Nel giro di poch giorni, due azioni simboliche hanno acceso il dibattito pubblico e messo in allerta le istituzioni.
Il primo episodio si è verificato in pieno giorno, quando ignoti sono entrati nel Palazzo dei Consoli, approfittando dell’orario di apertura museale, e hanno issato una bandiera palestinese su uno dei punti più visibili della facciata. Un gesto compiuto sotto gli occhi dei visitatori e del personale, che ha suscitato immediate reazioni e attirato l’attenzione dei media.
Il secondo blitz, avvenuto pochi giorni dopo, ha colpito il vicino Palazzo Pretorio, sede del Comune. Qui, cinque bandiere palestinesi sono state fissate alle finestre basse e vicino al portone d’ingresso, in un’azione avvenuta con ogni probabilità nelle ore serali o notturne, approfittando della minore presenza di passanti.
Pur avendo tempistiche differenti, i due gesti condividono una logica comunicativa: scegliere luoghi di massimo valore simbolico per la città, al centro di Piazza Grande, e garantire la massima visibilità del messaggio politico.
Gli investigatori non escludono che gli autori possano essere gli stessi e che la doppia azione sia stata studiata per alternare modalità “aperte” — come l’intervento diurno al Palazzo dei Consoli, di forte impatto diretto — a modalità “discrete”, come il blitz serale al Palazzo Pretorio, pensate per sorprendere e colpire senza essere immediatamente fermati.
La Polizia Locale ha acquisito le immagini della videosorveglianza cittadina, che copre integralmente l’area di Piazza Grande, compresi gli ingressi dei due edifici storici.
Sul posto, oltre alla Polizia Locale, sono intervenuti anche i Carabinieri del Comando di Gubbio, che hanno collaborato nella raccolta di testimonianze e nel presidio dell’area.
Tutte e cinque le bandiere sono state sequestrate dalla Polizia Locale come corpo di reato, in vista della denuncia contro ignoti (almeno per ora) per gli illeciti contestabili.
Le possibili contestazioni comprendono:
Imbrattamento o deturpamento di beni culturali (art. 639 c.p.), aggravato dal fatto che Palazzo dei Consoli e Palazzo Pretorio sono immobili di interesse storico e artistico vincolati.
Vilipendio a un ente pubblico (art. 290 c.p.), qualora fosse dimostrata la volontà di colpire direttamente le istituzioni locali.
L’aggravante della serialità potrebbe giocare un ruolo importante se verrà provato che le due azioni siano state compiute dallo stesso gruppo o individuo.
Colpire Palazzo dei Consoli e Palazzo Pretorio significa agire sul cuore del potere civico eugubino.
Come osserva uno storico locale, “Il Palazzo dei Consoli è il simbolo identitario di Gubbio, la sua immagine nel mondo. Il Palazzo Pretorio è il luogo dove si governa la città. Intervenire su entrambi equivale a voler imprimere un segno sulla storia e sulla politica locale”.
Non è solo questione di visibilità: è anche un messaggio alla cittadinanza e alle autorità, con un richiamo a un contesto internazionale — il conflitto israelo-palestinese — che, seppur lontano geograficamente, è carico di implicazioni politiche e morali.
Il primo blitz, avvenuto alla luce del sole, richiedeva una certa audacia: entrare in un edificio pubblico, salire fino al punto prescelto e issare la bandiera davanti a turisti e personale significa accettare un alto rischio di essere riconosciuti.
Il secondo episodio, invece, sembra frutto di una strategia di elusione: agire quando l’afflusso in piazza è minore, riducendo la possibilità di intervento immediato da parte di forze dell’ordine o cittadini.
Questa alternanza potrebbe essere deliberata, un modo per dimostrare che il gruppo — o la persona — è in grado di agire sia alla luce del giorno sia nella penombra, mantenendo l’iniziativa e la capacità di sorprendere.
Il fatto che il blitz al Palazzo dei Consoli abbia già avuto ampia copertura mediatica — anche attraverso articoli già pubblicati su Tag 24 Umbria — ha probabilmente contribuito a creare il contesto ideale per un secondo gesto.
Come spiega un sociologo dei movimenti sociali, “Una prima azione serve a rompere la normalità. Una seconda, in breve tempo, cementa la narrativa e obbliga media e istituzioni a reagire. È un meccanismo ben noto nell’attivismo contemporaneo”.
Piazza Grande è una delle aree più videosorvegliate di Gubbio, e questo rende la cattura degli autori molto probabile.
Tuttavia, la presenza di telecamere potrebbe non essere stata vista come un ostacolo, ma come un elemento scenico: sapere che le immagini verranno registrate e potenzialmente diffuse aumenta il valore simbolico dell’atto.
La priorità per gli inquirenti è identificare gli autori. Oltre all’analisi dei filmati, si lavora su possibili legami con reti di attivisti pro-Palestina attive a livello regionale, e si stanno incrociando informazioni su presenze ricorrenti in città nei giorni degli episodi.
La tracciabilità delle bandiere — se prodotte artigianalmente o acquistate in lotti — potrebbe fornire indizi utili.
Che si tratti di un atto vandalico, di protesta politica o di un’ibridazione delle due cose, è certo che questa vicenda rimarrà nella cronaca eugubina. Due gesti in pochi giorni hanno messo alla prova il sistema di sicurezza del cuore storico e l’attenzione dell’opinione pubblica, aprendo anche un dibattito sul rapporto tra libertà di espressione e tutela del patrimonio.
La libertà di manifestare il proprio pensiero è sacrosanta, ma non può passare per la violazione e il danneggiamento dei simboli della nostra città.