce proprio dalla necessità di sottrarsi all'ego. A un certo punto avviene una spaccatura, una frattura netta: è l'aut-aut di Kierkegaard. O questo o quello. A un certo punto devi scegliere, devi decidere.

E io, francamente, a ventotto anni sento che quel momento è arrivato. Non ho più diciotto anni e non sento più il bisogno di attraversare ogni esperienza soltanto per capire chi sono. Adesso voglio scegliere con consapevolezza a chi dedicare il mio tempo, la mia energia e la mia arte.

Voglio condividere tutto questo soltanto con persone che abbiano davvero arte da dare, persone dalle quali possa nascere uno scambio, un confronto, una crescita. Con chi, invece, porta soltanto ego e non ha nulla da aggiungere al processo creativo, non voglio più avere nulla a che fare."

 

La responsabilità di raccontare il dolore

Quando si racconta una sofferenza psicologica attraverso il cinema esiste un rischio molto sottile: trasformare il dolore in qualcosa di esteticamente affascinante e quindi, involontariamente, spettacolarizzarlo. Ti sei mai posta questo problema durante la realizzazione di INPUT? Dove hai cercato di collocare il confine tra raccontare una sofferenza con tutta la sua forza narrativa e rispettare la complessità umana di chi quella sofferenza la vive?

"Lì per lì non mi pongo mai domande mentre scrivo o mentre giro una storia. Semmai me le pongo dopo, durante la fase di montaggio e di editing. Prima no, perché, in quel momento, la presenza più importante è la storia stessa. È lei a dover guidare tutto il processo creativo.

Quando parli, giustamente, di spettacolarizzazione del dolore, credo che il discorso sia in qualche modo legato anche alla fascinazione del male. Sappiamo benissimo che esistono persone malvagie che, nonostante la loro natura, possono possedere un fascino oggettivamente irresistibile. Ed è proprio attraverso questa fascinazione che il male riesce, in alcuni casi, ad affermarsi e ad arrivare ai vertici.

Il dolore, essendo qualcosa di profondamente distruttivo, porta con sé una forma di fascino, ma soprattutto perché può trasformarsi in un'abitudine. Quando non hai alternative e finisci per vivere dentro quella condizione, il dolore diventa la tua boa, la tua ancora, persino la tua stessa vita. È un paradosso: ciò che ti distrugge finisce per diventare ciò a cui ti aggrappi.

È soltanto quando, dall'esterno o dall'interno, arriva una nuova prospettiva, una sfaccettatura che ti permette di comprendere che quella condizione è diventata nociva, che riesci finalmente ad abbandonarla. Fino a quando, invece, rimani vittima di te stessa, del tuo dolore e della tua incapacità, anche soltanto temporanea, di stare al mondo, sei in gabbia.

Se, al contrario, riesci a compiere quel salto di qualità dentro di te, allora tutto diventa una sfida. È la sfida di cui parlavo prima: tra la vita e l'ego, tra la creatività e l'ego.

Se riesci a essere realmente creativa di fronte alle difficoltà della vita e, soprattutto, se riesci a essere creativa anche attraverso il tuo dolore, allora esiste una possibilità concreta di speranza. E quella speranza può diventare anche un'ispirazione sana per qualcun altro.

Perché, a quel punto, non stai più semplicemente raccontando il dolore: stai mostrando la possibilità di attraversarlo, di riconoscerlo e di trasformarlo in riscatto.

Ed è forse proprio qui che l'arte può trovare una delle sue funzioni più autentiche: non negare il dolore, non spettacolarizzarlo e non trasformarlo in qualcosa di desiderabile, ma guardarlo nella sua verità e provare a mostrare che non deve necessariamente essere l'ultima parola."

