Ci sono territori che non si limitano a raccontare sé stessi. Territori che, per la loro storia, per la loro conformazione sociale ed economica, per le sfide che si trovano ad affrontare, finiscono inevitabilmente per raccontare qualcosa di più grande: i cambiamenti, le contraddizioni e le opportunità di un intero Paese. L'Umbria è uno di questi.
Una terra che custodisce un patrimonio fatto di identità, comunità e tradizioni, ma che allo stesso tempo si trova oggi al centro di trasformazioni profonde che stanno ridefinendo il volto dell'Italia. Qui, tra città di medie dimensioni e aree interne, tra borghi, distretti produttivi e territori che lottano ogni giorno contro il rischio dello spopolamento, le grandi questioni del nostro tempo assumono una dimensione tangibile.
Dalla crisi demografica alla transizione digitale, dalla competitività dei sistemi territoriali alla qualità dei servizi pubblici, fino alle trasformazioni del lavoro e al rapporto sempre più delicato tra cittadini e istituzioni: sono queste alcune delle grandi questioni che stanno ridefinendo il presente e il futuro del Paese. Temi che spesso vengono affrontati attraverso statistiche, analisi e strategie nazionali, ma che trovano nei territori la loro dimensione più concreta. Perché è nelle città, nei comuni, nelle aree interne e nelle comunità locali che gli effetti del cambiamento diventano tangibili e che le decisioni pubbliche cessano di essere astratte principi astratti per tradursi in opportunità, servizi, diritti e prospettive di sviluppo.
Per questo osservare ciò che accade in Umbria significa, in molti aspetti, osservare ciò che sta accadendo all'Italia. Significa interrogarsi sul ruolo che le istituzioni sono chiamate a svolgere in una fase storica caratterizzata da cambiamenti rapidi e spesso imprevedibili. Significa riflettere sulla capacità delle amministrazioni pubbliche di innovare, semplificare, programmare e accompagnare processi sempre più complessi. Significa comprendere come si possa costruire sviluppo senza perdere identità, come si possano creare nuove opportunità senza indebolire il tessuto sociale che rende vive e riconoscibili le comunità.
In questo scenario si inserisce l’esperienza amministrativa di Massimiliano Presciutti, Presidente della Provincia di Perugia e Sindaco di Gualdo Tadino. Due ruoli diversi, ma strettamente connessi, che gli offrono una duplice chiave di lettura del territorio: da un lato la dimensione provinciale, fatta di coordinamento, programmazione e servizi di area vasta; dall’altro quella comunale, dove la politica si confronta quotidianamente con i bisogni reali delle persone e con la concretezza delle soluzioni da mettere in campo. Una duplice esperienza che rappresenta un osservatorio privilegiato per leggere le trasformazioni in corso e per comprendere come stia cambiando il significato stesso dell'amministrare.
Perché oggi governare un territorio non significa più soltanto garantire servizi o realizzare opere pubbliche. Significa interpretare fenomeni globali che producono effetti locali, assumere decisioni in un contesto di crescente complessità, costruire visioni di lungo periodo senza perdere di vista le esigenze del presente. Significa trovare un equilibrio tra innovazione e tradizione, tra sviluppo e sostenibilità, tra efficienza amministrativa e prossimità ai cittadini.
Dalla ridefinizione del ruolo delle Province nel sistema istituzionale italiano alla modernizzazione della pubblica amministrazione; dalle opportunità offerte dalla transizione digitale alle sfide poste dalla sicurezza informatica e dalla semplificazione dei servizi; fino alle prospettive delle aree interne, al contrasto dello spopolamento e alla necessità di immaginare nuovi modelli di crescita territoriale. Temi diversi ma profondamente intrecciati, che ci portano tutti a una domanda centrale: quale deve essere oggi il ruolo di chi amministra?
