Non è solo un video. È un ritorno pubblico su una ferita che non ha mai smesso di dividere l’opinione pubblica internazionale. Quando Amanda Knox pubblica sui suoi canali social il frammento di un confronto con l’ex pm Giuliano Mignini, il passato riaffiora con tutta la sua forza. Sullo sfondo resta l’omicidio di Meredith Kercher, un caso che ha segnato la cronaca giudiziaria italiana e acceso un riflettore globale su Perugia.
La scena è asciutta, quasi teatrale. Knox guarda l’ex magistrato e affonda: “Hai detto un bel po' di cose brutte di me in aula”. Non è una provocazione generica. È un richiamo diretto alle parole pronunciate durante il processo, alle ricostruzioni che hanno inciso sulla sua vita e sulla sua immagine pubblica. Il tono è fermo, lo sguardo non arretra. “Non ricordi? perché io ricordo...”, insiste. È il conflitto tra memoria personale e ruolo istituzionale a tornare al centro.
Nel video, Amanda Knox non si limita a evocare il clima di allora. Scende nel dettaglio delle accuse che più l’hanno colpita: “Hai detto delle brutte cose... come che dicevo brutte cose a Meredith mentre facevo schiaffi a lei”.
L’uso dell’italiano rafforza il messaggio: la distanza tra quelle accuse e l’assoluzione definitiva del 2015. Per Knox, quel passaggio resta il punto fermo. Dopo il ritorno negli Stati Uniti, la sua strategia comunicativa si è trasformata in un percorso di riappropriazione narrativa: interviste, interventi pubblici, podcast, fino al documentario “Bocca del Lupo”, distribuito da Hulu.
Presentando il progetto, Knox ha dichiarato: “Racconta anche del mio incontro faccia a faccia con l'uomo che mi ha mandato in prigione”. La frase non lascia margini di ambiguità: nella sua prospettiva, quel processo resta l’origine di un’ingiustizia personale. Il documentario diventa così non solo un racconto autobiografico, ma un tassello di una più ampia operazione di rilettura pubblica del caso Meredith Kercher.
Interpellato dall’Ansa, Giuliano Mignini risponde senza arretrare. La sua posizione è lineare, coerente con quella sostenuta negli anni del processo: “In quel colloquio ho ripetuto più volte ad Amanda Knox che avevo fatto solo il mio dovere. Sul processo e sull'omicidio ero e resto della mia idea già espressa in aula.È stata Amanda Knox a chiedere di vedermi e quell'incontro è stato utile.Altri non hanno mai chiesto di incontrarmi”.
Le parole dell’ex pm tracciano un confine netto tra dimensione personale e funzione pubblica. Rivendica il ruolo esercitato, ribadisce la convinzione maturata in aula e sottolinea che l’iniziativa dell’incontro è partita da Knox. Non c’è ripensamento, non c’è revisione del giudizio espresso durante il procedimento.
Il contrasto resta quindi intatto: da un lato la rivendicazione di un’ingiustizia subita, dall’altro la difesa di un’azione giudiziaria ritenuta doverosa. Due verità che continuano a convivere nello spazio pubblico, alimentando un dibattito che non si è mai davvero spento.
Meredith Kercher era una studentessa inglese arrivata a Perugia grazie al programma Erasmus presso l’Università per stranieri. Fu trovata senza vita nella casa che condivideva con altri studenti. La causa della morte fu un’emorragia conseguente a una ferita al collo provocata da un’arma da taglio.
Per l’omicidio è stato condannato in via definitiva con rito abbreviato il cittadino ivoriano Rudy Guede. Il suo nome è l’unico rimasto stabilmente associato a una responsabilità penale definitiva. Diverso e molto più complesso il percorso giudiziario che ha riguardato Raffaele Sollecito e Amanda Knox.
Nel 2009 la Corte d’assise di Perugia li condannò in primo grado come concorrenti nell’omicidio. Nel 2011 la Corte d’assise d’appello li assolse per non avere commesso il fatto, pur confermando per Knox la condanna a tre anni per calunnia nei confronti di Patrick Lumumba. Nel 2013 la Cassazione annullò l’assoluzione, disponendo un nuovo processo a Firenze, che nel 2014 si concluse con un’altra condanna.
La svolta definitiva arrivò il 27 marzo 2015, quando la quinta sezione penale della Cassazione annullò senza rinvio le condanne, assolvendo Knox e Sollecito per non aver commesso il fatto. La sentenza evidenziò la mancanza di prove certe e numerosi errori nelle indagini, chiudendo formalmente il caso sul piano penale.