Abbandonarsi alla storia, senza smarrirne la direzione

Durante le riprese dovevi contemporaneamente abbandonarti emotivamente ad Anna e mantenere il controllo necessario per dirigere il film. È quasi una contraddizione: una parte di te doveva smettere di controllarsi mentre un'altra doveva controllare tutto. Quale delle due Diletta ha dovuto imparare maggiormente a fidarsi dell'altra?

"La risposta, per me, è molto naturale. Quando senti di avere il dovere di fare qualcosa, tutto finisce per venire spontaneo. Per esempio, anche nel nuovo cortometraggio che abbiamo girato, abbiamo lavorato per quattordici ore al giorno, mentre la fase di montaggio è arrivata a occupare addirittura sedici ore quotidiane. È un lavoro estremamente impegnativo, sia dal punto di vista fisico sia da quello mentale, perché richiede una presenza costante, lucidità e una grande capacità di rimanere concentrati su ciò che si sta facendo.

Eppure, nonostante la fatica, tutto è avvenuto in maniera estremamente naturale e diretta. Ogni cosa è sembrata trovare spontaneamente il proprio posto. Per questo non parlerei di una vera e propria sfida tra le diverse parti, quanto piuttosto di un ballo delle parti: c'erano diversi inviti, diversi momenti, e ciascuno entrava nella propria danza, lasciando spazio agli altri. È stato proprio attraverso questo continuo scambio che, alla fine, si è composta l'opera.

Non c'è stato, quindi, un conflitto tra i diversi ruoli né tra le persone coinvolte. Al contrario, c'è stato un profondo rispetto reciproco delle parti, delle competenze e delle responsabilità di ciascuno. Ognuno ha saputo riconoscere il ruolo dell'altro e, proprio da questo riconoscimento, è nata una naturale complicità. 

Credo che sia questo, in fondo, uno degli aspetti più belli del lavoro artistico collettivo: quando ogni persona riesce a svolgere pienamente la propria funzione senza cercare di sovrapporsi alle altre, le diverse individualità smettono di competere e iniziano a dialogare. E quando questo dialogo diventa realmente armonico, l'opera quasi si costruisce da sola."

L'arte come fotografia del tempo

Se oggi potessi rimettere mano a “INPUT” con l'esperienza che hai acquisito nel frattempo, cambieresti qualcosa? E soprattutto: cambieresti qualcosa perché oggi sei una regista migliore oppure lasceresti intatte alcune imperfezioni perché appartengono alla verità di quella Diletta che, per la prima volta, ha avuto il coraggio di mettersi completamente dietro e davanti alla macchina da presa?

"Questo vale anche, per esempio, per la letteratura. Quando, a distanza di anni, rileggi un libro che hai scritto, può capitare di pensare: 'Santo cielo, qui avrei potuto fare diversamente…'. Ed è una tentazione comprensibile, perché, per quanto tu possa essere forte e consapevole delle tue scelte, l'insicurezza interiore rimane sempre. In fondo, è un aspetto che si ricollega anche a ciò che dicevo prima dei personaggi a trecentosessanta gradi: se vuoi raccontare l'essere umano nella sua completezza, devi accettare che anche l'insicurezza faccia parte della sua natura.

Dobbiamo però comprendere che le opere prime, molto spesso, sono forti proprio per la loro purezza, per la loro imperfezione e per la loro immediatezza. Non hanno ancora quella ricerca esasperata del dettaglio, quella consapevolezza tecnica e quella distanza critica che possono arrivare con l'esperienza. E forse è proprio questo a renderle così autentiche: conservano qualcosa di istintivo, qualcosa che non è ancora stato filtrato.

Dobbiamo anche ricordare che noi siamo soltanto al servizio delle nostre storie. In qualche modo, sono le storie a scegliere noi: arrivano, si affidano a noi e trovano attraverso di noi la possibilità di essere realizzate. E, se ci scelgono, significa che accettano anche i nostri limiti, le nostre imperfezioni e il livello di consapevolezza che abbiamo nel momento in cui le incontriamo.