È da qui che ha inizio il nostro confronto con Massimiliano Presciutti. Un'intervista che parte dalla sua esperienza alla guida della Provincia di Perugia e del Comune di Gualdo Tadino per allargare lo sguardo alle grandi questioni che interessano il presente dei territori italiani. Un dialogo sul futuro delle istituzioni, sulla capacità della politica di interpretare il cambiamento e sulle qualità che un amministratore è chiamato a possedere in un'epoca in cui governare significa sempre meno gestire l'esistente e sempre più costruire condizioni di futuro.
Perché la sfida che attende i territori non è soltanto quella di adattarsi ai cambiamenti. È riuscire a guidarli senza smarrire il legame con le comunità che quei cambiamenti sono chiamate a vivere, comprendere e condividere ogni giorno.
Presidente, il suo percorso professionale e istituzionale si è sviluppato a partire da esperienze profondamente radicate nei territori e nelle comunità locali, in una forma di politica sempre a stretto contatto con le esigenze e le istanze delle persone. Oggi però il governo del territorio si confronta con una realtà più complessa, in cui la politica non è più l’epicentro del processo decisionale ma una delle componenti di sistemi sempre più interconnessi. In questo scenario, il territorio si governa ancora direttamente oppure va ormai interpretato come un sistema complesso da gestire attraverso più livelli e attori? E cosa cambia, in questo passaggio, nel significato stesso del fare politica?
“Che ci sia un cambiamento nei fatti è evidente, non fosse altro perché una volta esistevano i grandi partiti di massa, che svolgevano anche un ruolo di sentinelle sul territorio. Tutto era quindi più riconducibile a queste grandi famiglie politiche.
Oggi, ovviamente, la politica è diventata sempre più fluida. Tuttavia, per quanto mi riguarda, il rapporto con le persone resta fondamentale. Nel mio ruolo di sindaco e di presidente della Provincia cerco sempre di mantenere uno stretto contatto con le persone e con i portatori di interesse, quindi con i soggetti presenti sul territorio: i cosiddetti corpi intermedi, le associazioni rappresentative, che restano comunque attori protagonisti.
Per quanto mi riguarda, la politica resta servizio e soprattutto contatto, anche fisico, con le persone. La tecnologia ci ha aiutato molto, ha accorciato tempi e distanze, ma non dobbiamo mai dimenticare che le persone - da quelle più bisognose a quelle portatrici di altri tipi di interessi - vanno guardate negli occhi. Ci si stringe la mano, ci si confronta. E io questo contatto non ho nessuna intenzione di perderlo, perché lo ritengo fondamentale.”

La politica locale è cambiata profondamente negli ultimi anni: è diventata più tecnica, più interdipendente tra livelli istituzionali e meno riconducibile a un rapporto diretto tra decisore e cittadino. Questo ha modificato anche il ruolo degli amministratori. Secondo la sua esperienza, che cosa si è guadagnato e che cosa si è perso in questo passaggio, e come è cambiato il significato concreto di “essere vicini ai cittadini”?
"Allora, io vi dico la verità: questo cambiamento l’ho visto e lo vedo sicuramente. Però conta molto l’approccio che si ha nell’affrontare i problemi, dai più piccoli ai più grandi.
Io sono un convinto assertore del fatto che, quando si ha un ruolo istituzionale, non è possibile tenere i piedi su due o più staffe. Bisogna avere la capacità, la responsabilità e il coraggio di prendere delle decisioni. Decisioni da assumere con coscienza e con conoscenza, ma anche nella consapevolezza che il ruolo che ricopriamo non dura tutta la vita - e aggiungo: per fortuna - perché è giusto che esista un ricambio fisiologico, ordinato e temporalmente ben scandito.
E soprattutto, l’obiettivo che ci dobbiamo porre - noi che abbiamo la fortuna e il privilegio di servire le nostre comunità - è fare in modo che chi verrà dopo di noi possa lavorare al meglio, trovando una situazione migliore di quella che abbiamo trovato noi.
Questo è il punto: dare risposte ai cittadini e alle imprese nel modo più efficace possibile, sapendo che questi ruoli implicano inevitabilmente la necessità di fare delle scelte. E chi non sceglie, in partenza sbaglia. Poi, naturalmente, quando si fanno delle scelte a volte si ha ragione, a volte un po’ meno, a volte per nulla. Ma ciò che non è concesso è restare fermi, perché la cosa peggiore che si possa fare è proprio non decidere."
