22 Mar, 2026 - 09:10

Desertificazione bancaria in Umbria, 32 comuni senza sportelli: Regione e sindacati siglano protocollo per salvare il credito

Desertificazione bancaria in Umbria, 32 comuni senza sportelli: Regione e sindacati siglano protocollo per salvare il credito

Sono 32 i comuni umbri in cui non esiste più nemmeno uno sportello bancarioOltre 50mila residenti devono spostarsi fuori dal proprio territorio per svolgere operazioni di base, incassare uno stipendio o accendere un mutuo. A questi si aggiungono decine di municipi ridotti a un unico presidio, spesso indicato dagli stessi operatori come provvisorio nei piani industriali. Non è più un’emergenza contingente, ma un fenomeno strutturale che sta riscrivendo la geografia finanziaria della regione, con conseguenze pesanti sulla liquidità delle piccole e medie imprese, sulla gestione dei flussi di cassa e sull’inclusione finanziaria delle fasce più vulnerabili. Dietro il ritiro sistematico dei grandi gruppi - spinto da razionalizzazioni di costo, digitalizzazione e concentrazione del settore - si allarga lo spazio per canali non regolati del credito e, nei casi più estremi, per il rischio di usura.

Proprio per arginare questa deriva, nei giorni scorsi si è svolto a Palazzo Donini un incontro decisivo. Convocato dalla segreteria dell’assessore regionale Francesco De Rebotti, il tavolo ha riunito per la prima volta in una logica organica i sindacati del credito - First Cisl, Uilca, Fisac Cgil e Fabi - con l’Anci Umbria e gli uffici dell’assessorato allo Sviluppo economico. Al centro del confronto, la definizione di un Protocollo d’intesa che punti a trasformare il contrasto alla desertificazione bancaria da rivendicazione sindacale a politica pubblica strutturata. Non solo un monitoraggio delle chiusure, ma uno strumento per condizionare i piani industriali, garantire presidi minimi e coinvolgere attori finora marginali come le banche di territorio e le fondazioni di origine bancaria, chiamate a svolgere un ruolo di supplenza e di connessione tra sviluppo economico e legalità.

La mappa della desertificazione: quando il mercato lascia un vuoto che diventa terreno per l’illegalità

Il fenomeno non riguarda più solo i piccoli borghi appenninici. L’ultima rilevazione sindacale fotografa un quadro in cui un terzo dei comuni umbri è completamente privo di filiali, con un effetto domino su tutto il sistema economico regionale. A pagare il prezzo più alto sono le imprese artigiane, le start-up e i piccoli esercizi commerciali, costretti a gestire flussi di cassa con costi e tempi raddoppiati, ma anche anziani, lavoratori precari e famiglie in difficoltà, per i quali il rapporto con il direttore di filiale non è solo una relazione commerciale, ma un presidio di affidabilità e di accesso al credito.

La razionalizzazione dei grandi gruppi bancari, con la chiusura di sportelli ritenuti non redditizi, ha accelerato questa dinamica. Ma, come sottolineato durante l’incontro, il problema non è puramente quantitativo. A illustrarlo è Giampaolo Ragni, segretario regionale della Fisac Cgil Umbria, che ha chiesto di andare “oltre la semplice osservazione dei dati quantitativo/statistici del fenomeno delle chiusure degli sportelli”. Secondo Ragni, sindacato e istituzioni devono provare a diventare “analisti delle correlazioni dei fenomeni finanziario-economici sociali, avanzando proposte di soluzioni che coinvolgano tutti gli attori interessati alle ricadute di tali effetti”.

Ragni ha messo in guardia dal considerare il problema come esaurito nella contabilità delle chiusure: “Il fenomeno, strettamente quantitativo della desertificazione bancaria - ha rilevato - è un argomento ormai obsoleto e che attiene principalmente a scelte di politiche industriali, purtroppo, legittimamente poste in essere, in particolare dai grandi gruppi bancari”. Un’affermazione che suona come un monito: le scelte industriali dei grandi istituti, se non governate, rischiano di produrre “una logica estrattiva dal territorio anziché potenzialmente produttiva”.

Un protocollo per governare i piani industriali: il ruolo di banche medio-piccole e fondazioni

La novità più rilevante emersa dal tavolo è la volontà di trasformare il protocollo in uno strumento di intervento prospettico, capace di agire in anticipo rispetto ai piani di razionalizzazione degli istituti di credito. Non più solo una reazione a chiusure già annunciate, ma una cabina di regia permanente che coinvolga Regione, Anci, sindacati, e in futuro anche le associazioni di categoria e le fondazioni bancarie. L’obiettivo è costruire un sistema in cui la riduzione dei servizi bancari sia accompagnata da soluzioni alternative, prima fra tutte il rafforzamento degli istituti minori.

In questa direzione, la proposta di Fisac Cgil punta a un cambio di paradigma: coinvolgere “istituti bancari medio piccoli che per previsioni indicazioni statutarie o per vocazione territoriale possono esercitare un ruolo di supplenza perfettamente consonante con il taglio dimensionale delle imprese del nostro territorio”. Una strategia che rovescia la logica del ritiro, puntando su quei soggetti per i quali la prossimità non è un costo, ma un valore identitario.

Non solo banche. Nel ragionamento avviato nei giorni scorsi entra con forza il tema delle fondazioni di origine bancaria. Chiamate non solo a esercitare un ruolo filantropico, ma a diventare “raccordo tra i vari soggetti”, contribuendo a “diffondere una cultura economico/finanziaria che sia al servizio dello sviluppo economico e sociale e per una diffusa cultura della legalità e della partecipazione”. Un passaggio che evidenzia come il vuoto lasciato dalle grandi banche non sia solo un problema di servizi, ma rappresenti una potenziale via d’accesso per l’usura e le infiltrazioni criminali.

Dello stesso avviso il segretario generale regionale della First CislRoberto Contessa, che ha giudicato il confronto positivo e ha sottolineato l’urgenza di chiudere rapidamente l’iter. “Auspichiamo un nuovo incontro per definire i dettagli tecnici del Protocollo - ha dichiarato -. È urgente e necessario, come dichiarato da tutti i presenti, procedere alla firma del protocollo per passare alla fase operativa. La desertificazione bancaria è una piaga nazionale, ma colpisce l’Umbria con particolare durezza: dobbiamo agire subito per tutelare i cittadini e le imprese della nostra regione”.

L’incontro, che ha visto la partecipazione anche di Andrea Cernicchi per l’assessorato regionale, del direttore generale Adriano Bei e del segretario generale di Anci Umbria Silvio Ranieri, ha rappresentato dunque il primo passo operativo di un percorso che si preannuncia complesso, ma che per la prima volta prova a mettere insieme soggetti tradizionalmente distanti. Da una parte i sindacati del credito, che da quasi un decennio chiedevano un tavolo stabile, dall’altra le istituzioni locali, chiamate a colmare un vuoto lasciato da dinamiche di mercato che difficilmente torneranno indietro.

L’obiettivo dichiarato è passare dalla denuncia alla programmazione. Il protocollo, una volta siglato, dovrebbe diventare un osservatorio permanente non solo sulle chiusure, ma sulle prospettive di sviluppo del credito in Umbria, con un’attenzione specifica alla continuità dei servizi, alla prevenzione delle illegalità finanziarie e al sostegno agli investimenti di famiglie e imprese. Un cambio di passo che, nelle intenzioni dei promotori, potrà restituire centralità a un sistema bancario inteso non come una rete di sportelli in via di estinzione, ma come infrastruttura essenziale per la tenuta sociale ed economica di un’intera regione.

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Federico Zacaglioni
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