Per questo, sinceramente, non toccherei nulla. Nemmeno INPUT. Anche se, a distanza di tempo, mi capita di riguardarlo e di pensare: 'Questa cosa forse oggi la farei diversamente', subito dopo mi dico: no, non la toccherei. La lascerei esattamente così com'è, perché quello era il suo tempo e quelle erano le sue modalità di espressione. Quell'opera appartiene a quella Diletta, a quella fase della mia vita e a ciò che ero capace di esprimere allora. Modificarla oggi significherebbe sovrapporre la persona che sono diventata alla persona che l'ha realizzata.

Naturalmente, ogni tassello contribuisce a costruire quello successivo. Ogni esperienza, ogni errore, ogni intuizione e persino ogni limite diventano parte del percorso e preparano ciò che verrà dopo. Ma proprio per questo non sento il bisogno di correggere ciò che è stato.

Non toccherei nulla né di INPUT né delle opere che lo hanno preceduto, perché ogni opera appartiene al momento esatto in cui è nata. E credo che anche questo sia un modo per rispettare una storia: lasciarle la libertà di rimanere ciò che era quando ha trovato in noi il modo di venire al mondo."

Accettare il dolore senza diventare il proprio dolore

Nei tuoi lavori sembra esserci una convinzione: anche dentro la sofferenza può esistere qualcosa di profondamente umano e persino poetico. Ma esiste un rischio nel cercare la bellezza nel dolore: quello di romanticizzarlo. Come distingui la poesia della sofferenza dalla sua idealizzazione?

"La poesia della sofferenza, come dicevamo prima, nasce quando riesci a compiere un salto di qualità: quando passi dal tuo blocco interiore alla consapevolezza di appartenere a una comunità umana. Quando comprendi che quel dolore che stai vivendo è stato attraversato anche da migliaia, forse da milioni di persone, inizi a capire che, per quanto possa sembrarti profondamente personale, non sei solo. Nel momento della sofferenza, infatti, è naturale pensare di essere gli unici a vivere proprio quel dolore, o di essere quelli che stanno soffrendo più di chiunque altro. È proprio in quel momento che può nascere l'idealizzazione.

L'idealizzazione, secondo me, nasce quando avviene un distacco completo dalla realtà. Se, invece, riesci a rimanere presente al tuo dolore e, contemporaneamente, consapevole di essere parte di un mondo nel quale anche altre persone soffrono, allora può nascere quella che tu hai definito, giustamente, la poesia del dolore.

Perché la poesia, in fondo, è qualcosa di universale. È una delle forme attraverso cui gli esseri umani, dall'alba dei tempi, riescono a riconoscersi gli uni negli altri. Il dolore può essere accettato quando arrivi a comprenderlo come uno degli ingredienti che compongono l'essere umano. Ma è soltanto uno degli ingredienti: accanto a esso ne esistono moltissimi altri.

Ed è proprio quando smetti di concentrarti su un unico ingrediente che recuperi la completezza. Se, invece, continui a mettere tutto il dolore al centro, finisci inevitabilmente per perdere la visione d'insieme. È come preparare una torta utilizzando soltanto lo zucchero: puoi continuare ad aggiungerne quanto vuoi, ma, senza la farina, l'acqua, lo yogurt, il cioccolato o qualunque altro ingrediente sia necessario, non avrai mai una torta completa.

Per questo, quando parlo di una visione a trecentosessanta gradi, intendo proprio la capacità di guardare l'essere umano nella sua interezza: nella sua sofferenza, ma anche nella sua gioia; nella sua fragilità, ma anche nella sua forza; nelle sue contraddizioni, nei suoi desideri, nelle sue paure e nelle sue possibilità. E, per riuscire davvero a farlo, devi anche ridimensionare l'ego. Non necessariamente distruggerlo completamente, perché una parte dell'ego appartiene inevitabilmente alla nostra identità, ma devi riuscire a liberarti di quella parte che ti imprigiona, che ti separa dagli altri e che rischia di trasformare il tuo dolore in qualcosa di esclusivamente tuo.