Uno dei punti meno esplicitati del sistema degli enti locali è la distanza crescente tra la complessità dei problemi territoriali e la frammentazione degli strumenti decisionali. Questo produce una condizione in cui la responsabilità è distribuita su più livelli, mentre la possibilità di costruire una visione unitaria del territorio resta spesso implicita e non formalizzata. Nel suo lavoro quotidiano, il problema principale è la gestione delle singole competenze o la costruzione di una sintesi politica e amministrativa tra livelli istituzionali che operano sullo stesso spazio fisico ma con strumenti e tempi differenti?
"Questo è un grande tema, e su questo ho anche un’idea molto precisa. Si parla sempre di semplificazione, ma alla fine, ogni volta che arriva un decreto semplificazione o una norma pensata per semplificare, di fatto spesso ci complica la vita. Lo dico sorridendo amaramente, perché faccio un esempio che credo renda bene l’idea.
Le Province, fino alla sciagurata riforma del 2014, avevano tra le altre cose competenza, nel nostro caso, nella gestione complessa di tutti i temi riguardanti il lago Trasimeno e i controlli di competenza. Oggi queste funzioni sono distribuite almeno su cinque enti: un pezzetto alla Provincia, un pezzetto ai Comuni, un pezzetto alla Regione, un pezzetto all’autorità di bacino per quanto attiene al trasporto, un pezzetto all’anti-irrigazione. Insomma: abbiamo semplificato? No, abbiamo assolutamente complicato.
Il risultato, e non per cattiva volontà di chi amministra questi ambiti, è che la frammentazione porta inevitabilmente ad avere maggiori problemi. Quindi la risposta alla sua domanda è sì: questa frammentazione, e talvolta questa sovrapposizione poco chiara di ruoli e competenze, nuoce alla buona amministrazione, a prescindere da chi rappresenta pro tempore le istituzioni.
Ed è per questo che urge una semplificazione vera. A ciascuno il suo mestiere: le Regioni, costituzionalmente, hanno un ruolo di indirizzo e non di gestione. Non lo dico io: lo hanno stabilito i padri costituenti. A questo dovremmo tornare. Le Province sono enti di area vasta e quindi devono svolgere questa funzione di coordinamento, occupandosi dei grandi temi dei territori. I Comuni, dal canto loro, hanno competenze precise nei loro ambiti.
Se davvero semplifichiamo, rendiamo la vita più facile anche ai cittadini e alle imprese."

La Provincia di Perugia oggi concentra una serie di competenze molto specifiche e allo stesso tempo fortemente strategiche: edilizia scolastica superiore, viabilità provinciale, coordinamento territoriale tra comuni, trasporti. Dal punto di vista gestionale, qual è oggi il principale vincolo operativo che limita l’efficacia dell’azione provinciale: la disponibilità di risorse, la rigidità normativa o la frammentazione delle competenze con Regione e Comuni? E quale di questi tre fattori incide di più nell’azione quotidiana dell’ente?
“Che la Provincia sia un ente lo dico, ripeto, non perché da poco più di un anno la guidi io - e non è che ci starò tutta la vita, giustamente - ma perché lo penso davvero. Nonostante quella sciagurata riforma del 2014, la Provincia ha mantenuto un ruolo centrale su tanti argomenti e su tante competenze che lei ha citato.
Il problema più grande che oggi scontiamo è la carenza di personale, perché edilizia scolastica, viabilità, ambiente e più in generale le infrastrutture richiedono una macchina operativa che abbia la “benzina” giusta, e oggi purtroppo questa benzina non c’è. Contiamo, in tempi brevi, di riuscire a implementare la dotazione organica, perché questo ci permetterebbe di lavorare in modo decisamente più efficace.
“E poi c’è un altro punto che considero centrale: a ciascuno il suo mestiere. Le Regioni non possono e non devono fare gestione, non nel nostro ambito in generale. Hanno un ruolo sancito dalla Costituzione e devono attenersi a quello.
