Non è soltanto una questione di sportelli che chiudono, insegne che scompaiono dai centri storici o servizi bancari che vengono progressivamente trasferiti dagli uffici fisici alle piattaforme digitali. In Umbria, la progressiva riduzione della presenza bancaria rischia di trasformarsi in un problema strutturale per la tenuta economica e sociale dei territori, soprattutto nei piccoli Comuni e nelle aree interne. I numeri fotografano infatti una tendenza che, se confermata nei prossimi anni, potrebbe lasciare 56 Comuni umbri, pari a circa il 60 per cento del totale, senza alcuna filiale bancaria.
È questo il quadro dal quale prende le mosse il nuovo protocollo d'intesa sulla desertificazione bancaria sottoscritto dalla Regione Umbria, Anci Umbria e dalle organizzazioni sindacali del settore del credito Fabi, First-Cisl, Fisac-Cgil, Uilca e Unisin. Un accordo che punta a trasformare una criticità già evidente in un terreno di confronto permanente tra istituzioni, parti sociali, sistema bancario e rappresentanze economiche.
L'obiettivo è costruire una risposta coordinata alla progressiva ritirata degli istituti di credito dai territori, evitando che la digitalizzazione e la razionalizzazione della rete degli sportelli finiscano per accentuare le differenze tra le aree maggiormente servite e quelle già caratterizzate da una maggiore fragilità demografica, economica e infrastrutturale.
La fotografia più recente arriva dai dati dell'Osservatorio nazionale sulla desertificazione bancaria, aggiornati al 31 dicembre 2025. Il fenomeno non riguarda soltanto l'Umbria, ma assume una particolare rilevanza in una regione caratterizzata da numerosi piccoli Comuni e da vaste aree interne, dove la presenza fisica di uno sportello rappresenta spesso molto più di un semplice punto per effettuare operazioni bancarie.
Attualmente circa un Comune umbro su tre è già privo di filiali bancarie. Sono circa 53 mila i residenti che vivono in territori nei quali non è presente uno sportello. Nell'ultimo anno il loro numero è aumentato di circa 5 mila unità, con una crescita nell'ordine del 10 per cento.
Una situazione che riguarda anche il tessuto produttivo. Sono infatti circa 3.400 le imprese che non dispongono di una filiale bancaria nel proprio Comune di riferimento, circa 310 in più rispetto all'anno precedente. Per aziende e attività economiche, soprattutto nei centri più piccoli, la distanza dal sistema bancario può tradursi in maggiori difficoltà nell'accesso al credito, nella gestione dei finanziamenti e nel mantenimento di un rapporto diretto con gli interlocutori finanziari.
Particolarmente delicata è poi la condizione dei 24 Comuni umbri che dispongono attualmente di un solo sportello. Sono questi i territori maggiormente esposti al rischio di entrare nel breve-medio periodo nella categoria dei Comuni completamente desertificati dal punto di vista bancario.
Il fenomeno trova conferma anche nella graduatoria nazionale sulla desertificazione bancaria. La provincia di Perugia occupa il 47esimo posto su 108, mentre quella di Terni si trova al 65esimo.
Numeri che restituiscono la dimensione di una trasformazione profonda del rapporto tra banche e territori. La progressiva chiusura degli sportelli è legata a diversi fattori: la crescita dell'home banking e dei servizi digitali, la modifica delle abitudini della clientela, i processi di riorganizzazione interna degli istituti e la necessità, per le banche, di razionalizzare una rete fisica considerata sempre più onerosa.
Il problema, tuttavia, emerge con maggiore forza laddove l'alternativa digitale non è sufficiente a garantire lo stesso livello di accessibilità. Anziani, persone con minore familiarità con gli strumenti informatici, famiglie e imprese che necessitano di un rapporto diretto con un consulente possono risentire maggiormente della scomparsa dello sportello.
E nelle aree interne la chiusura di una filiale può avere un effetto che va oltre il servizio bancario in senso stretto: contribuisce infatti al progressivo impoverimento della rete dei servizi disponibili e, in prospettiva, può rendere meno attrattivo un territorio già alle prese con spopolamento e invecchiamento della popolazione.