Per me, quindi, la vera poesia della sofferenza non consiste nel rendere il dolore bello, affascinante o desiderabile. Consiste nel riuscire a trasformare un'esperienza profondamente personale in qualcosa di universale, nel quale anche qualcun altro possa riconoscersi. È proprio in quel momento che il dolore smette di essere soltanto una prigione individuale e può diventare, attraverso l'arte, una forma di incontro: non più qualcosa che ti separa dal mondo, ma qualcosa che, paradossalmente, può permetterti di sentirti parte di esso."

La paura come motore: fragilità, cultura e responsabilità dell’arte

C'è una parte della scelta artistica della quale si parla pochissimo: la paura. Paura di non essere all’altezza, di non essere scelti, di essere dimenticati, di scoprire magari dopo anni che il talento che pensavamo di avere non era sufficiente. Qual è stata la paura più difficile da affrontare nel tuo percorso e cosa hai imparato su te stessa proprio attraverso quella paura?

"La paura, per me, fa parte delle prime ore del mattino. Ogni giorno, appena mi sveglio, mi arrivano addosso le peggiori paure. Poi, nel corso della giornata, bene o male, riesco a lasciarle andare, ma i miei risvegli sono qualcosa di allucinante. Non ho semplicemente paura del fallimento: a volte mi sveglio con la sensazione di essere già una fallita. È come se, prima ancora di cominciare la giornata, avessi già esaurito tutte le possibilità; come se non potessi più fare nulla di nuovo, inventare qualcosa o proporre qualcosa. È una paura talmente sedimentata dentro di me che, a volte, arriva prima ancora di qualsiasi pensiero razionale.

Poi, però, nel corso della giornata, riesco a comprendere che la paura è necessaria. È ciò che attiva i campanelli della cautela, che ti mette in allerta e ti impedisce di vivere in maniera ingenua. Dal punto di vista biologico,*è fondamentale per la sopravvivenza: se non avessimo paura, se non fossimo capaci di riconoscere il pericolo, vivremmo completamente esposti e finiremmo inevitabilmente per andare incontro alla nostra stessa distruzione.

Per questo, alla fine, ben venga anche la paura. È pesantissima da gestire, naturalmente. Non è che mi svegli pensando: 'Che bello, oggi è fresco, il cielo è azzurro, sono al mare o in montagna'. No. Io mi sveglio e sento una voce che mi dice: 'Sei una fallita. Dove vuoi andare? Non conti niente. Non fai niente. Non ti vuole bene nessuno'. È una sorta di cantico che mi accoglie ogni mattina. Poi, lentamente, nel corso della giornata, riesco a riprendermi.

Eppure credo che, almeno nel mio caso, quella paura abbia anche una funzione. Mi mantiene vigile, mi impedisce di vivere in maniera completamente inconsapevole. Altrimenti, probabilmente, sarei una persona molto più aperta e molto più esposta. E l'apertura è una cosa bellissima, ma credo debba essere accompagnata dalla consapevolezza. Essere aperti al mondo non significa necessariamente essere privi di difese.

E questo, secondo me, vale anche per la cultura e per il momento storico che stiamo attraversando. Noi abbiamo il dovere di difendere la nostra cultura perché, che piaccia o meno, la nostra cultura ha illuminato il mondo. È stata il sale della vita di intere generazioni. È una cultura profondamente intrisa di bellezza, di umanità, di profondità e di poesia, e credo che sarebbe un errore enorme dimenticarlo.

Questo, naturalmente, non significa ignorarne i limiti. Tutto ciò che appartiene all'essere umano porta con sé contraddizioni, errori e aspetti negativi. Ma proprio per questo il nostro dovere artistico è anche un dovere culturale e umano. Abbiamo il compito di proteggere la nostra storia e le nostre radici, senza però trasformarle in una gabbia.