Ma anche per noi lavorare meglio significa questo: se ciascuno svolge pienamente la funzione per cui è deputato, si lavora con maggiore efficacia, si evitano sovrapposizioni, si riducono i tempi, si utilizzano meglio le risorse e si valorizzano anche, cosa a cui tengo molto, le risorse umane, che sono la componente più importante di ogni ente.”

La digitalizzazione della pubblica amministrazione non è solo innovazione tecnologica: è anche un cambiamento nel modo in cui le istituzioni interpretano il territorio e prendono decisioni. In molti casi, infatti, non cambia soltanto lo strumento, ma la logica stessa con cui si definiscono le priorità. Nel caso della Provincia, questo passaggio sta portando soprattutto a più efficienza oppure ha cambiato anche la natura del processo decisionale, rendendolo più guidato da dati, piattaforme e sistemi informativi?
“La transizione digitale per la pubblica amministrazione è un obiettivo irrinunciabile, perché consente di lavorare meglio, ridurre i tempi e costruire una maggiore interconnessione tra settori che in passato non comunicavano tra loro.
Nel nostro caso ci siamo assunti l’onere, ma anche l’onore, di guidare un progetto molto ambizioso, "Perugia Next", che coinvolge Regione, Confindustria, Sviluppumbria e l’Università degli Studi di Perugia. Lo abbiamo fatto perché riteniamo che le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale vadano governate, non subite o temute: sono infatti il prodotto del lavoro dell’uomo e, come tali, devono essere messe a sistema.
L’obiettivo è fare in modo che questa grande rivoluzione digitale produca benefici concreti e diffusi. Se la pubblica amministrazione funziona meglio, cittadini e imprese ricevono servizi più efficienti; se l’università può lavorare con strumenti più avanzati, diventa più competitiva e più capace di formare le nuove generazioni, e così via.
È una grande opportunità, sulla quale siamo fortemente impegnati. Sono certo che questo progetto, avviato da poco, porterà risultati importanti per l’intero territorio.”

Un effetto meno visibile della transizione digitale è il cambiamento del ruolo del decisore pubblico: da interprete della complessità del territorio a gestore di dati, indicatori e procedure. Questo può aumentare trasparenza ed efficienza, ma rischia anche di ridurre gli spazi di discrezionalità politica. Il nodo, oggi, è tecnologico oppure politico: riguarda cioè gli strumenti disponibili o la possibilità di mantenere una reale autonomia decisionale?
“Sicuramente lo spazio politico resta determinante, proprio perché le nuove tecnologie sono tutte frutto dell’intelligenza dell’uomo. Quando dicevo prima che dobbiamo avere la capacità di governare i processi, mi riferivo esattamente a questo.
La politica e le istituzioni continuano a svolgere un ruolo centrale anche in un contesto radicalmente cambiato. Di recente, in una riunione con i nostri dirigenti, ci siamo detti che siamo passati dalla carta carbone all’intelligenza artificiale: un salto enorme. E proprio per questo la politica e le istituzioni devono essere in grado di guidare questi processi. Lo spazio della decisione politica, quindi, non solo resta, ma è destinato ricoprire un ruolo assolutamente determinante.”
Gualdo Tadino rappresenta in modo emblematico la condizione di molti territori dell’entroterra italiano: comunità ricche di identità, tradizioni, capitale umano e qualità della vita, ma al tempo stesso esposte a spopolamento, riduzione progressiva dei servizi e marginalizzazione economica. Concretamente, quali sono oggi le priorità assolute per restituire prospettive a realtà come quella gualdese e farle tornare a essere percepite non come periferie da preservare, ma come territori centrali dentro una nuova idea di sviluppo e di qualità della vita? E quanto conta, in questo percorso, costruire anche un immaginario culturale nuovo attorno ai territori dell’entroterra?