È in questo quadro che si inserisce il protocollo promosso dalla Regione Umbria. La durata prevista è di quattro anni, durante i quali le parti saranno chiamate a monitorare l'evoluzione della presenza bancaria, confrontarsi con gli istituti di credito e individuare possibili interventi a sostegno dei territori maggiormente esposti.
Nel documento viene indicata la necessità di "preservare il tessuto sociale ed economico, specialmente nelle aree interne e nei piccoli comuni" e di "garantire che famiglie e imprese mantengano canali di finanziamento efficaci".
La logica, dunque, non è quella di cristallizzare necessariamente l'attuale modello di rete bancaria, ma di governare la trasformazione evitando che le aree più fragili paghino il prezzo più alto della progressiva digitalizzazione del settore.
Tra gli strumenti principali previsti dall'accordo c'è l'istituzione, entro sei mesi dalla firma del protocollo, del Tavolo del credito regionale. Un organismo destinato a riunire attorno allo stesso tavolo soggetti diversi: oltre alla Regione e ad Anci Umbria, saranno coinvolti rappresentanti dell'associazione bancaria, organizzazioni sindacali, categorie economiche, associazioni dei consumatori e fondazioni bancarie.
Il tavolo avrà il compito di seguire le trasformazioni del sistema bancario e analizzare gli effetti prodotti dai nuovi modelli organizzativi e dalla digitalizzazione. Particolare attenzione sarà dedicata non soltanto alla distribuzione territoriale degli sportelli, ma anche alle ricadute occupazionali e alla capacità del sistema di continuare a garantire un rapporto efficace con le comunità locali.
La scelta di riunire istituzioni e parti sociali nasce quindi dalla consapevolezza che la desertificazione bancaria non possa essere affrontata esclusivamente attraverso una prospettiva finanziaria. La questione riguarda infatti contemporaneamente accesso ai servizi, credito, occupazione, sviluppo locale e coesione territoriale.
Il protocollo prevede inoltre la nascita di un Osservatorio regionale sull'attività bancaria, destinato a raccogliere dati e informazioni sulla presenza degli istituti e sulla loro effettiva vicinanza alle comunità. L'idea è quella di disporre di una fotografia costantemente aggiornata della situazione, così da poter individuare tempestivamente i territori nei quali la riduzione dei servizi rischia di produrre le conseguenze più pesanti.
Le parti potranno inoltre promuovere iniziative specifiche per i Comuni maggiormente esposti alla perdita dell'ultimo sportello. La Regione si impegna a favorire il confronto con gli istituti di credito per la salvaguardia dei presidi territoriali e a sostenere percorsi di formazione e riqualificazione destinati ai lavoratori del settore.
I sindacati, dal canto loro, contribuiranno attraverso la raccolta di informazioni relative alle criticità occupazionali e alle difficoltà nell'accesso al credito da parte di famiglie e imprese.
Uno degli elementi più significativi dell'intesa riguarda infine la possibilità di intervenire prima della scadenza naturale del protocollo. Qualora il fenomeno della desertificazione bancaria dovesse accelerare oltre il 10 per cento annuo, le parti potranno infatti procedere a un aggiornamento dell'accordo senza dover attendere il termine dei quattro anni.
Una clausola che prova a evitare che il protocollo rimanga uno strumento statico davanti a un fenomeno in continua evoluzione.La sfida, per l'Umbria, sarà ora trasformare il monitoraggio in capacità concreta di intervento. Perché dietro ogni sportello che chiude non c'è soltanto una scelta organizzativa di un istituto di credito, ma anche un pezzo della rete dei servizi di un territorio che rischia di venire meno.
Con 56 Comuni potenzialmente destinati a rimanere senza banche, 53 mila cittadini già privi di una filiale nel proprio territorio e migliaia di imprese chiamate a fare i conti con una presenza fisica sempre più rarefatta, il nuovo Tavolo regionale nasce dunque davanti a un problema che non riguarda soltanto il credito. Riguarda la capacità dell'Umbria di mantenere vivi i propri centri minori, garantire servizi essenziali e impedire che la distanza dai grandi poli urbani si trasformi anche in una distanza crescente dalle opportunità economiche e finanziarie.