Dobbiamo rimanere aperti verso il futuro, perché non possiamo limitarci a conservare ciò che abbiamo ricevuto: dobbiamo anche avere il coraggio di inventare nuove storie, creare nuove forme e generare qualcosa che ancora non esiste.

Per me, questa è una delle responsabilità più importanti dell'artista: non scegliere tra passato e futuro, ma mettere il passato in dialogo con ciò che ancora deve nascere.

Viviamo, invece, in un'epoca nella quale sembra spesso che, per costruire il nuovo, sia necessario cancellare ciò che ci è stato consegnato. E io penso che questo sia profondamente sbagliato. Perché quando perdiamo il rapporto con la nostra memoria, con la nostra cultura e con la nostra storia, rischiamo di perdere anche gli strumenti attraverso i quali comprendere chi siamo. Per questo, a volte, guardando ciò che accade, ho la sensazione di trovarmi davanti a una sorta di omicidio culturale, quasi un omicidio-suicidio umano.

E noi che abbiamo avuto la possibilità di comprendere il valore di questa eredità abbiamo anche la responsabilità di difenderla, proteggerla e, soprattutto, farla tornare a splendere.

Ma senza avere paura del nuovo. Al contrario: proprio perché sappiamo da dove veniamo, dobbiamo sentirci ancora più liberi di immaginare dove andare."

Prima che cali il sipario, riavvolgiamo il nastro

Vorrei concludere tornando esattamente al punto da cui siamo partiti: quella bambina che camminava verso il cinema perché non voleva perdere lo spettacolo. Oggi quella bambina conosce il peso del mestiere, la fatica, la responsabilità di scrivere, la solitudine di produrre un'opera propria e anche la soddisfazione di vedere una sua storia arrivare dall'altra parte del mondo. Se potessi sederti accanto a lei per qualche minuto, prima che entri in quella sala, senza poterle raccontare cosa succederà ma potendo lasciarle soltanto una frase con cui affrontare tutta la strada che verrà, quale frase sceglieresti?

“Figliola cara, mangerai una miriade di sassi, ma ce la farai. E ce la farai non perché tu sia speciale, ma perché sei al servizio delle storie. Sei la loro ancella e il tuo compito è portarle fino in fondo, ovunque decidano di condurti. Sei stata scelta dalle storie per essere la loro portatrice e, allora, ben venga che siano quante più storie possibili a catturarti, a trascinarti dentro di sé, a chiederti tempo, energia, dedizione e sacrificio.

Ben venga che ti mettano alla prova. Ben venga la fatica, ben vengano gli ostacoli e persino i sassi che incontrerai lungo il cammino, perché il tuo compito è uno soltanto: portare quelle storie a compimento. Non a metà, non soltanto fin dove è più semplice o più comodo, ma fino in fondo. Perché, alla fine, non sei tu a doverti mettere al centro della storia: sei tu a doverti mettere al servizio della storia. È questa, per me, la responsabilità più grande dell'artista.

E se una storia ti ha scelto per essere portata nel mondo, allora devi avere il coraggio di seguirla ovunque voglia condurti e la responsabilità di accompagnarla fino alla sua ultima pagina. Devi lasciarti attraversare da quella storia, comprenderla, proteggerla e darle tutto ciò di cui ha bisogno per poter esistere. Quindi sì, Figliola cara: mangerai una miriade di sassi. Ci saranno momenti difficili, momenti nei quali penserai di non farcela e momenti nei quali ti sembrerà che tutto sia inutile. Ma continua a portare le storie fino in fondo.

Perché non sei tu a dover scegliere quanto lontano può arrivare una storia: è la storia stessa a chiederti fin dove sei disposta ad accompagnarla. E tu devi essere pronta ad arrivare fino a lì."

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