“Questa è una cosa che sta già iniziando ad avvenire:è un cambiamento culturale, lo definirei anch’io così. Purtroppo la denatalità colpisce tutti - le aree interne dove insiste il mio Comune come le grandi città - non c’è nessuno che si salva dal calo demografico.
Quindi, nella nostra fattispecie, su cosa dobbiamo puntare? Intanto sul fatto che possiamo essere molto attrattivi anche per chi svolge le nuove professioni, e questo sta già avvenendo. Da circa un triennio, infatti, nel saldo tra nuovi residenti e persone che se ne vanno abbiamo il segno positivo: non è ancora sufficiente, ma ci dà chiaramente l’idea che siamo dentro una transizione economica, sociale e culturale importante.
Non arrivano solo pensionati attratti dall’aria buona e dalla qualità della vita, ma anche giovani coppie che lavorano da remoto e stranieri impiegati in grandi multinazionali, che trovano un ambiente favorevole perché c’è la fibra, perché ci sono i trasporti, perché ci sono servizi essenziali come le farmacie e i medici di medicina generale. Per rendere attrattivi questi luoghi non serve assistenzialismo, ma servizi che funzionano e che rispondano concretamente alle esigenze di chi sceglie di viverci. È questa la condizione per aumentarne davvero l’attrattività.
Poi la transizione economica è già nei fatti: accanto alla tradizionale presenza dell’azienda ceramica, che ha avuto un ruolo importante, oggi c’è una trasformazione significativa con l’elettromedicale - che rappresenta un polo rilevante nel Centro Italia - le acque minerali, l’agroalimentare di qualità, le nuove forme di energia pulita e la riscoperta del territorio attraverso tante aziende agricole guidate da giovani.
Siamo dentro un periodo di trasformazione e dobbiamo essere in grado di accompagnarlo.”

Territori come Gualdo Tadino custodiscono identità fortissime, memoria collettiva, senso di appartenenza e qualità relazionale che spesso nei grandi contesti urbani si stanno progressivamente perdendo. Eppure le aree interne convivono anche con il timore di perdere giovani, servizi, opportunità e centralità economica. Qual è oggi, secondo lei, la sfida più delicata: proteggere l’identità di questi territori oppure accompagnarli verso modelli nuovi di sviluppo? E come si evita che le comunità dell’entroterra finiscano per vivere il cambiamento come una minaccia anziché come una possibilità?
"Allora, come dicevo prima, è nei fatti che dobbiamo orientarci verso un modello di sviluppo e di connessione radicalmente diverso rispetto al passato. Non fosse altro perché le nuove imprese che nascono hanno caratteristiche e visioni diverse, anche grazie alle nuove tecnologie: la stessa agricoltura, oggi, fonda una parte importante della propria ricerca sull’innovazione tecnologica.
Io vedo chiaramente che questa trasformazione è in atto e, anche in questo caso, non deve spaventarci, ma anzi deve diventare una sfida. Oggi, per esempio, disponiamo anche di infrastrutture migliori rispetto al passato: la Perugia-Ancona è un asse che prima non c’era e oggi c’è; l’aeroporto è un’infrastruttura che porta in Umbria, e anche nei nostri territori, opportunità concrete. Per questo penso che dobbiamo incamminarci con decisione sulla sfida del cambiamento. Dobbiamo accettarla, perché non abbiamo alternative.
Non dobbiamo essere conservatori o provinciali, ma innovatori e coraggiosi, anche nell’accompagnare chi investe e chi osa in questa operazione di trasformazione, attraverso scelte politiche e amministrative coraggiose e importanti.
La sfida va accettata, perché io credo che possiamo vincerla."
Il dibattito sulle aree interne oscilla spesso tra due poli: da un lato politiche compensative, pensate per garantire servizi e tenuta demografica; dall’altro strategie di rilancio fondate su turismo, cultura e rigenerazione urbana. Nel caso di Gualdo Tadino, queste due logiche restano ancora separate oppure stanno convergendo in una visione più unitaria? E, soprattutto, esiste oggi una terza strada amministrativa che non si limiti né a compensare né a rilanciare, ma punti a ridefinire in modo strutturale il ruolo del territorio?
"Io penso che non abbiamo alternative, se non quella di percorrere quella che lei ha definito la terza via. Dobbiamo, per forza di cose, accettare la sfida di cambiare il territorio, ma cambiarlo senza stravolgerlo. Noi siamo, del resto come tutti i territori dell’Umbria e dell’Italia, fortunati ad avere un patrimonio culturale e ambientale straordinario, che è lì da secoli e che naturalmente vogliamo valorizzare, difendere e preservare. Ma dobbiamo farlo con una visione d’insieme, con una mentalità capace di guardare al 2050 e non al 1950.
Questo non significa devastare il territorio, ma trasformarlo in modo intelligente, mettendo a leva tutto il patrimonio materiale e immateriale di cui disponiamo. Abbiamo questa catena appenninica straordinaria che, tra l’altro, sta vivendo un afflusso sempre più importante. Dobbiamo fare in modo che questa montagna viva tutto l’anno e che diventi un fattore di competitività, di attrattività, ma anche un segnale chiaro: ambiente, territorio e sviluppo possono stare insieme, e devono stare insieme, dentro una visione di sviluppo sostenibile.
Perché la sostenibilità va declinata: non è soltanto ambientale, ma anche sociale, energetica, economica. Dentro questo ragionamento ci stanno anche le istituzioni, la ricerca, la capacità di innovare. Dobbiamo compiere uno sforzo vero per cambiare paradigma.
La terza via, come l’ha definita lei, è proprio questa: non dobbiamo essere né conservatori né eccessivamente sognatori. Dobbiamo avere la consapevolezza che si possono fare tante cose, se abbiamo il coraggio, insieme, di ascoltarci, confrontarci e cambiare le cose, valorizzando fino in fondo lo straordinario patrimonio di cui disponiamo."

Se dovesse individuare una priorità trasversale tra Provincia di Perugia e Comune di Gualdo Tadino, qualcosa che tenga insieme entrambe le esperienze e ne sintetizzi la direzione futura, quale indicherebbe: il rafforzamento delle istituzioni, la qualità dei servizi, la coesione territoriale o la capacità di garantire nuove opportunità alle comunità locali?
"Comune e Provincia sono in simbiosi, perché la Provincia è un ente di area vasta che racchiude e rappresenta 59 comuni. Nel caso di Gualdo Tadino, come negli altri comuni, la Provincia sta facendo e farà tanti investimenti sull’istruzione, per avere edifici sicuri e accoglienti; sulle infrastrutture; e anche sul patrimonio culturale, di cui è proprietaria o comproprietaria. Come vede, quindi, le cose da valorizzare sono fondamentalmente sempre quelle, e c’è una grande attinenza tra ciò che si fa e ciò che serve davvero.
Io sono sempre molto realista, ma in questo caso sono anche molto ottimista. Questo è un periodo complicato, dal punto di vista energetico ed economico, non certo per scelte politiche nostre, ma per un mondo che va a fuoco ogni giorno e che, inevitabilmente, ci mette tutti più in difficoltà. Però abbiamo dimostrato che nelle difficoltà sappiamo reagire: dopo i terremoti abbiamo ricostruito e rilanciato il nostro sistema produttivo; dopo la pandemia, i comuni sono stati tra i soggetti più bravi a spendere tutte le risorse disponibili, aumentando i servizi, mettendo in sicurezza scuole e palestre, accelerando sulla transizione digitale e rafforzando le infrastrutture.
Sono ottimista per questo, perché al di là del fatto che oggi io rappresenti queste due istituzioni, vedo che tanti colleghi e tante colleghe, su tutti i territori, hanno fatto e stanno facendo un lavoro straordinario. Ho fiducia proprio per questo: perché, al di là delle appartenenze, chi serve il proprio territorio lo fa con passione, cuore e dedizione, con un unico obiettivo che, in fondo, racchiude anche questo nostro colloquio: noi siamo al servizio dei territori e, siccome ci viviamo dentro, vogliamo che siano più belli, che crescano e che diano opportunità."